L’Italicum in 9 punti

Storia e attualità

Ieri con 334 favorevoli, 61 contrari, 4 astenuti e l’assenza delle opposizioni è stata approvata la riforma elettorale, il cosiddetto Italicum. Vediamo di cosa si tratta, ricordando che la legge varrà soltanto per la Camera dei Deputati, perché nel progetto di modifica costituzionale promossa dal Governo Renzi (e tuttora in discussione) i senatori dovrebbero essere scelti dai Consigli regionali, o comunque in base a un procedimento di secondo grado.

1) La grande domanda: proporzionale o maggioritario? E perché tante polemiche sul premio di maggioranza?

L’Italicum è un sistema proporzionale a base nazionale, ma con un forte premio di maggioranza. Il partito vincente (non più la coalizione) godrà di un premio di maggioranza che gli consentirà di ottenere il 55% dei seggi alla Camera, cioè 340 deputati su 630. Questa misura – che tecnicamente nella scienza politica rientra nei cosiddetti correttivi – serve a raggiungere una maggiore governabilità tramite l’alterazione del risultato proporzionale, ma non è molto diffusa nel resto del mondo. In Italia il premio di maggioranza è stato spesso impiegato nelle precedenti leggi elettorali, compreso il Porcellum. Assegnati 340 seggi alla maggioranza, gli altri gruppi vedranno divisi 290 posti con una distribuzione proporzionale ai risultati elettorali.

2) Si parla molto anche del doppio turno. Che cos’è?

Una novità introdotta dalla proposta del Governo Renzi è il doppio turno. Chi vince raggiungendo il 40% conquista subito il 55% della Camera, come spiegato sopra. Tuttavia se nessuno arriva al 40%, allora si procede con una seconda consultazione, alla quale accedono soltanto le due formazioni più votate. In palio, ovviamente, c’è sempre il 55% della Camera. Le liste dei candidati devono restare inalterate, ma al secondo turno sono possibili collegamenti e apparentamenti.

3) È prevista una soglia di sbarramento?

L’accesso a Montecitorio è subordinato alla soglia di sbarramento del 3%: i partiti che non ottengono almeno il 3% dei voti validi non guadagnano deputati.

4) Con la riforma saranno modificati anche i collegi elettorali? E come si struttureranno le liste?

L’Italicum apporta significativi cambiamenti ai collegi elettorali (le ripartizioni territoriali che servono all’elezione dei parlamentari), che diventano 100, comprendendo ciascuna fino a 600mila persone. Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige manterranno una loro specificità, già garantita dalla legge elettorale precedente e basata su un sistema uninominale maggioritario. In ogni collegio le formazioni politiche presenteranno una propria lista di 6 o 7 candidati: il primo sarà bloccato, cioè collegato direttamente al simbolo del partito per scelta delle segreterie, mentre gli altri saranno sottoposti alle preferenze degli elettori.

5) Quindi tornano le preferenze?

Sì, ma solo per i candidati in lista dal numero 2 in poi. In poche parole i capilista saranno eletti automaticamente se nella loro circoscrizione il partito raccoglierà sufficienti voti. Qualora il partito riuscisse a conquistare più seggi, la ripartizione avverrà sulla base delle preferenze espresse dai cittadini per gli altri candidati della lista. Gli elettori potranno quindi votare il simbolo del partito ed esprimere fino a due preferenze, caso nel quale sarà obbligatorio indicare un uomo e una donna (altrimenti la seconda preferenza sarà annullata). Tra i capilista dovranno esserci di fatto una parità di genere (massimo 60% di capilista dello stesso sesso) e le liste dovranno essere strutturate con un’alternanza tra uomini e donne. I candidati potranno presentarsi massimo in 10 circoscrizioni. I cittadini italiani che si trovano all’estero per almeno tre mesi a studiare (è il caso dell’Erasmus), a lavorare o per cure mediche potranno votare per corrispondenza.

6) La nuova legge elettorale è già impiegabile?

L’Italicum entrerà in vigore solo a luglio del 2016. Se si votasse domani, quindi, si applicherebbe un’altra legge elettorale – ma non si sa quale, dato che la precedente è stata in più parti dichiarata incostituzionale dalla Consulta.

7) Le polemiche sull’Italicum sono molte. È davvero necessario per esempio il premio di maggioranza?

