Live report – Sunn O))) @Labirinto della Masone (PR) 9\09\2016

Musica

Fontanellato è una tabula rasa che sa di un rurale arcaico, medievale; la monotonia spaziale delle grandi pianure e dei guadi che s’estendono a perdita d’occhio è, talvolta, spezzata dalla presenza di sparute coloniche o antiche regge signorili. Un forte sentore di fertilità, concime e alberi, s’insinua nelle narici del grande baco umano che, con solenne passo, scandisce i ritmi di una processione rumorosa e caotica, che freme, ai piedi del grande Labirinto, in cui faccio ingresso con i pochi (e chiassosi anch’essi) compagni di ventura che mi spalleggiano in quest’impresa sonica: sarà una vera e propria battaglia dei sensi e del sentimento, una sfida, più che la vivida e crudele simulazione della Fine dei Giorni.
Il buon Borges, che ne scrisse, sarebbe altresì lieto di assistere ad uno spettacolo tanto sanguigno quanto spettrale nel vasto dedalo che da queste parti si pone come massimo luogo d’interesse, fatto edificare da un ricco editore del luogo – e del quale prende il nome – proprio per omaggiare il grande scrittore (ma che dico, filosofo, pensatore, saggista, poeta, fine amante, eccellente tanguista, e così via) argentino.
Il kit di sopravvivenza è a mia disposizione: fede, sospensione dell’incredulità, e gli immancabili tappi per le orecchie.

“Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”.

La prima corte che ci accoglie è vasta e lieta; potenti e secchi colpi di tamburi di varia forma, accompagnano il mio ingresso tra una folla già gremita. I Fudentaiko, con intensità e solenne precisione, percuotono le pelli al ritmo di un battito di cuore mastodontico, dietro a lunghe tele insanguinate da una luce rossastra.
Io, già preso per lo stomaco da tanta veemenza, mi uccido di lambrusco (coltelli? e pure pop-corn?) e sacrifico in un battito di ciglia una pingue focaccia ripiena di suina bontà e grazia, mentre il rito orientale si chiude tra gli applausi e immagini apocalittiche che scorrono sulle tele: la fine del mondo è vicina.

Tre lambruschi e numerose focacce dopo, l’ebbra combriccola s’avventura per l’oscuro dedalo, il cui percorso verso la reggia centrale è tracciato da lanterne e talvolta indicato da “inservienti” muniti di maschere e fissi in pose innaturali, distorte.
Già ci siamo: la corte centrale è mostruosamente bella, già incendiata dalle luci di scena, tra il corridoio che lo cinge e il palco, sovrastato alle spalle da una piramide solenne. Al centro, il prato è già subissato da un oceano di carne rumorosa, di nero vestita; il brusìo delle genti è accompagnato da ossessivi accordi di sitar provenienti dal potente impianto che circonda tutta la corte.
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Poi, finalmente, il silenzio.

Le luci si abbassano, e tra il buio della corte un faro illumina una figura incappucciata, erta sopra la testa di tutti, là sulla piramide; con vibrazioni baritonali e un mantra minaccioso e intenso, Attila Csihar prende i mille e più del labirinto per la gola, tenendoli in punta d’animo fino a quando una copiosa nube artificiale cinge lo stage, apparecchiato come se una guerra sonica fosse in procinto di avviarsi, e con essa, altre quattro figure incappucciate si palesano di fronte ad una folla di sale, ormai ammutolita.

Un moog, un organo, un trombone, due chitarre: l’Inferno dantesco non ha bisogno di trentatré canti (+1), un anticristo capovolto e famelico e numerose anime erranti, per essere configurato; basterebbero già 5 strumenti (+1, ovvero QUELLA voce) e 4 cavalieri dell’apocalisse (+1…).
I Sunn O))) sono la creatura musicale più estrema e densa (non so in che senso, solo “densa”) in cui mi sia mai capitato d’imbattermi, lo dico con lapalissiana certezza: non una minima variazione (tant’è che a una certa è scattato il gioco “indovina il cambio di accordo”), non un attimo di respiro, ma solo densità sonora, tangibile e inafferrabile al tempo stesso, che ti rigira le budella come un calzino e ti lascia lì, impalettato sul prato, sottomesso al culto del potente e crudele Dio Drone.
Arrivi a un punto in cui cominci ad afferrare e respirare i decibel, non so come spiegarlo; so solo che se qualche genio riuscisse ad aprire una nuova frontiera delle energie rinnovabili, sfruttando la potenza sonora, un concerto dei Sunn O))) come quello a cui ho assistito fornirebbe energia a sufficienza per un anno a tutto il Nicaragua.
Il suono ormai si taglia a fette e la gente se ne nutre, come se fosse spalla grassa o magra, cotta o cruda, culatello o salume random x: ora so davvero cosa significhi assistere ad una roba del genere; qualche volta hai proprio l’impressione che i 5 matti lì sul palco vogliano opporsi all’ascoltatore, in una gara di resistenza: “adesso alzo i decibel ed abbasso le frequenze, e vediamo quanto duri, campione”. Ma ormai il tempo è effimero, come un soffio in un uragano si disperde e perdo il conto dei minuti, forse delle ore, ma ne è appena passata una. Decido di dileguarmi dalla folla e farmi un giro per la corte, mentre nel corridoio le prime vittime già si rannicchiano disperate, richiedenti pietà, con i pugni serrati a tapparsi le orecchie e il volto stanco.
Eppure i tappini te li avevano dati, potevi pensarci su prima.
Ma fa niente, io bevo e cammino, piscio e butto un’occhiata di tanto in tanto al banco merch: parte della mia cricca mi segue, e come tante altre persone deambuliamo per scaricare la tensione accumulata, il corpo appesantito dalle frequenze sotterranee degli artigiani del “white noise”.
Potrei continuare a descrivervi la situazione, o come i 5 musicisti si avvicendano sul palco, quasi a turno (Attila addirittura si produce in un cambio abito, presentandosi in coda allo spettacolo con un costume che mi evoca la figura di un Re Sole demoniaco), ma sarebbe ingeneroso, anzi: sarebbe fin troppo difficile. Sarebbe come parlare del niente, come Sartre ha cercato di fare per tutta la sua esistenza – e io non posso permettermi di cogliere questo fardello.
Ma non importa: la fine del mondo si consuma in due ore e mezzo circa, lasciandoci tutti allibiti, esausti, se vogliamo soddisfatti, molto probabilmente “svuotati”.

Con i miei compagni di finemondo, imbocco la via verso l’uscita dal magnifico dedalo; la ciurma conviene: al ritorno a casa, ascoltiamo solo doo-woop e free jazz.

(Tommaso Bonaiuti)

Monoliths & Dimensions

Price: EUR 29,04

4.5 su 5 stelle

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