N’Awlins, the Big Easy* e l’entropia del Sud

Musica

New Orleans, Louisiana (LA), “NOLA”: è stato un posto per esiliati e cercatori, aristocratici francesi, pionieri, schiavi ribelli, bambini sanguemisto, prostitute e suore, musicisti, artisti, omosessuali e mercanti spagnoli, ebrei rifugiati e pescatori siciliani. Città di contraddizioni e dispute, oggi isola alcolica in mezzo al turpe oceano del proibizionismo americano, è considerata la capitale più a nord dei Caraibi, il luogo dello spirito dell’Africa in America, la culla del soul.

A New Orleans, città in perpetuo fermento artistico, sono andato perché fortemente attratto da questo autentico “ombelico del mondo”, fucina di una grossa parte della musica contemporanea. Appartamento non lontano dal centro, nel quartiere St. Roch, una zona comunque con poche strade asfaltate; maggioranza afro-americana, spacciatori comodamente sdraiati nelle verande delle proprie case di legno, guardando in cagnesco chiunque passi in strada. La sera che sono arrivato hanno ammazzato un nero ad un isolato da dove stavo.

Fondata da francesi che cercavano oro ma hanno finito per trovare gamberi d’acqua dolce, paludi, zanzare e febbre gialla, è stata ceduta agli spagnoli, che hanno fatto ciò che potevano per quarant’anni e poi l’hanno ridata ai francesi. Il signor Bonaparte alla fine l’ha venduta agli Stati Uniti, insieme al resto della Louisiana, all-inclusive, per quindici milioni di dollari.

New Orleans si è trovata all’incrocio perpetuo del Vecchio e Nuovo Mondo, ne è stata per molti anni il porto più importante, situata lì dove il Mississippi, il fiume più grande d’America, sfocia sul Golfo del Messico. Il giorno dopo essere arrivato, decido di camminare dritto verso sud, di prima mattina, lungo Marigny St.
Circa 700 metri dopo, mi appare proprio lui, e la visione si accompagna a un sentimento di grande spavento, quasi vertigine, e profondo rispetto: il Mississippi. Sulle sue acque di colore fangoso, che non riveleranno mai ciò che celano, un piroscafo, steamboat, con una enorme ruota a pale rossa a poppa, sta per partire. Rimango a bocca aperta. Ho immaginato delle piccole blue notes saltare su dall’acqua al passaggio delle pale rosse.

Ogni popolo che ha colonizzato New Orleans, ha portato con sé la propria schiavitù. I francesi permettevano ai propri schiavi, i cosiddetti “noir”, che arrivavano dal nord-ovest dell’Africa, di radunarsi per il Sabbath. Potevano suonare e danzare la loro musica e vendevano beni di ogni genere.
Gli schiavi portati dagli spagnoli arrivavano soprattutto dal Congo e dall’Africa centrale, potevano parlare la loro lingua originale e avevano addirittura il diritto di acquistare la loro libertà, sempre che evitassero di essere ammazzati o torturati per cattivo comportamento.
NOLA era l’unico posto in America dove gli africani potevano esprimersi liberamente. Ovviamente manodopera e sesso erano assolutamente gratuiti e non negoziabili, così nacque una casta di gente mista con antenati africani, francesi, spagnoli, italiani, ebrei: i Creoli, un mix razziale, religioso, linguistico di migranti che hanno forgiato un’identità unica. Con l’annessione della Louisiana all’America anglofona, africani e creoli cominciarono a subire una lenta erosione dei propri diritti che sarebbe stata invertita solo nella sesta decade del ‘900, gli anni del movimento dei diritti civili.

Gli Americani pensavano di trasformare NOLA, conformandola alle classiche città del sud, ma non avevano fatto i conti con l’eredità culturale franco-spagnola-africana: “la città era un misto delle sensibilità francesi, gambiane, spagnole, canadesi, cubane, caraibiche, tutte a mollo nella foce del Mississippi, stufate nel caldo tropicale e nell’umidità” (Wynton Marsalis).
Il desiderio di libertà, profondamente radicato nella cultura di ogni abitante di NOLA, con la fine dello schiavismo si manifestò sotto forma di musica. Ai cattolici francesi piaceva celebrare le feste religiose e i giorni di culto con la musica e gli abitanti di New Orleans cominciarono a inventarsi quanti più giorni di festa possibili per cantare e ballare. Persino i venditori di strada vendevano verdure cantando, mentre gli schiavi, recentemente liberati, suonavano musiche di origini africane.

