L’inerzialità degli Oscar

Cinema

Ahhhha!, l’impagabile soddisfazione di scrivere attorno a qualcosa che si conosce solo molto, molto approssimativamente nello specifico e su cui però, in generale, si discetta da una vita: la notte degli Oscar 2016; e gli Oscar come microcosmo concettuale, con isole, isolette, atolli, legnacci galleggianti fra le sue glam ma zozze acque – magari, come quello sul quale Kate Winslet ha salva la vita, mentre si ghiaccia per sempre quella di Di Caprio, in Titanic.

La notte degli Oscar 2016, infatti, me la sono persa. D’altronde, so che è come togliere il royal baby a una rivista di gossip, ma il red carpet non m’interessa molto, nonostante non possa riconoscere in esso una perfetta incarnazione dell’oggi: sfilare mostrando la nuova confezione scelta col solo scopo d’essere giudicati e salire, o scendere, nell’umorale bilancino In/Out della Moda (intesa globalmente, in quanto nozione di gusto del momento). Un psicoformat sociale scaturito dal corto circuito creatosi fra il sogno asburgico d’essere la principessa che, camminando, detta il Nuovo che s’imporrà, quasi beatificata dai sudditi; e il capitalistico trionfo dell’apparente sull’essente. Se svolto negli USA, lo psicoformat assume le forme più sinuose che ci siano, perché il ponte fra le relazioni umane e il lavoro, in America, è costruito sulla base di una serie di balli delle debuttanti continui, riti iniziatici senza fine, step da superare, promozioni senza soluzione di continuità: un enduring «Gli esami non finiscono mai». Scendendo un po’ di tono, concluderei a proposito del red carpet affermando con semplicità che il molto probabile profluvio di magnifici esemplari di donna che sa offrire, sul web lo trovo quando voglio.

Allora, Di Caprio ce l’ha fatta! Contenti?! Forse ci sarà un bel coro di sìììììì, uno piccolo di nooooo, uno biblico di chissenefrega (soprattutto dopo, poiché disinteressarsi di cose frivole può apparire poco fine). I riti, con tutti i suoi sottoinsiemi vanno corroborati, di tanto in tanto, spezzandoli: quello che deve vincere da anni e non vince mai è un classico del genere. Tom Cruise, dopo Magnolia, s’è buttato sul muscolare, per uscirne; Newman, gliel’hanno dato prima che morisse giusto giusto perché erano riusciti a trovare un film decente (Il colore dei soldi) che giustificasse quella che fino ad allora era apparsa come una maledizione da non sfatare. Così, Di Caprio l’hanno fatto penare un po’ ma, infine, ha vinto. Come mi ha detto al telefono pochi minuti fa un’amica (colla quale ho condiviso molte notti degli Oscar, fra muffin fatti in casa, caffè a fiumi e commenti random), dopo i ringraziamenti di rito (il rito nel rito del rito…) il buon Leonardo, brandendo la statuetta, non s’è lasciato sfuggire l’occasione di porsi nella folta schiera degli attori intelligenti e sensibili, con qualche dichiarazione del tipo Salviamo le foche canadesi, W la pace del mondo e similia.

E Morricone?! Il nostro e di tutti Ennio Morricone, vero genio della nostra epoca nonostante l’orecchiabilità (è possibile! Pensate a Verdi, Battisti, Lennon). Prima l’Oscar alla carriera (all’Academy avranno pensato: «Se questo schianta e non glielo diamo, è veramente ingiusto anche per gente come noi!»), poi quello per un film. Non ho visto The Hateful Height, perciò non ne conosco il soundtrack; eppure, ho il sospetto che non abbia la caratura di quello di Mission, Il buono, il brutto, il cattivo, Giù la testa, C’era una volta il West, C’era una volta in America, Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Nuovo Cinema Paradiso (il cui tema principale – curiosità – è stato composto dal figlio), Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto! Un po’ come se Silvan, dopo una carriera di carte, Sim sala bim, colombe uscite dalle orecchie e nerissimi parrucchini, venisse consacrato mago per aver gabbato un bimbo orbo sul numero di Gormiti dentro la mano chiusa («Ora, bambino, guardami, guardami, guaaaardami: mano destra… o mano sinistra? Eh?! Eh?!»).

