Mafia e giornalismo: come creare eroi

Storia e attualità

Vi è un corto circuito nel sistema di vessazione e autorità della criminalità organizzata, una sorta di questione irrisolta nella mente dei mafiosi per la quale chi si vuol zittire viene, d’inverso e immediatamente, messo in risalto.

È il caso, ad esempio, dei morti eccellenti: dei Don Pino Puglisi, dei Peppino Impastato, dei Pippo Fava, dei Beppe Alfano, di tutti quei personaggi insomma che la mafia ha voluto render silenziosi, e che ha invece reso martiri ed eroi. Meglio ancora: ha creato emuli, seguaci, giovani volenterosi di ripetere le gesta degli assassinati, e serve poco per capire che, davvero, il fine ultimo e criminale viene nella realtà rovesciato dal riscontro pubblico del delitto.

Paolo non è Puglisi e non è Impastato, è un giornalista, uno dei tanti giornalisti che si occupano di mafia nel 2014, quindi in un’epoca nella quale la mafia non è più cosa taciuta, o sulla quale informarsi è cosa ardua; è un altro di quelli che la mafia metterebbe volentieri a tacere, e che, proprio la mafia, è riuscita a spedire sulle pagine di ogni quotidiano nazionale nel giro di pochi mesi.

Prima vittima di minacce, poi di un pestaggio, poi di un incendio al portone di casa, Paolo Borrometi, collaboratore AGI e direttore della webzine siciliana La Spia, dà l’impressione di una persona che sa fare il proprio lavoro e che non ha nessuna intenzione di gettare la spugna: davanti ad un caffè fuori da Palazzo Chigi, è lui stesso a dirci che “non ho mai pensato di fare un passo indietro, c’è un punto di non ritorno per chi scrive di mafia e quel punto si presenta quando iniziano a farti intimidazioni per convincerti a non scrivere più: da quel momento non puoi più smettere, o la daresti vinta a quelli che hai scomodato”.

Classe 1983, nato a Ragusa, da buon siciliano Paolo sceglie accuratamente ogni parola; da giornalista abituato a leggere e trattare di mafia, ha preso l’abitudine di non usare più parole di quante ne servano, e di optare sempre per concetti chiari e sintetici.  Con ogni probabilità non ama essere intervistato, e certamente la sovraesposizione causatagli dalle intimidazioni subite non lo mette a proprio agio. Colpisce la sua cordialità, ed in special modo la sincera gratitudine per gli uomini della scorta che lo Stato gli ha assegnato e che, anche durante l’intervista, si appostano a pochi metri di distanza.

In un’inchiesta preparata per mesi e pubblicata poi su La Spia, Paolo parla del comune di Scicli, 27000 abitanti a 30 minuti da Ragusa, e delle famiglie mafiose che qua si spartiscono gli affari: fa i nomi e i cognomi, riporta le intercettazioni ambientali e quelle telefoniche, cita fatti comprovati, fa insomma il proprio lavoro e lo fa bene: qualcuno gli consiglia di lasciar perdere, qualcuno suggerisce di occuparsi di altro, qualcuno lo minaccia. Lui non lascia perdere, continua ad occuparsi di quello che meglio conosce, e senza alcun tentennamento spiega che, se potesse tornare indietro, rifarebbe esattamente quello che ha fatto.

In tutto questo, Paolo sorride, e la sua positività è facilmente contagiosa: “per raccontare di mafia, quindi per cercare di fare qualcosa per cambiare la situazione, non puoi non credere che un cambiamento  sia davvero possibile”, ci spiega, tratteggiando l’ottimismo come unica alternativa; e ancora sorride, questa volta con una pacca sulle spalle, quando dice che bisogna tener botta, che continuare ad informarsi è l’unica via -qualcuno parlava di “esercito di insegnanti”, per sconfiggere la mafia-, e davvero lascia la sensazione di avere incontrato un buon maestro, e una buona persona. (p)

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