L’umanesimo: GIORGIO CAPRONI

Letteratura

Agli onori delle cronache per qualche giorno in quanto protagonista della traccia di letteratura per i temi di maturità 2017: Giorgio Caproni.
E con lui, risbuca dal buio per un paio di secondi la figura dell’artista, o intellettuale, o scrittore o quella roba lì. Chi ci rimane, di loro? Un Magris una tantum sul Corriere della Sera? E incide sullla collettività?! Sgarbi, siccome scoreggia da sempre (forma nobile d’irriverenza) ne è l’unico rappresentante davvero noto – e per questo, parzialmente destituito da se stesso: «Capra, capra, capra!» . Si sapeva chi fosse Eco, certo, perché Il nome della rosa l’aveva comprato anche l’ultimo zingaro che augura buonna fortuùna nelle piazze; altrimenti, è ormai normale che poeti etc rientrino nel non pervenuto sociale

Caproni è un poeta gigantesco, destinato a essere riscoperto nel tempo per la musicalità, l’acume, l’aver percorso linguisticamente più tempo di quello che la vita gli aveva concesso – prevedendo la subcultura della fine delle ideologie. E questo è ciò che ci si aspetta dal vero intellettuale, dal vero poeta, dal vero filosofo: vedere il non visibile e vederlo prima. Ancora e sempre sarà così; questo è il loro mandato, questo il destino.
Debord e McLuhan l’hanno detto intorno al 1960, che la realtà dell’immagine avrebbe dominato il futuro (ovvero, il nostro presente); Marx ha scritto a metà Ottocento (e Simmel poco più tardi), per quale motivo oggi compriamo scarpe della marca che va di moda. Questo, si intende, quando si parla di costoro.
E questo va risposto, quando agli umanisti si imputa poca pragmaticità: chi lo è veramente, è pragmatista per eccellenza; il resto, sono parole anche bellissime, ma che non aggiungono. Ciò spiega perché, ad esempio (se anche ci sono stati poeti migliori nel Novecento italiano, alcune posizioni oggi sono superate e i suoi  romanzi perdono smalto col tempo), Pasolini è ancora sulle nostre bocche, e non altri.

Caproni: livornese purosangue con una seconda patria: Genova. Sotto certi aspetti, Livorno ne è lo spin-off naturale. Ambedue città di mare, porti sanguigni come state of mind ancor prima che come realtà; luoghi di culto musicali (la scuola genovese da una parte, Ciampi e i suoi figli – ad esempio Bobo Rondelli – dall’altra); mix inscindibile di alto e basso, rudezza e poesia.
L’identità marchiata a fuoco da caratteri ben specifici: il genovese avaro, il livornese sempre a fare le cambiali; Genova dove piove sempre, Livorno dove prendi il sole sugli scogli come lucertole; belìn sempre sulla bocca dei primi e – o boia dé – su quella dei secondi; un’ironia tagliente come vettore quotidiano di sopravvivenza.

L’altra città di cui Livorno è, in altri sensi, spin-off è Napoli; ma questa è un’altra storia. Così, Caproni riassume il proprio senso di appartenenza a queste due città in una quartina di Litanìa, dedicata a Genova:

                                       

                                          Genova della Spezia,

                                          Infanzia che si screzia,

                                          Genova di Livorno,

                                          partenza senza ritorno. […]

                                           

Senza ritorno: anche per custodire fino alla fine ciò che nella sua poetica è Livorno: l’infanzia, la vita non invasa dal Progresso, la madre Anna Picchi, eternata lei tanto quanto la città natale in versi bellissimi (ne Il seme del piangere):

                                          

                                           Anima mia leggera,

                                           va’ a Livorno, ti prego.

                                           E con la tua candela

                                           timida, di nottetempo

                                           fa’ un giro; e, se n’hai il tempo,

                                           perlustra e scruta, e scrivi

                                           se per caso Anna Picchi

                                           è ancora viva tra i vivi. […]

 

S’inserisce così nella tradizione che dai trovatori attraversa Cavalcanti, Petrarca e giunge fino a Dalla («Canzone/cercala se vuoi/dille…»): la canzone o l’anima sono gli angeli leggeri, i messaggeri del poeta e dell’uomo, alla ricerca del destinatario oggetto-soggetto d’amore.

Maestro elementare; violinista.
Ecco altri due fattori determinanti per conoscerlo: Caproni insegna la vita senza la pesantezza della sentenza, è filosofo-poeta raccolto con coraggio epico (un Epos smorzato ad arte dall’ironia e dal ritmo), come un Don Quijote consapevole – quindi Don Quijote e Sancho Panza al contempo – di fronte al Mistero, al vuoto di senso dell’Universo.
Scandaglia il linguaggio nel corso della sua opera: nasce aderendo alla narrazione (le suddette poesie sulle madre; o altre, sommesse e magniloquenti insieme, come il Congedo del viaggiatore cerimonioso, che termina così:

 

                                   […]  Ora che più forte sento

                                           stridere il freno, vi lascio

                                           davvero, amici. Addio.

                                           Di questo sono certo: io

                                           son giunto alla disperazione

                                           calma, senza sgomento.

                                           Scendo. Buon proseguimento.

 

Giungerà infine a una rarefazione della lingua, ormai puro strumento per evocare ciò che non si può capire e, perciò, raccontare.

                                           

                                                                         Dove il canale

                                            già prende d’erba, e il vento

                                            è già campestre…

 

                                                                      Prova.

 

                                           Là c’è l’infanzia.

 

                                                                      Prova.

 

                                           C’è l’infanzia che trema…  […]

 

 

E accanto a questa diluizione nel vuoto della parola, imbevuta nei puntini-puntini: … (forse, anche perché Caproni è stato anche grandissimo traduttore, ad esempio di Morte a credito di Céline? Può darsi che i celebri puntini dello scrittore francese siano passati al poeta italiano per empatia da disincanto?), coltiverà sempre più la poesia-aforisma, la poesia-concetto: haiku che illustrano non il paesaggio reale ma quello, altrettanto misterioso, del proprio raziocinio; particolarmente sofferto il tema dell’inconsistenza di Dio:

 

Pensiero Pio                                   

Sta forse nel non essere

l’immensità di Dio?

 

Oppure:

                                             

Furto                                                 

Hanno rubato Dio.

Il cielo è vuoto.

Il ladro non è ancora stato
(non lo sarà mai) arrestato.

E violinista, dicevo: la musicalità, il senso del ritmo, la servitù desiderata nei confronti della rima. Ogni poesia diventa filastrocca (quindi, viene sempre cercato, laicamente, il bambino che si nasconde nell’Io). Attraverso il suono può essere assaporata da chiunque nel mondo; poi, la virilità del pensiero affilato viene addolcita, se le assonanze e le rime e i vocaboli l’attorniano di zucchero filato, no?! Leggete Caproni, cercatelo, se vi va. Poeta di quintessenziale Verità, che vi invita ad esser come siete e non, come si vuole che siate. (Lu Po)

                                  

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