Morto un Fo se ne nobelizza un altro: Dylan

Letteratura

Gli argomenti son succosi al punto di desiderare d’esser rinchiusi in un maniero con penna e calamaio per alcuni mesi. Ma sono farfalle tematiche così pregne che vanno acchiappate subito; che vanno delicatamente spillate su un piccolo quadretto, da appendere al momento. Perciò, riflessioni a caldo, bozzetti, suggestioni- ed eccole qua.

Parte I. La farfalla apparsami per prima è stata la dipartita di Fo. Per chi l’ha visto a teatro, è un gigante, cui una sola sapiente pausa già ripaga del costo del biglietto. Dal punto di vista globale, il suo Nobel fu un mix delle componenti che storicamente portano a vittorie contestate (la politica, la riconoscibilità di un microcosmo sensibile realmente – Laxness per far scoprire che esiste l’Islanda, Pamuk per puntare lo sguardo sulle problematiche turche – o letterariamente, come appunto per Fo, attraverso il quale si è premiato il ruolo del giullare, di Ruzante e della Commedia dell’arte, tutte parti fondamentali della grande letteratura italiana che spesso è aerea, non traducibile per scritto).

Pinter, Shaw e mille altri drammaturghi hanno vinto il premio; ma avevano testi da leggersi anche con una buona cup of tea al fianco. Fo è stato teatro vivente; per scritto, quella forza è ridottissima per sua natura. Anche se va segnalato che prima del Nobel era già il drammaturgo italiano più rappresentato al mondo – più di Pirandello – e che era stato tradotto pure in faroese, la lingua delle Fær Øer, vero è che era uscito dai canoni classici della letteratura: quindi, perfettamente speculare a Dylan! Continueremo dopo, sul menestrello; ma chi oggi è contento per il Nobel a Dylan può non continuare a non esserlo, per il Nobel a Fo; ma non in merito al metodo usato per l’assegnazione, che è lo stesso.

Altri italiani lo meritavano di più? Così è la vita; non diamo alla cosa troppa importanza. Basti pensare all’Oscar, dove accadono equivoci incredibili. Per essere banali, fra gli americani Roth è ancora lì, feticcio del glielo-devono-dare!-ma-non-c’è-verso (e pensiamo anche a Updike, morto da non molto, o a Pynchon), mentre la Morrison si è portata a casa il premio: perché è una donna, e ha denunciato il razzismo. Olé!

Preferisco soffermarmi su un complesso italiota che a me fa un po’ ridere: coloro che spesso ottengono un successo planetario o internazionale (da Benigni a Fo, ai russi che chiedono Toto Cutugno e non Ciampi, fino ai luoghi comuni più triti, per cui il Made in Italy è riconosciuto: basta vedere uno spot Dolce & Gabbana e far caso agli stilemi sui quali è costruito) corrispondono a coloro che gli italiani odiano, o rifiutano, o non amano più. Perché non prendiamo atto del fatto che l’italiano è una lingua minoritaria e nonostante questo Fo si è fatto comprendere anche in Cina?! Perché non accettiamo il fatto che anche noi, pensiamo al francese con la baguette sottobraccio, luogo comune tanto quanto l’italiano mammone?! Semplicemente, altre culture sono state più brave a autoesportarsi, o perché si sono portate avanti col colonialismo, o perché si sono impegnate a essere riconoscibili: a elevare, perciò, Cutugno a proprio status culturale; come se noi ci autoproclamassimo pizza spaghetti mandolino baffi neri, e stop. Come se decidessimo di essere solo lo spot di Dolce & Gabbana.

