IL VERO COLORE DELLA PERSONA DI COLORE

Oscenità varie

Prima di lasciare il meritato spazio alle incantevoli immagini che compongono come un bouquet floreale il meglio del politically uncorrect spicciolo sui negri, butto giù due parole che le introducano. Come commentarle, se non affermando che oggi come oggi una risata sguaiata e sincera – di pancia (non del paese, per una volta) – la si fa nel modo in cui la si è sempre fatta? Ovvero, trasgredendo un pochino, come un pizzicotto dato per scherzo: può anche far male, ma per lo spazio di un secondo; si vuole provocare, stando in amicizia, non di più. Insomma, un’astrazione (di quelle che guidano, dietro il parafulmine delle cose, il mondo) che veglia maternamente fra conscio e inconscio collettivo, sta nel salutare saltuario salto verso ciò che non si dovrebbe fare, dire e così via; il che dona un senso di libertà, allegria e, cosa che non fa mai male ma spesso è ben più di un pizzicotto, può anche smuovere valutazioni troppo irrigidite dalle convenzioni.

Un pensiero di per sé banale e noto a tutti. L’unica osservazione al riguardo, è che nell’attualità ha seguito diligentemente l’andazzo generale: così come il Mercato da più di duecento anni, il sesso e le relazioni amicali da un ventennio e poco più, anche quella tenera trasgressione alle regole che provoca la risata di taluni e l’indignazione di altri si è fatta più aerea, virtualizzata e virtuale: ha trovato nuovo habitat nel linguaggio, nel cattivismo semi-clandestino, in quel repertorio che, insomma, è meglio a volte dire e a volte no (perché la virtualizzazione, la rarefazione, impone le stesse leggi del Mercato: non una morale ma il contesto, rendono giusta o meno una cosa). Più facilmente, in un generico tempo fa, essa risiedeva nel pronunciare una parolaccia in tv; nel non seguire una regola a scuola; oggi, tronfi delle tante conquiste civili, queste cose non ci fanno nessun effetto. Per trasgredire bisogna alzare il tappeto occidentale e vedere quanta polvere è stata nascosta, col fine d’ottenere ufficialmente il salotto pulito: la realtà è linda, libera, perciò non genera trasgressione; ma la realtà del pensiero e delle sue correnti, lo è molto di meno, ed è lì – sotto il tappeto – che bisogna curiosare.

Prendiamo le persone di colore; nonostante le difficoltà che ancora incontrano, sono parte integrante ed integrata dell’Occidente; sono campioni sportivi, musicisti, addirittura presidenti degli States: sul rush finale, il negro ha superato la donna! Battendo la Clinton, Obama ha assicurato alla sua abbronzatura (cit.) la de-discriminazione per eccellenza precedendo il gentil sesso. Insomma, la civilizzazione vince e le stesse guerre, solo in alcuni casi si combattono ancora fra uomini (e infatti, disabituati, siamo in difficoltà, in quei casi), altrimenti è roba di bottoni dentro segrete stanze. Perciò, il contrappeso necessario a questa apparente vittoria, il prezzo della libertà acquisita, è toglierla alla parte inconscia dell’essere umano, che è molto più lenta delle civilizzazioni in provetta: attraverso quella parte di sé, l’uomo griderebbe ancora negro di merda!, sporco ebreo e così via, ma gli viene detto che non lo deve fare più, per stare al passo col risultato – per fortuna anche reale, ma purtroppo mai del tutto – di una vittoria civile. Perciò, quella parte, nata insieme a una discriminazione prima approvata da tutti e trovatasi politicamente scorretta nell’arco di cinquanta anni ‒ «Ma come! Ti giri un attimo, e i negri non sono più esseri inferiori?!» ‒ o diventa aberrazione da condannare (chi urla negro di merda pensandolo davvero) o migra, e si trasforma in trasgressione: in quel pizzicotto, che non fa male ma smuove, fa ridere, o fastidio. Perché chi ci ride, sa perfettamente di essere una persona quanto una persona di colore e viceversa; che semmai è persona di colore, una definizione che contraddice la civilizzazione di cui sarebbe vessillo; che fa bene, benissimo, scherzare su queste cose, perché è l’unico modo di liberarle veramente: non sembra importante ma le sbirciatine sane o, per contro, l’ottuso divieto di guardare sotto il tappeto, sono il motore emotivo (e perciò quintessenziale) del mondo. Purtroppo, chi ci ride sa probabilmente anche che una vera liberazione ‒ quella per cui negro non dovrebbe voler significare un’offesa di default ‒ è troppo detonante, sfuggirebbe dalle mani, ed è quindi destinata a restare di nicchia: elitaria; con tutto il seguito poco simpatico che si trascina questo termine (tanto per ricadere nello stesso tranello!). (Lu Po)

 

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