Primavera Sound, se ci provi ci riesci

Una settimana dal termine del Primavera Sound di Barcellona, una settimana per elaborare quello che abbiamo visto, l’aria che abbiamo respirato, i volti delle persone che abbiamo incrociato e, ovviamente, iniziare già a rispondersi alla domanda: ritorneremo anche il prossimo anno?

Partiamo proprio da questo, quindi: sì, ritorneremo, più o meno senza alcun dubbio, se la formula si preannuncerà vincente già nella fase precedente al festival vero e proprio, se la ricerca degli organizzatori sarà la stessa – focalizzata su alcuni grandi nomi, certo, e su una miriade di piccole o piccolissime bombe pronte ad esplodere, e se ancora troveremo qui – in poche e semplici parole – quel che di più contemporaneo esiste, musicalmente parlando.

Era l’anno del New Normal, slogan scivolosissimo e da chi scrive meno apprezzato del concetto del quale era portatore, ossia del fatto che, per l’edizione 2019 e per la prima volta nella tua storia, il Primavera si è nei fatti occupato della parità di genere, strutturando un programma nel quale a uomini e donne era assegnato lo stesso spazio – che per qualcuno è rimasto poco più che uno spot buonista, certo, ma la verità è che lo staff del festival si è occupato del problema e, nel suo piccolo che tanto piccolo non è, lo ha risolto nell’unica maniera possibile.

Sono stati molti gli elementi di novità rispetto alle edizioni passate, ed è sufficiente dare un’occhiata al programma: finisce il monopolio dell’indie, il rock in generale non è più il protagonista principale, si offrono spazi sempre maggiori agli stili e i linguaggi di questo esatto momento – black music su tutto, con ogni sua possibile variante, dall’hip hop del fenomeno Loyle Carner (nome da segnarsi, per il futuro: siamo pronti a scommettere che diverrà davvero grande a breve) al pop mixato col rap di Janelle Monae, passando dal rap duro e puro di 070Shake fino a quello storico di Nas.

Le chitarre, certo, ci sono anche loro: Mac DeMarco è qua per presentare l’ultimissimo Here Comes The Cowboy, e, come sempre, non delude le attese; gli Interpol, invece, non entusiasmano, e sembrano la copia della band che emozionava qualche anno fa.

L’emozione vera, il primo giorno, la regala Julien Baker all’Auditorium, chè viene da piangere a vederla chitarra e voce riuscire a essere così intensa, e così empatica: è il primo live a cui assistiamo, e ce lo portiamo dietro fino al ritorno a casa. Citare Julien Baker è un modo per aprire il capitolo dei live più belli ai quali abbiamo assistito: oltre a lei, necessario menzionare Lucy Dacus, che, come la Baker, ha ottime canzoni, e il pregio di saperle suonare dal vivo; i già citati Nas – che suona ogni classico della sua carriera, e vederlo qua è una festa per chi lo ama -, Loyle Carner – forse la vera sorpresa di questo Primavera: disco bellissimo, e incredibilmente convincente dal vivo -, JPEGMafia, con un live hardcore senza alcuna regola, interamente gestito da un matto (per l’appunto, lui).

Il cuore lo abbiamo lasciato a Rosalia, come ci aspettavamo, che nella sua Barcellona gioca in casa, fa il pienone, emoziona e si emoziona, arrivando a commuoversi, e a James Blake, che proprio durante il live di Rosalia canta con lei Barefoot in the Park, momento clou da smartphone in aria su Registra Video.

Qualche delusione, certo: gli Snail Mail, band che su disco avevamo amato tantissimo, dal vivo incappano in una serie di problemi tecnici e di insicurezze che sembrano arrivati al Primavera per sbaglio – e dispiace un po’ per loro, più che per noi, chè con ogni evidenza si saranno accorti di essersi giocati malino una bella occasione; ma anche Yves Tumor, del quale abbiamo consumato le tracce, dal vivo è molta estetica e moltissima confusione, con una qualità del suono e del live in sè piuttosto rivedibile.

Da alcuni, invece, non ci aspettavamo niente, e siamo felici di averci provato: da Miley Cirus, per un wannabe rock così tamarro da farcelo quasi stare simpatico, poichè davvero durante il suo live il cuore è leggero, del tipo “ok, vediamo di cosa si tratta per una ventina di minuti” – e la scelta è stata giusta, poichè abbiamo assistito agli ultimi 20 minuti, in maniera tale da ascoltarsi dal vivo l’unico pezzo dignitoso della Cirus, quel Wrecking Ball del quale tutti ricordiamo con piacere il video; dai Suede, che amiamo davvero, ma ritenevamo un po’ a rischio amarcord, e invece hanno spaccato; infine, proprio da Janelle Monae, con un live incredibilmente interessante e parti rappate come proiettili.

Ritorniamo alla domanda iniziale, e confermiamolo: il prossimo anno Dirt sarà di nuovo qui, in attesa di scoprire se il New Normal e questa ventata di freschezza saranno stati un episodio – piacevolissimo e che sposiamo appieno – o l’inizio ufficiale di un nuovo corso.

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