PRE-LINGUAGGIO: UNA CHIACCHIERATA CON I DISAPPEARS

Nel 1976, l’allora Berlino Ovest venne per la prima volta sondata dalle lunghe antenne di un Duca Bianco, che percepì in quel fascinoso e desolante declino una fonte vitale per la sua arte; Bowie arrivò in quel periodo nella scissa terra teutonica per far visita ad un’ Iguana, ma questa è un’altra storia.
Il risultato di quel viaggio furono tre opere che rivoltarono come un calzino la grande torre di Babele del rock ‘n roll, una trilogia che forgiò con mano decisa un pezzo importante della musica occidentale e della sua storia moderna; la prima parte di questa trilogia, Low, album uscito nel 1977, è stata recentemente riproposta con grande cura e passione da un quartetto di Chicago, i Disappears, che ne hanno registrato una versione dal vivo. I ragazzi in questione sono in realtà quanto di più lontano dalla “forma mentis” bowieana, e quanto di più fedele alle fredde, cupe atmosfere della Berlino post guerra; sono un concentrato di angosce postmoderne ed atmosfere marziali, granitiche: il cocktail perfetto tra Bauhaus ed Einsturzende Neubauten. Ma sono di Chicago, come già detto.
Chi sono i Disappears? E perché hanno deciso di riproporre “Low” dal vivo?
In cerca di risposte, ho così contattato il leader e portavoce del gruppo, Brian Case, reduce da delle date in Italia lo scorso mese, e con cui ho avuto modo di scambiare opinioni di vario genere in un piacevole, intensa chiacchierata.
Brian, illuminaci.
DIRT: Prima di tutto, vorrei ringraziarti per la disponibilità concessami e chiederti: com’è andata in Italia? Queste date vi hanno tenuto a distanza dalle assurde e grottesche faccende che hanno terrorizzato il mondo occidentale? Proprio qualche ora precedente alla vostra data di Firenze, ho letto di un tizio che ha aperto il fuoco in un grande magazzino della vostra città, Chicago. Non amo fare assurde congetture ma credo che le atmosfere che la vostra musica evoca siano il riflesso incondizionato, la reazione inevitabile a tutto questo marasma; spezza la tensione, demonizza la paura: è musica terapeutica in tal senso.

BC: Le date italiane sono andate molto bene, c’era sempre una bella atmosfera ai concerti ed è stato un ottimo modo per terminare l’anno. Ciononostante, è stato abbastanza grottesco sentire degli attentati di Parigi in quei giorni ma, onestamente, mi ha fatto più paura vedere gli angoli di ogni strada presidiati da un tizio col fucile. Viviamo a Chicago, che ha un tasso di criminalità e sparatorie molto alto, nonché una periferia molto vasta e disagiata; la città ha una pesante influenza su ciò che scriviamo e suoniamo, quindi si, c’è molta ansia e tensione nei pezzi. Cerchiamo di scendere a compromessi con questi sentimenti e questo scenario, tentando di trarre elementi costruttivi dal confronto, esorcizzandone le sfumature macabre. Spero perlomeno che sia d’aiuto.

DIRT: Siete infatti una band conosciuta per il suo retaggio post-punk, le influenze kraut ed un certo misticismo oscuro; ma ho anche percepito delle vibrazioni dub. Riguardo a quest’ultimo aspetto, so che ad un festival belga avete diviso il palco con un gigante delle produzioni dub, Adrian Sherwood: com’è stata l’esperienza e quanto il dub influenza il vostro sound? C’è un album di genere che ti ispira particolarmente, o che semplicemente ti piace ascoltare?

BC: Collaborare con Adrian è stato uno dei momenti migliori dell’anno per me; per lungo tempo ho seguito i suoi progetti, le sue produzioni, e tuttora credo sia molto importante a livello di influenze e di ascolti, quindi dividere il palco con lui è stato notevole, veramente speciale. La dub music è un riferimento costante quando lavoriamo in studio su dei nuovi brani e, come espediente sonoro, la ripetizione del ritmo e delle trame ci è molto utile; ciò si riflette anche nelle nostre influenze motorik e kraut, se vogliamo. Il mio disco dub preferito è probabilmente “The Best Dub Record in the World” di Scientist, del 1980. Ma sai, ne potrei citare molti altri di quell’epoca, dipende da come gira.

DIRT: Tra le vostre date italiane, avete fatto tappa anche a Firenze. So che te disegni, quindi ti chiedo una cosa piuttosto retorica: ti piace il Rinascimento? Negli anni ’80, Firenze vide una sorta di rinascimento musicale e culturale in toto, che sovvertì le convenzioni della moda, del clubbing e portò alla luce una scena artistica vividissima, ispirata al post punk britannico, alla “darkwave” e ad altri fenomeni di costume dell’epoca. E’ accaduta, anzi, accade una cosa simile a Chicago? Come percepisci la scena underground attorno a te?

