Mi piace la pica

Oscenità varie

Per motivi che il Raz Degan dello Jägermeister definirebbe «fatti miei» ed io, che Degan Raz non sono, definisco casi della vita, mi son trovato a nutrirmi di alcune nozioni sui disturbi di cui possono soffrire le donne incinte.

Io vivo di schemi, di soldatini schierati che non si muovono, di contemplazione: e la contemplazione contempla la bellezza sublime dello schema, la sua universalità paradossale perché valida statisticamente per tutti e contemporaneamente mai veramente applicabile a nessuno in particolare, poiché ognuno, per un solo neo sulla chiappa destra, è un unicum. Quindi, ogni volta che un’amica o la moglie di un amico aspetta un figlio, ho solo una domanda che m’interessa far pomiciare fra le frasche con una consona risposta: Amica o donna di un amico incinta, hai tu le voglie?!

Deluso, da anni ricevo sempre dei compassionevoli No – laddove per questo aggettivo leggasi «Ma questo qui s’è formato sul Manuale delle Giovani Marmotte?» – al posto di composti, adeguati, esteticamente lisci e impeccabili Da due mesi non vivo senza avocado, pronunciato clandestinamente, quasi spumando dalla bocca, oppure qualche grande classico come Mio marito va a comprarmi alle due notte i funghetti champignon dal pakistano. Niente, in verità. Manghi, papaie, tutti quei frutti inutili creati per essere voglie di donne gravide se ne stanno lì, orfani della loro originaria ragion d’essere, per squalificarsi come semplici frutti esotici che finiran come guarnizione di un cocktail nel gargarozzo di discotecari che sperano di far profumare il glande di fruit of passion, dopo averne apposto uno spicchio sullo stesso per un’ora, mentre l’acido stazionato sulla lingua è passato a organizzare già da un bel po’ un torneo di burraco coi neuroni.

Solo con la pica mi sono riscattato. Pica, o allotriofagia, è un disturbo che può colpire il bambino piccolissimo che, in effetti, tenta di addentare qualsiasi cosa, il che, entro un certo periodo, è normale; diventa un disturbo se oltrepassa quel dato periodo. Molte teorie, al riguardo: non può mancare quella che fa capo ad una carenza affettiva; e se si parla di carenza affettiva in tenerissima età, si parla di quella della madre. Ok. Ma ho scoperto – qui il mio riscatto – che la pica può essere un tipico disturbo della donna incinta. Il desiderio inspiegabile di mangiare cibi (cibi?) non nutrienti, come il gesso, l’imbottitura del divano, la terra – aaah, la terra: rimanda immediatamente alla scena in cui Celentano, nel mitico Lui è peggio di me con Pozzetto, per dimostrare che la terra che possiede è ottima, la mangia: la bella semplicità, nella mia infanzia, è stata eternata in questa scena, e la guardavo adorante e invidioso perché già allora la masturbazione mentale era un’occupazione stakanovistica – e così, in un attimo, collegando questo interessante disturbo adatto ai programmi tv d’oggi – Sepolti in casa, I parassiti ed io, Com’è fatto il cibo, Il rapporto col mio amico immaginario visto dalla parte di lui, Desiderare di essere Marchionne, Questo l’ho maculato io, Il topo ragno che è in me, Extraterrestri & Extralarge, Pagliuca: chi era, Malattie che fanno veramente senso, fidati – alla carenza affettiva del bambino che ne soffre, mi sono sparato in vena il trip secondo cui:

o il bambino – l’essere umano, dunque, nel suo stato primigenio – freudianamente, è già afflitto dall’ultima passione del genio creativo viennese, ovvero la pulsione di morte, e la trasmette alla madre orientando la di lei dieta su maniglie, frutta (sì, ma di porcellana), lenzuola e così via; o è la madre che, vivendo uno stato di tsunami ormonale che l’uomo non può comprendere – forse ciò che ci si avvicina lontanamente di più è la prima volta che si fa davvero, ma davvero, dico, eh, sesso -, è tanto contenitore sacro di vita quanto perfidamente attirata dalla distruzione della vita, quel ritorno al nulla e insomma, quella freudiana pulsione di morte tradotta in penne Biro sgranocchiate, gomitoli rubati al gatto per la merendina, corse pazze notturne non verso il frigo ma verso il garage, dove si trova quel po’ di kerosene che una donna gravida si merita di bere per dissetarsi, nella calura della notte estiva. Esteticamente (pardon a chi ne soffra davvero) mi piace, la pica. (Lu Po)

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