PIGRO di Ivan Graziani: Fughe dal dimenticatoio

Musica

Talvolta riaffiorano immagini dal passato: foto di noi, da piccoli, bianchi come la Via Lattea e agghindati come a Carnevale (ma non è Carnevale); o quando, in gita, ci si scopre improvvisamente anomali, in un lampo di lucidità che ha finalmente posto in relazione il contesto reale con l’innocenza ottusa che ci ha orientati, inconsapevoli, fino a quel momento. E ci si sente come un babà che non è grado di sostenere il liquore che dovrebbe trattenere. Il “noi”, il “ci”: stratagemmi laidi che tentano di universalizzare, di trasformare in generazionale ciò che magari è capitato soltanto a noi (no! Volevo dire: a me). Insomma, tralasciando il tentativo d’attribuire anche ad altri la sensazione d’essere un babà, tenderei comunque ad affermare che il passato può spaventare; intendo, proprio visivamente, disseppellendone le immagini. E che perciò, dopo la presa d’atto, tutto questo terrore va messo a frutto. Quando penso a tal concetto, la mente torna – intonerebbe la Mina più battistiana – a uno dei miei album preferiti: Pigro di Ivan Graziani.

Mi appaiono i rossi occhiali che il cantautore aveva trovato, per puro caso, a Aix en Provence. La bella mogliettina aveva pensato a un capriccio del momento; divennero invece il feticcio per un musicista anomalo (appunto), il vessillo del coraggio per l’assunzione delle proprie immagini disseppellite: l’ottimizzazione dell’anomalia. Il non essere un vero artista (una volta buttati via i disegni giù, da Ponte vecchio), il sesso, la cronaca nera, la provincia, i pro e contro degli anni ’70, gli emarginati di genio (e quelli che non ne hanno, ma trovano l’appiglio per vivere): Graziani, come Dalla, ha compassione e amore per la vita, e come un esploratore innamorato e geniale scatta foto che la narrano e ne scopre gli angoli polverosi ma preziosi. Conosce i pregi della nicchia, assicurata da una chitarra molto amata, ancor prima che suonata, e da una scelta precisa per la voce, che sembra falsetto ma non è, nemmeno tecnicamente parlando: è un’estetica. E Pigro è per me il suo album essenziale.

Un album come un albero, che alla fine mostra le proprie radici, dove splende il racconto di Scappo di casa: la formula è l’ironia, la sola chiave per permettersi l’anomalia; anche quando la stessa disperazione è parte di ciò che rimane, al momento, sotterrato:  «Venti giorni di fuga e neanche un appello per radio / evidentemente mia madre non è neanche una buona padrona». Qui si mescolano Freud in purezza e miti antropologici, del nostro Sud (come De Martino ha spiegato a molti) e universali al contempo. Ma la fuga ridicola diventa strumento di emancipazione: perché narrata, strappata dall’imbuto di smemoratezza in cui facilmente poteva cadere. Allora, essere vestiti di provincia non è più un complesso, bensì muta in visuale privilegiata, perché non omologata. E l’integrazione, non è che uno spauracchio, un falso storico di cui poter sorridere; anzi, è proprio il sedersi a scatola chiusa nella società, ciò che rende pigri; e questo vale tanto per il nozionista del brano che dà il titolo all’album quanto per il rock alternativo (quando ha da essere alternativo: perciò, doppiamente omologato) di Al Festival slow-folk di B-Milano. Ci si assume tutte le imbarazzanti immagini del passato sublimandole in letteratura musicale, e a volte sì, ci vuole molto, per accettarle; ma quando infine accade, ad esempio, la vita marginale di Paolina si trasforma in un amore reale e realizzabile. O magari se ne è preso atto, l’ironia fa da guida e non ci vuole niente a decidere di rubare la Gioconda come in Monna Lisa.

Sia Paolina che il ladro di capolavori iconici, potrebbero essere il ragazzo che prova a fuggire di Scappo di casa, una volta cresciuto: un ragazzo che non teme le proprie immagini, prova realisticamente a capire come va il mondo senza però aver smesso di custodire, in fondo, un po’ di quella ottusa ingenuità. L’alternativa, se si resta (ancora col trucco dell’impersonale! Se resto) un babà che perde rhum dal piedino, cosa potrò mai fare?! Naturalmente, risponde Ivan Graziani: «Mi coprirò con le braccia la testa / come facevo da bambino». (Lu Po)

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