Please kill me – Esistenze ai confini della realtà, dischi storici e vite sacrificate sull’ altare del punk

Letteratura

La storia del punk americano è un romanzo appassionante e burrascoso.
Fin dai primi vagiti dei Velvet Underground New York e Detroit hanno incarnato il crocevia di una scena dissennatamente viva ed unica, folgorata e fomentata da dischi rivoluzionari, vite ai confini della realtà, amori sfrenati per le droghe ed esistenze interrotte precocemente: una tribù (cresciuta anno dopo anno tra il Max’s Kansas City, il Mercer Arts Center ed il CBGB) popolata da band talvolta distanti dal punto di vista prettamente musicale, ma accomunate da una forma mentis caustica, incendiata da un forte spirito di rottura.
Please kill me (edito in Italia da Baldini e Castoldi) racconta gli albori del punk a stelle e strisce in modo spietato, mettendo in fila decine di interviste a chi questa scena l’ha costruita e vissuta: dalle band (Velvet Underground, Stooges, MC5Patti Smith, Ramones, Dead Boys, Johnny Thunders & The Heartbreakers, Television, New York Dolls, Richard Hell and The Voidoids e molte altre) al nutrito sottobosco di addetti ai lavori, parenti dei musicisti e groupies (Danny Fields, Arturo Vega, Roberta Bayley, Bebe Buell, Terry Ork, Leee Childers, Bob Gruen, John Holmstrom, Kathy Asheton, Angela Bowie), senza tralasciare qualche fondamentale escursione in terra albionica (Sex Pistols e Clash).
Un lavoro monumentale pensato ed eseguito con precisione certosina da Gillian McCain e dal fondatore della seminale fanzine “PUNK” Legs McNeil, autori (e protagonisti) di una cronistoria corale che non ha eguali tra le pubblicazioni uscite sulla storia del punk.
Il punto di forza di Please kill me rimane senza dubbio la forza realista delle testimonianze, capaci di ricostruire gli eventi spassionatamente, con un piglio cinico, ma incredibilmente divertente, scacciando l’alone mitologico creato dalla storicizzazione del fenomeno a posteriori. I vizi e le virtù degli eroi di questa avventura scalcinata hanno peso uguale nelle oltre 600 pagine del libro: il Lou Reed giudicato alla stregua di una divinità pagana (sprezzante e tronfio nello sparare a zero contro i suoi colleghi alla fine degli anni 70) diventa umano quando riceve un imbarazzato no da Duncan Hannah alla richiesta di farsi cagare in bocca, mentre un giovane Dee Dee Ramone si destreggia abilmente tra le risse con la sua amata Connie ed il ruolo di timido ed impacciato marchettaro eroinomane.
Ovviamente, tra i mattatori dei resoconti di P.K.M. svetta un incredibile Iggy Pop, al tempo vera e propria mina vagante, in perenne equilibrio tragicomico tra il mito Stoogesiano ed il giullare tossico.
La droga si defila sporadicamente dalle pagine del libro e diventa un giocattolo assassino indomabile che lascerà dietro di sé una drammatica ed impressionante scia di cadaveri: la fine lenta, prevedibile ed impietosa di Johnny Thunders si erge a simbolo del disfacimento ineluttabile che attanaglia una parte troppo grande dei protagonisti di Please kill me, antieroi sacrificati sull’altare del punk.

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