Ci sono tre effetti da porre in rilievo sulla riforma elettorale, al di là del giudizio politico. A cominciare dal premio di maggioranza, un correttivo che altera il risultato proporzionale del voto per garantire una maggiore stabilità di governo. La questione sollevata più spesso è che, teoricamente, possano anche bastare pochi voti per ottenere il 55% della Camera, ossia, considerati i limitati poteri del nuovo Senato proposto dal Governo Renzi, il controllo del processo legislativo. Il premio di maggioranza è attribuito al partito (non più alla coalizione) che al primo turno vince con il 40%, oppure che ottiene il successo al ballottaggio: è possibile quindi che due formazioni A e B arrivino al secondo turno, avendo rispettivamente il 38% e il 15%, ma che la vittoria finale vada a B, che è riuscito ad aggregare i voti degli oppositori di A. L’effetto è potenzialmente perverso, perché veti e dispetti incrociati potrebbero consegnare il 55% della Camera a una formazione minoritaria. Sono casi di scuola, ma il legislatore deve tenerne conto. E poi, per citare Andreotti, «a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si indovina». Proviamo con un esempio pratico. La media deli ultimi sondaggi elettorali stima al 3 maggio la seguente ripartizione dei voti (più o meno): Pd 36,5%, M5S 20,5%, Lega Nord 14,5%, Forza Italia 12,5%, Sel 4,5%, Fratelli d’Italia 3,5%, Nuovo centrodestra 2,5%, UDC 1,3%. Lo scenario pertanto vedrebbe un ballottaggio tra Pd e M5S, perché nessuno dei due ha il 40%. Se a vincere fosse la formazione animata da Beppe Grillo, il numero di deputati ottenuti col premio di maggioranza sarebbe più del doppio di quelli corrispondenti alla sua reale forza elettorale, dato che al ballottaggio si recano alle urne anche cittadini che in precedenza avevano scelto altre forze politiche.

8) Premio di maggioranza e doppio turno potrebbero avere ripercussioni sui partiti?

Un’altra dinamica favorita dalla legge è la spinta non tanto verso il bipolarismo, quanto, in misura assai maggiore, verso il bipartitismo. Nel primo caso si ha una polarizzazione della vita politica su due sponde, generalmente la destra e la sinistra, come accaduto in Italia tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila (tipo Berlusconi contro Prodi nel 2006). Il bipartitismo, invece, prevede due grandi formazioni capaci di attirare la maggior parte dei consensi elettorali, come nel sistema statunitense. Con l’Italicum la tendenza sembra chiara: il premio di maggioranza è riservato al primo partito, non alla coalizione, cosicché a dominare la Camera con il 55% dei deputati sarà un solo gruppo. Al suo fianco potrebbero esserci partiti più o meno ampi, però pur sempre destinati al ruolo di satelliti comprimari. La formazione vincitrice non avrà teoricamente bisogno di alleati e potrà formare autonomamente il Governo. In questo sta la spinta correttiva del premio di maggioranza, che altera il risultato proporzionale in virtù della stabilità. Il fatto poi che i rimanenti 290 deputati siano attribuiti alle altre forze in proporzione ai voti ottenuti rende gli altri gruppi assai più ridotti della maggioranza, frammentando le opposizioni. La soluzione imposta sarebbe la creazione di due grandi partiti capaci di garantire compattezza al Governo e di evitare dispersioni per le opposizioni, però in Italia il quadro è piuttosto complesso: quale sarebbe il ruolo del M5S, che non aderisce al tradizionale asse destra-sinistra? Come si risolverebbe la presenza di opposizioni contigue (discrepanze interne alla sinistra tra Sel e Pd o interne alla destra tra Forza Italia e Lega)? Potrebbe nascere una sorta di Partito repubblicano statunitense in Italia, analogo e simmetrico al Pd già adesso capace di ambire al 40%? Ecco perché qualcuno sta già parlando di «partito solo al Governo». Consideriamo poi che il controllo della Camera conduce al controllo del processo legislativo, venendo meno in prospettiva il ruolo tradizionale del Senato.

9) Potrebbe esserci un accentramento del potere sui leader di partito?

Mettiamo insieme il tutto e aggiungiamo un altro aspetto: se un solo partito ha il 55% della Camera, ha ancora senso il voto di fiducia? A maggior ragione se si pensa che, presumibilmente, la campagna elettorale vedrà una concentrazione di attenzione non sui partiti in sé, ma sui frontmen, che saranno i rappresentanti delle rispettive compagini e che dovranno avere forza sufficiente per mantenere compatta la maggioranza. Matteo Renzi, per esempio, unendo la leadership del Pd con la presidenza del Consiglio ha il potere per subordinare la vita del partito alla sua permanenza a Palazzo Chigi, sul modello britannico. Se i gruppi Pd in Parlamento non sostengono Renzi, il Governo cade, ma la caduta del Governo presieduto dal segretario conduce anche alla crisi dello schieramento. In sostanza, da avere un partito, una maggioranza, un Presidente e un segretario a non avere più niente. A questo punto – si chiedono i critici – se la ricerca del 40% e il ballottaggio porranno una grande enfasi sui leader dei partiti e se, contando sul premio del 55%, si potrà affidare il Governo a una personalità che sovrappone esecutivo e maggioranza, a cosa servirà il Presidente della Repubblica? E, ancora di più, stiamo andando verso una sorta di premierato o cancellierato di fatto? Su questi argomenti il dibattito è aperto, sia da un punto di vista teorico, sia per quanto riguarda le legittime opinioni politiche. (Beniamino Franceschini)

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