BC: Firenze è una città la cui bellezza è difficile da descrivere a parole; il Rinascimento è un periodo artistico che amo e rispetto per l’importanza vitale che ha avuto, sebbene non sia un punto di riferimento per il mio stile di disegno. Non credevo e sapevo, comunque, che Firenze avesse avuto un tale risveglio durante gli ottanta, dovrei cercare qualcosa di relativo a quegli anni, sembra interessante. Per quanto riguarda Chicago, posso dire che ha sempre qualcosa che bolle nel sottosuolo: non esiste una vera e propria scena, ma sembra che tutti si muovano verso lo stesso punto da coordinate diverse. L’underground musicale lì è percepito come un grande melting pot sonoro: il jazz o, chessò, il rock sperimentale lì vanno a braccetto, i gruppi si conoscono ed i locali sono pieni; c’è grande interesse e fermento, e questo mi rende felice. Stanno prendendo piede forme di crossover molto interessanti, secondo me.

DIRT: Recentemente, avete fatto uscire un bellissimo album in cui reinterpretate dal vivo una pietra miliare di David Bowie, Low. Com’è stata concepita l’idea? Quali altri album apprezzi particolarmente nella produzione di Bowie?

BC: Il museo d’arte contemporanea di Chicago ci ha chiesto se potevamo suonare per intero un album di Bowie a nostra scelta nell’ambito della rassegna “David Bowie is…”, che si teneva proprio in quel museo; avevamo già collaborato con loro, quindi ci hanno scelto per questo concerto nel loro auditorium. Abbiamo quindi scelto Low, non perché sia il nostro preferito in assoluto, ma perché era per noi l’album di Bowie che più si prestava ad una re-interpretazione. Sono un grande fan della trilogia di Berlino, credo che le produzioni di Brian Eno siano fantastiche, ma mi piacciono anche Scary Monsters e The Next Day.

DIRT: Ripercorrendo le tappe della vostra discografia, ho percepito una sorta di “fil rouge” che collega i vostri album, da Lux, che dai testi pare essere una riflessione lucida sulla morte e sul “passaggio”, fino all’ultimo Irreal o Pre Language, per me molto forte dal punto di vista lirico, e nel quale ho trovato un sentimento di amore represso, o qualcosa di simile. Sono giuste le mie impressioni ? I vostri lavori sono in tal senso “tematici”, oppure ho semplicemente frainteso questo aspetto?

BC: Gli album non partono con il presupposto di ruotare attorno ad un concetto ben preciso, o ad una tematica, ma questo aspetto ci è riconosciuto molto spesso, semplicemente perché siamo molto prolifici e tendiamo a completare e registrare il tutto in poche settimane; forse è per questo che, in un lasso di tempo così breve, i brani si influenzano a vicenda, scaturendo questa sorta di continuum atmosferico tra le tracce, o i dischi stessi.

DIRT: Devi sapere, a Dirt Magazine parliamo di un po’ di tutto : cinema, letteratura, ovviamente musica ma anche poesia, pittura e pornografia. Non ti chiederò niente sulla pornografia, ma vorrei sapere quali sono i film e le letture che ti hanno più appassionato in quest’ultimo periodo.

BC: Mi piace molto la fantascienza moderna, le serie ed i film – “Ex Machina”(Alex Garland, 2015), ad esempio – che mostrano le complicazioni ed il conflitto che si generano quando si vive a stretto contatto con la tecnologia. Tra noi della band ne parliamo molto, è un argomento che ci fa discutere, quello della modernità proiettata verso queste esperienze comuni, multimediali e sincronizzate: percepiamo le stesse cose, le udiamo dalla stessa voce nello stesso esatto momento, e ciò ci avvicina anche se non possiamo vederci. Per me, è abbastanza inquietante e credo possa sfuggirci di mano.
Per quanto riguarda le letture, sto apprezzando molto la biografia di Philip Glass; la sua prospettiva sulla musica e sull’arte in generale è molto interessante, e mi ispira particolarmente.

DIRT: Mi concedo un attimo di stupidità e diletto, chiedendoti : da quali membri sarebbe composta la tua band ideale?

BC: Hmmmm, domanda interessante. Credo che alcuni di questi musicisti abbiano già collaborato tra di loro, ma una band con Jaki Liebezeit dei Can (batterista dal retaggio jazz e membro fondatore della band tedesca) e Jah Wobble (bassista dei Public Image Ltd.) come sezione ritmica e Tom Verlaine (frontman dei Television) e Thurston Moore dell’era – EVOL (album dei Sonic Youth del 1986) alle chitarre sarebbe una figata; il loro sound sarebbe folle, senza alcun dubbio.

Tommaso Bonaiuti

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