Nel frattempo, siamo a fine ‘800, il blues, nato dai canti di lavoro per dare sollievo alla fatica, si diffonde come canzone di protesta tra gli schiavi africani ormai emancipati ma abbandonati al proprio fato, con enormi difficoltà sociali. Insomma, il brodo primordiale della musica moderna era pronto per essere cucinato e i cuochi non tardarono ad arrivare. Una la figura chiave, un cornettista di nome Charles Joseph “Buddy” Bolden, di origini africane.
Le bande musicali di strada cominciarono a suonare ritmi sincopati, blues veloci e arricchiti, con formazioni inusuali, consegnando a tutti una nuova forma musicale che da lì a poco sarebbe stata chiamata “jazz”. Era musica per tutti, ognuno suonava ciò che ascoltava e sentiva dentro, in tempo reale: non c’era nulla di più libero. Dopo tutto, “la musica sembra essere una forma d’arte che trascende la lingua” (Herbie Hancock).

Buddy Bolden suonava così forte da spezzare il cuore, fu attivo dal 1895 al 1906, poi uscì di scena affetto da schizofrenia e psicosi alcolica e non lasciò nulla di registrato. Nella prima incisione jazz mai realizzata figura invece tale James Dominick “Nick” La Rocca, anche lui cornettista, di origini siciliane. Al tempo neri e siciliani stavano sempre insieme.
Nick La Rocca era il leader della Original Dixieland Jass Band, che pare abbia coniato il termine “jazz” (da “Jass” nel nome della banda). Un impresario di Chicago riuscì a fargli registrare, nel 1917, quello che è considerato il primo disco jazz della storia, ovvero Original Dixieland Jass Band – Livery Stable Blues.
“Era rozza eleganza, religione voodoonizzata, africanismo creolizzato, passione italiana, e raffinatezza francese” (Wynton Marsalis).

Buddy Bolden ha stregato New Orleans, e oggi il suo fantasma gira ancora per le sue strade, possedendo di fatto la città (non a caso NOLA è stata dichiarata la città più infestata d’America!). Non c’è altra spiegazione alla marea di ragazzini che di prima mattina si recano nel quartiere francese, provenienti da tutte le parti della città, per suonare in strada, improvvisando con altri ragazzini. Hanno strumenti rotti, trovati da qualche parte, o acquistati, chissà dove per chissà quanti soldi. È fantastico vederli: pantaloni bucati, magliette sporche e trombe in mano. Molti di loro vivono in miseria, specie dopo Katrina, ma hanno il fuoco negli occhi, e dai loro strumenti non esce una nota malinconica. “Noi abbiamo l’arte per non morire a causa della verità” (era Picasso o era Nietzsche ad averla detta?). Basti pensare alle musiche da banda che vengono suonate in occasione di un funerale, il “New Orleans jazz funeral”, per rendersi conto che in quella città non c’è spazio per la tristezza.

Ma NOLA non è solo jazz. Ogni tipo di musica è presente, r&b, funk, rock ’roll, zydeco, la musica folk altamente sincopata dei Creoli di lingua francese, i Cajun. Ma anche heavy metal, hip-hop e bounce. Tramite amici di amici conosco dei ragazzi del posto, o meglio americani provenienti da altre zone degli Stati Uniti, che hanno semplicemente deciso di andare a vivere a New Orleans. Molta gente lo fa, in genere coloro che hanno bisogno di trovare quello spirito soul che appartiene solo a questa città, o che vuole contribuire alla ricostruire e rivitalizzazione di una città quasi annegata da Katrina.