Da un lato, quindi, è bello questo orgoglio di cantare, ad esempio, in italiano (Björk è famosissima ma canta in inglese, eh! Naipaul o Walcott, Nobel meritati, sono propaggini coloniali, anche intellettualmente parlando: la nuova England è indiana, caraibica, etc); ed è bello incavolarsi perché i giganti veri sono Battisti, Fenoglio, Caproni e non Magris (candidato ultimamente), Vecchioni (altrettanto candidato al Nobel: non riesco a parlarne, soprattutto se penso al paragone con De Gregori, Conte) o la Pausini; ma quelli che per noi sono davvero grandi non hanno chance, se non facciamo o non viene fatto qualcosa per avallarli al meglio. E esistono casi trasversali, come quello di Calvino (non è un mio nume, lo uso meramente come esempio valido) che hanno saputo autoesportarsi. In ultimo: fra Battisti e Cutugno ci sono anni luce; ma, al di fuori di una giungla di sovrastrutture e, magari, tacendo di alcuni versi dei testi (!), Cutugno è degnissimo di rispetto.

Parte II, più snella. Da quanto lo aspettavano! Sempre una strana sensazione, quando ciò che ti aspetti o viene evocato, non arriva e poi, un giorno, arriva; vero?! L’Academy conosce bene questa dialettica freudiana del togliere-e-dare: Di Caprio, Cruise sono quelli che non vincono l’Oscar; poi, quando accadrà, se accadrà, forse sarà per un filmetto, ma il balsamo sull’inconscio collettivo avrà grande effetto. O accadrà alla Newman, da venerati maestri, un attimo prima di morire.

il concetto del Nobel a Dylan è una mia fissazione. Io sono completamente CONTRARIO. Non amo Dylan? No, no; lo adoro! Per carità! Ma non sopporto questo ennesimo equivoco: l’esser così bravo nei testi per musica che vali il Nobel alla letteratura. Lui, Cohen e altri sono grandi autori nel LORO universo, che è quello dei testi in musica. Pensate che si potrebbe risolvere la vicenda creando un Nobel apposito, ma un Nobel della musica c’è già (e non riguarda solo i testi; anzi, è più orientato sulla musica che sulla parola musicata): il Polar prize, sempre ideato da scandinavi, che ad esempio vede fra i suoi vincitori il nostro Morricone. Un premio buffo, che mette insieme Jarrett e la Gubaidulina, i Led Zeppelin e Gilberto Gil, Ligeti e Springsteen.

Il testo in musica, attraverso il ruolo del songwriter, quello del cantautore, quello di chi scrive testi per interpreti, è un mondo autonomo; così lo si riduce a una protuberanza di seconda classe della letteratura. Come quando sentivo al liceo il celebre tormentone: «I testi di Vasco non sono testi, sono poesie!».

Mi direte: non si possono erigere mura così rigide! D’accordissimo: i trovatori, Villon, in tanti ci hanno dimostrato che i versi sono versi, e se son belli son belli, che siano cantati, o letti in un libro. Il fatto è che non riesco ad abbandonare l’illazione personale secondo cui i versi di Dylan sono stati considerati così rivoluzionari e visionari, mescolando rock e Rimbaud e ebraismo e contestazione e chissà quante altre cose, che meritassero d’essere elevati a letteratura: così come I testi di Vasco so’ poesie. No; sono grandi, grandissimi testi nati per essere cantati. Che hanno una autonoma dignità. Questa è un’illazione, lo so; ma non m’abbandona! Solo per questo, sono contrario.

Sicuramente, dal punto di vista della qualità intrinseca, meglio Dylan (ma sono gusti, eh) di molti scrittori precedentemente nobelizzati. Un po’ come dire che preferisco Caravaggio a Rossellini, però: sono linguaggi diversi, e tali vorrei fossero considerati. Questo riconoscimento riporta così un po’ in auge il Nobel, oggetto novecentesco ambiguo e affascinante; doveva accadere, non foss’altro per questo. E forse è giusto che accada un’ibridazione dei generi in via più istituzionale, perché ogni cosa segue il proprio Tempo; e questo è il Tempo Ibrido. Oltretutto, il premio è in denaro, che a Dylan non manca; chissà, magari, per un’ultima protesta, lo disperderà in the wind. Io, lo darei a me: mr. Zimmerman, contattami! (Pu Ffo)

 

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