Pantera: un volgare sfoggio di potenza

Musica

I Pantera mi hanno sempre comunicato malessere, rabbia autentica, nichilismo senza pietà e morte; la sensazione di avere in mano un corda tirata per anni, che alla fine, inevitabilmente, si spezza.
Capitanati da una teppa di New Orleans (il delicatissimo singer Phil Anselmo, allevato a botte e cinghiate da un padre innamorato dell’alcol), il gruppo texano trova la forma definitiva quando il giovanissimo Phil, nelle sue scorribande statunitensi, si imbatte nella band orfana della voce di Terry Glaze.
I tre lo accolgono a braccia aperte sancendo la nascita dei Pantera “2.0”, fino a quel momento ennesimo gruppo glam/hair metal, caratterizzato da una tendenza all’uso smodato di lacca nei capelli.
Nel giro di due dischi, da “Power metal” a “Cowboys from hell” (a cavallo tra fine anni 80 ed inizio 90), i Pantera diventano uno dei panzer più grossi e cattivi del metal.
Con l’album “Vulgar display of power” toccano la perfetta combinazione tra personalità e cattiveria sonora.
La produzione di Terry Date è il fulcro di questo attacco alle spalle, la batteria triggerata e le chitarre ultracompresse marchiano a fuoco il disco, insieme al valore unico ed essenziale di tutti i membri.
Dimebag Darrell Abbott è stato tra i chitarristi più rivoluzionari del metal tutto, dotato di ottima tecnica ma lontano da sterili onanismi; un uso degli effetti ficcante ed il cervello diviso in due.
Portò le pentatoniche del southern rock nel metal e, come il genio nero del Delta, suonava contemporaneamente parti ritmiche e soliste senza batter ciglio; se gli girava si prodigava anche in cori perfetti e perennemente intonati.
Aveva gusto, come pochi.
Vinnie Paul (il fratello di Dimebag) e Rex Brown davano una compattezza densa come il marmo, con il primo benedetto da una visione ritmica pregna di triplette di doppia cassa, fill funambolici tra tom cassa e timpano e sincopi impazzite, mentre il secondo, con molta umiltà e poca invadenza sul nero dello spartito, donava una profondità che il suono puntato dei trigger non permetteva, aiutando il tiro esasperato della band.
Gli anni 90 furono l’ Eldorado dei Pantera.
Il lavoro successivo a “Vulgar” fu l’ottimo “Far Beyond Driven”; l’album esordì al numero 1 della Billboard USA, portando all’estremo il loro groove metal, diventato ormai una legge nella scena hard.
Ma più i Pantera diventavano fenomeno di massa e imperatori della classifica di vendite, più i problemi di Phil Anselmo aumentavano. Con la sbronza perennemente in corpo ed il tarlo dell’eroina nel cervello, i rapporti con i fratelli Abbott degenerarono con una velocità esponenziale.
Alla fine del 95 abbandonò il tour senza preavviso, registrando le parti vocali del nuovo LP nello studio di Trent Reznor a New Orleans lontano dai Pantera, che incisero le basi in Texas.
Il distacco tra i membri era totale e profondo e l’album succhiò i rancori tramutandoli in pura cattiveria sonora.
The great southern trendkill” svetta su tutto, grazie all’eterogeneità e alle punte di violenza ragionata ed organizzata a dovere. Pezzi come la title track e “Suicide note part 2” sono una lavatrice piena di schiaffi nel collo.
La parte strumentale arriva a lidi nuovi per la band texana: thrash e groove si amalgamano alla perfezione con spunti southern, blues e minime tracce di elettronica.
Ma sono i vari low-tempo a portare per la prima volta richiami doom e sludge, accanto alle chitarre più melmose mai incise da Dimebag, che dipinge il suo capolavoro nel finale di Floods: l’arpeggio del minuto 6.14 è eterno e le variazioni sui semitoni farebbero venire la pelle d’oca anche ad un divano.
I Pantera sono ormai completamente padroni del mondo Hard; fanno il bello e il cattivo tempo con una coerenza ed una personalità da inchino.
Il cantato di Anselmo è spesso un rantolo senza speranza, alternato a linee vocali armonicamente eccellenti nei puliti e nei doppiati.
I testi sono un nervo scoperto in balia della negatività: un crogiolo di paranoie e manie che sgomitano per venire fuori; occhi spillati e bava alla bocca.
Suicide note part 1 e 2 , 10′s e Floods sono colpi al cuore, pagine dirette senza iperboli, pure e semplici.
Un disco doloroso, senza speranza.
Qui si tocca l’apice della vita dei Pantera, più avanti di così non si può andare.
Tre mesi dopo la pubblicazione di “The great southern trendkill” Phil Anselmo va in overdose alla fine di un live e muore per quasi 5 minuti.
Durante un tentativo di rianimazione disperato, viene salvato in extremis dalla quarta iniezione di adrenalina nel cuore.
La band, pur essendo completamente divisa dal proprio cantante (riluttante ad entrare in clinica), porta avanti il proprio cadavere fino all’alba dei 2000 incidendo “Reinventing the steel”, un album lontano dai fasti del passato e specchio di una band disunita e prossima allo scioglimento, annunciato poco dopo in un clima di rissa verbale tra Anselmo e Dimebag.
L’alone della morte continua a stare intorno alla band, senza spostarsi di un solo millimetro.
Nel 2004 all’Alrosa Villa di Columbus in Ohio, durante un concerto dei Damageplan ( il nuovo gruppo dei fratelli Abbott), Nathan Gale, un fan fuori di testa dei Pantera, monta sul palco e uccide Dimebag Darrell mentre sta suonando, con tre colpi di pistola.
Continua la mattanza freddando altre tre persone: un fan in procinto di rianimare il chitarrista, un backliner dei Damageplan ed un dipendente dell’Alrosa Villa.
Dopo aver preso in ostaggio un tecnico la sparatoria finisce con l’uccisione di Gale da parte di un poliziotto accorso sul luogo del massacro.
Il giorno della morte di Dimebag stavo lavorando nella ditta di volantinaggio dove militai molti anni fa. Ascoltavo sempre Rock FM con le cuffie; le giornate erano lunghe, non passavano mai… ci spostavamo per la Toscana con un furgoncino e stavamo dalla mattina alla sera a mettere volantini nelle cassette delle lettere; la radio mi teneva compagnia e rendeva il lavoro meno noioso.
Erano le nove di mattina; improvvisamente sfumarono una canzone ed annunciarono la morte di Dimebag Darrell.
Le notizie erano poche, all’inizio sembrava fosse rimasto ucciso anche Vinnie Paul; sul momento le cause dell’ omicidio erano ricondotte ad una presunta colpa dello scioglimento dei Pantera che il killer, schizofrenico e paranoico, aveva affibbiato a Dimebag.
Ero alle case popolari vicino Collinaia a mettere i volantini della Conad e scoppiai a piangere come un cretino.
Speri sempre che i tuoi eroi siano immortali, almeno per un po’.

 

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2 Comments
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  • Fabio
    25 marzo 2015 at 9:59

    Bravo, scrivi proprio bene!

  • mattia
    3 aprile 2015 at 19:23

    “malessere, rabbia autentica, nichilismo senza pietà e morte; la sensazione di avere in mano un corda tirata per anni, che alla fine, inevitabilmente, si spezza……i testi sono un nervo scoperto in balia della negatività: un crogiolo di paranoie e manie che sgomitano per venire fuori. Complimenti ottime osservazioni

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