Patte di stabilità – l’arte è eterna, un po’ anche l’Eternit

Storia e attualità

Dopo aver succhiato tutto il sangue succhiabile al termine “cittadino”, ultimamente sono stato a trovare alcuni funzionari del Comune (e non ho ancora finito il tour!) per proporre, posporre, porre, riporre e così via, insomma: con quel carico un po’ ingenuo d’amore campanilista frammisto alla libertà del disoccupato che deve tenere la mente occupata causa evitare-il-sopraggiungere-della-follia-prima-del-tempo, portandomi dietro un bastimento, altrettanto carico, di idee artistiche, soluzioni possibili per una miglioria alla piazza del paesello, richieste di riqualificazione, domande varie e cotillons (senza i ricchi premi, però).

Io abito in provincia – ridente, per di più; ho il mare davanti, vado due metri indietro e ho i bei paesini toscani dell’entroterra e cinghiale in umido di default – e, come tutti i posti di questo genere, c’è sempre da fare del maquillage o sostenere iniziative a dispetto della più kafkiana delle burocrazie mondiali: quella italiana. Ugualmente nelle città; ma in quel caso la storia, l’aneddotica su tali labirinti assume probabilmente altre dimensioni.

Fatto sta che, fondamentalmente, sono andato a impattare non con la cattiveria del Comun crudele che vuol lasciare le strade piene di buche e non avallare la Sagra del criceto arrosto– ma col fantomatico, ineffabile, monolitico come il monolito ancestrale dell’Odissea 2001 nello spazio (in cui la parte degli scimmioni attorno all’oggetto, la facciamo tutti noi, amici cari), inquietante patto di stabilità; di fronte al quale, il 90% delle proposte del cittadino ingenuo che incarno qui per voi, s’infrange come una goffa azione goal di fronte a una parete formata dalla pressofusione di Furino, Gentile, Burgnich, Facchetti, Cabrini, Baresi, Cannavaro, Scirea e Materazzi (di quest’ultimo, solo l’addome).

Ora: dalle mie parti, la patta è una bottarella sulla nuca, il cui ventaglio intenzionale rispetto al gesto passa dall’affettuoso al livoroso: puoi darla come a dire Guarda chi si rivede…, Ma cosa mi dici mai?! o Vecchio mio!, così come per intendere Ma ti levi di ‘ulo! e O scemo, quante te ne darei!; lo scrivo perché mi sono accorto che sui dizionari on-line, “patta” sta per presina da cucina, risvolto esterno delle tasche – quelle che tiri fuori per far capire che non hai una lira al marocchino di turno – o, al limite, è la patta dei pantaloni.

Detto questo, è con l’accezione toscana che uso questa parola (la quale semmai, personalmente, rimanda a Pat Cash, vincitore a sorpresa di un Wimbledon di parecchi anni fa) per rivolgerla e metaforicamente darla, da una parte al populismo facilissimo della mala informazione: ad esempio, nel castello del mio paesello, l’anno scorso non c’è stata la consueta mostra estiva di pittura; poi vai a chiedere perché, e scopri che i danari destinati a quella sono stati riconvertiti per aggiustare alcune scuole che cadevano a pezzi ed in particolare una, costruita con massicce dosi di Eternit, quel simpatico materiale che fece la fortuna di due signori altrettanto simpatici e per niente cinici. E così, non puoi che arrenderti: l’Eternit batte l’arte 1-0, le nostre palle al centro. La vecchia e sempre attuale domanda di Musil, se valga di più salvare mille persone o un’opera d’arte, deve avere una risposta forzata.

Dall’altra parte, vorrei dare fortemente questa patta virtuale – retorico, populista, ebbene, stavolta anch’io, sì! – sulla nuca di una burocrazia grassa come un Buddha senza virtù, degli attorcigliamenti fra l’Europa e l’Italia non ancora in grado di difendere se stessa senza con questo smettere d’essere convinta europeista, di tutto ciò, quindi, che ha costretto a crearlo, il famigerato patto di stabilità (che di per sé, risulta spesso anche tragicamente utile); poi, sulla nuca della cattiva organizzazione dei Comuni piccoli e grandi che forse, organizzando meglio, pianificando meglio, potrebbero coprire capre sociali e cavoli estetici e, naturalmente, di tutti coloro che hanno comandato in quei Comuni nel momento in cui tante cose potevano più facilmente essere risolte ma (solo dieci anni fa era un’epoca fa), italianissimamente, hanno aspettato il patatrac! di una crisi mondiale che fa stringere la cinghia anche a chi, magro, già lo era.

Infine, saltare da un significato all’altro del termine patta e aprirsela – quella dei pantaloni – per pisciare sopra a chi sapeva che l’Eternit era dannoso, ma ha continuato placidamente a trarne profitto (De Cartier e Schmidheiny, il secondo dei quali, è ancora vivo). C’est Venise, pour l’éternité, cantava El Puma: NON Eternit; éternité.

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