Una sera mi portano alla St. Roch Tavern, era Bounce Night! Nessun turista, solo persone del posto, bianchi e neri scatenati a far tremare le proprie chiappe: è bouncing, baby. Posto nebbioso, si fuma dentro, ma si può anche bere fuori, il che rappresenta già il paese dei balocchi rispetto al resto d’America. Uno di quei posti dove, mentre pisci in bagno, arriva una superfica che all’improvviso tira fuori l’uccello e si mette a pisciare di fianco a te. Quella sera uno dei ragazzi della compagnia si era trasferito dal Queens (NYC) in città, in una casetta di legno in condivisione con altri studenti, non lontano da dove eravamo. Qualcuno del posto è entrato in casa mentre non c’era nessuno, ma non ha toccato nulla della grande quantità di cose appena trasferite, nemmeno il computer. Era un avvertimento, un modo per dirgli “sappi che qui comandiamo noi, e che potresti anche non piacerci”.

Molti aspetti dell’odierna NOLA, dalla cucina all’architettura, alla religione rispecchiano la profonda influenza lasciata da questo incredibile mix di culture. La cucina è molto diversa, più ricca, sofisticata e gustosa di quella del resto degli Stati Uniti, la quale, a parte alcune specialità locali, appare da sempre rassegnata alla bruttura dei fast food. Basti pensare alle ostriche cotte alla brace dentro le proprie conchiglie, e poi condite con salse vegetali di vari tipi, una delizia, specie se abbinate a una delle birre artigianali provenienti dagli ormai innumerevoli micro-birrifici della Louisiana. Molti i gustosissimi piatti della cucina Creola e Cajun, uno tra tutti il Gumbo.

I migranti siciliani hanno invece lasciato come eredità culinaria la Muffuletta, oggi una delle pietanze tipiche di New Orleans. Da non credere. Le case sono uno spettacolo! Seguendo il corso del fiume da Canal St. si incontrano case di mattoni stuccati, in vari stili architettonici, raramente presenti in altre città americane. L’altra parte di Canal St. è invece ricca di case di legno più ricche e colorate, o le greek-revival homes, per esempio quelle del Garden District, molto più simili alle case delle famiglie della classe medio-alta del sud degli Stati Uniti. Risalendo ancora il corso del fiume, uptown si arriva a un punto di ricchezza vicino alla sfarzosità.
Un esempio di greek-revival è la casa di Anne Rice, la scrittrice di romanzi gotici, horror, fantasy, ma anche erotici, ispirati alle leggende di streghe e vampiri tipiche della tradizione occulte della città. Al 1239 First Street si trova la sua “Gothic Perch” costruita nel 1850. Le antiche tradizioni occulte di New Orleans hanno radici nelle misteriose pratiche voodoo, che si insinuarono insieme ad altri costumi tradizionali della diaspora africana, con l’importazione di schiavi africani dai Caraibi. Non a caso, il linguaggio delle liturgie voodoo è il Creolo di base francese. Camminando per le strade di New Orleans, ci si imbatte in una grande quantità di voodoo-shops, che vendono bambole voodoo, talismani, set per fare incantesimi e, dulcis in fundo, psychic readings!

New Orleans è impensabile in qualunque altro posto, ed è fatta di un tessuto di caos organizzato. Quello stesso caos di cui è fatto il Sud, in quanto tale, ovunque nel mondo. L’entropia tipica di tale caos organizzato è insita nel concetto di Sud e similmente si manifesta a Napoli, come a Marsiglia, Istanbul, Rio de Janeiro e Buenos Aires, per citarne alcune. Per via di questa “entropia”, il concetto di civilizzazione non può essere univocamente associato all’ordine e all’organizzazione di una città. (Stefano Mineo)

(*) pare che il primo a soprannominare New Orleans “The Big Easy” sia stato Betty Guillaud, un giornalista che si occupava di gossip per Times-Picayune, all’inizio degli anni ’70, come termine di confronto tra la vita a New York City, “The Big Apple” e quella a New Orleans, “The Big Easy” per l’appunto.

Suggerimenti:

Film: New Orleans (1947, Arthur Lubin)
Graphic Novel: A.D.: New Orleans After the Deluge (2009, Josh Neufeld)
Musica: Original Dixieland Jass Band – Livery Stable Blues (1917, Victor)

 

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