In fondo, con proporzioni e peculiarità diverse, le vittorie di Morricone e Di Caprio hanno qualcosa di simile: sono vittorie inerziali, per cui il flusso stregato che impediva loro di alzare la statuetta non è stato interrotto tanto dalla magniloquenza dell’ennesima prova, ma dall’aver continuato a fare il proprio lavoro fino alla volta in cui, astralmente, non c’era rimasto più niente attorno; Come successe a Scorsese, autore del miglior film per l’Academy con The departed (ottimo film, virile, crudo, per carità; peraltro, nuova versione di una pellicola orientale: ha vinto con una cover!, dopo aver suonato, però, Taxi driver, Toro scatenato, Quei bravi ragazzi, Casinò o Mean streets). Nell’inerzia, Morricone s’è pure preso il lusso di battere il multipremiato John Williams, non innovativo musicalmente come il nostro compositore ma di certo un gigante melodico del soundtrack.

Miglior film: Il caso Spotlight. Non visto, ma annusandolo da lontano sa di film che non mi piacerà, nonostante Michael Keaton e Ruffalo. So che ha permesso a Sugar (non Adelmo Fornaciari, ma il produttore del film) di dire a tutto il mondo che è tempo di proteggere i bambini: un messaggio diretto a Papa Francesco. Coerentemente col tutto, nella Società dello spettacolo lo schieramento forte, la materia spinosa, il messaggio, passano per lo spettacolo stesso. Poi, che abbiamo? Oscar straniero, un film ungherese: o scopriremo che è un capolavoro, o con “film ungherese” s’è già detto tutto. Brie Larson come migliore attrice, non pervenuta, se non in quanto formaggio morbido mista ad un ex bomber svedese con una S in meno ma, in compenso, di colore. Poi, poi… Ah già! Giusto!

Di colore: la polemica sul razzismo che ha pepato l’attesa della kermesse! Negli ultimi due anni o giù di lì, nemmeno un candidato negro (e i gialli? E i maori, i pellerossa? Non se li caca nessuno?). Poco attenti, i coinvolti nella polemica: sono stati concessi Oscar, nell’ultimo decennio suppergiù, del tutto gratuitamente a Denzel Washington (attore molto capace e affascinante, ma il suo ruolo in Training day era ordinaria amministrazione), a Halle Berry (mi riferisco a una gratuità rispetto alle qualità attoriali esposte nel ruolo di Monster’s ball; se però, per quel ruolo, ci riferisce alla quantità di hot pics che ha fornito, l’Oscar se lo merita ad libitum), o a 12 anni schiavo. Insomma, qualche zuccherino è stato gettato! E adesso, che volete?! Non va più bene?! Da sempre, l’Academy award fa quel che vuole, e lo fa orientato da non più di una-due fasce sociali.

Diversamente ma ugualmente al contempo, il Nobel alla letteratura ondeggia fra il monito politico, la carezza al terzo mondo, la retorica del messaggio attuale e, solo contingentemente, la giustizia: mentre Proust, Tolstoj, Musil, Kafka, Gadda sono stati (se ci sono stati) in Svezia solo per la villeggiatura, scrittori come Churchill (il politico, sì) o Jensen («Jensen chi?», direbbe Renzi; ma riguardo alla letteratura, lo direbbe per chiunque, in fondo) ci sono andati per prendersi una bella soddisfazione. La vittoria di Fo (non di Caproni, Ungaretti, Fenoglio, Levi: Fo), ricordo, scandalizzò molti; ha mosso l’indignazione di tutti coloro che i Jensen, però, se li era sorbiti tranquillamente! Almeno, il teatro di Fo è stato rappresentato in tutto il mondo, no?! Ma si sa, un italiano che non è di tutti, è un italiano a metà, perciò divide e perciò dividerà. Talvolta, un Eliot, un Pirandello, un Pinter hanno rimesso le cose a posto, così come tornando agli Oscar tutti noi ora pensiamo a Morricone dicendoci che se lo meritava. Inconsapevole di seguirlo (e ovviamente ha fatto bene!), il Maestro, secondo il rito commovente del FINALMENTE, ha dedicato alla moglie il premio: famiglia Morricone, io vi amo. Fa sognare anche me, il sogno pubblico che adesso e per altri due giorni incarnerete. Però, io v’amavo da prima e m’indignavo – perché gli Oscar, i Nobel, si screditano da soli; ma danno soldi veri e fama vera! – per le mancate vittorie e candidature! Molto meglio che ‘sti due minuti di (pur celeste) tenerezza. (Lu Po)

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