Nani alla riscossa

Arti visive

Il Palazzo Blu di Pisa ha un appuntamento (fredda cronaca: Toulouse-Lautrec. Luci e ombre di Montmartre, dal 16 ottobre 2015 al 14 febbraio 2016); l’ha preso con uno gnometto perfido e permaloso, ironico, lussureggiante e lussurioso – un satiro, più che uno gnomo, per l’attitudine sfrenata a Bacco e Venere.
La malattia fa di Toulouse-Lautrec, figlio di genitori imparentati fra loro, una paradossale e preziosissima opera d’arte: le ossa, come vetro boemo. Il suo essere prima bambino e poi uomo con l’altezza del bambino ma deforme, si regge tutto sul genio e sulla volontà finché entrambe, dopo un lavoro immenso – di bellezza, nell’opera; di tempra, contro la fragilità fisica – non cessarono di pulsare, anche a causa di una vita dissennata, da cocco beone delle puttane parigine. Ma non è ipotizzabile il contrario? Ottenere, soprattutto da menomati, la vita che si vuole, non potrebbe, invece, averla allungata?
Questo pensiero mi svia; vorrei introdurre il carattere profondamente innovativo di Toulouse-Lautrec, a mio parere non in risalto come meriterebbe, tanto da stare solo mezzo passetto dietro a Cézanne, come seminatore di futuro per le avanguardie novecentesche. Ma la capacità di collegamento a volte è svogliata, le piace vincere facile, come si dice; perciò, il pensiero suddetto m’ha portato all’immagine di Michel Petrucciani. Un grande jazzista, dalle mani poderose, spesso addirittura troppo aggressive con la tastiera; un fiuto particolare per il piano che, di volta in volta, sarebbe diventato il suo piano: un rapporto personale, chimico. Anch’egli, un nanetto, forse ancora più esteticamente sfortunato e sì!, senza ipocrisia: pure per questo, mediaticissimo; e ciò è stata cosa buona e giusta, perché ogni settore di nicchia ha bisogno dei suoi arieti da sfondamento.
Altrettanto voglioso di battere con estro e volontà la Natura, che il gobbo Leopardi – vendicandosi, lui, solo coi versi e il pensiero – chiamava a buona ragione matrigna. Lì per lì, con un po’ di brutalità, si potrebbe assimilare questo impeto, questa dissolutezza dei due in questione alla sindrome della bruttona che, in quanto tale, si fa ogni cosa con sembianze falliche che passa e si cadrebbe perciò, dopo un primo impulso d’ammirazione per tanta energia, dalle parti della tristezza, della compassione. Ma i nanetti alla riscossa come Toulouse-Lautrec o Petrucciani non possono essere assorbiti in toto da un luogo comune del genere; rimane fuori ancora troppa sostanza. Cos’è? Certo, l’aura di un peso specifico artistico adombra il senso di pena e torna a far guizzare fuori del rispetto per la fierezza, per la ridondanza, la famelicità; io però credo che il punto cruciale sia il fatto che essa non reca il solo segno del riscatto nei confronti di un’esistenza da condannati: gli sta accanto quello del senso di libertà e della voglia di vivere. Qualcosa che si ha se si ha, e che può essere soltanto modulato, in base alla sorte; non creato per via di essa.
Petrucciani e Toulouse-Lautrec sono morti entrambi a 36 anni.
Siamo nel periodo natalizio; il pianista gnomo è influenzato e deve stare a letto, uscire gli sarebbe fatale. Ma vede che c’è la neve. Si vuole mangiare la vita a tutti i costi, se il piatto che è stato assegnato è quasi vuoto, del tutto rotto e si è però orgogliosi e molto coraggiosi; il surplus è che la si vuole mangiare tre volte di più se nonostante il piatto offerto dagli Dei o dal Caso, si è saputa assaggiare la meraviglia misteriosa del vivere: dunque, la neve è una sensazione meravigliosa; ed è Natale. Non è palese, che l’occasione sia imperdibile?! Lo si sa, quella è l’ultima sorsata della meraviglia che ci inebrierà (oppure no, si crede d’essere, per paradosso, immortali; che importa, di fronte al desiderio); di fatto, se si è persone come Toulouse-Lautrec o Petrucciani, si è fatti di quella pasta per cui non si potrà rinunciare nemmeno a una goccia di vita: in barba alle proteste dei cari, il pianista scende e si gode una passeggiata sulla neve; sarebbe morto non molto tempo dopo. Ma questo non è un aneddoto per una fiction da lacrimoni sulla forza degli handicappati: è semplicemente essere dotati di un palato sopraffino. (Lu Po)

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