L’epopea di Michelle Ferrari

Storia e attualità

Il pecoreccio che è in me, assopito con un fiasco di Xanax per l’occasione, mi ha permesso di non scrivere Epoppea nel titolo (ma, in quanto termine meno congruo, per l’occasione, di fenomenologia o analisi, ne è rimasta indelebile traccia). Cristina Ricci, al secolo Michelle Ferrari, pseudonimo quasi quintessenziale nel repertorio porno: spezzina, sveglia, esplosiva, un unico blocco d’affermazione femminile assieme alla madre scrittrice e alla sorella con le quali condivide le scelte e un agriturismo, dove la immaginiamo già ritirarsi a carriera finita – quando l’unico set rimarrà la vita, che saprà sfruttare a dovere, gioiosa e spigliata come sempre. Dalle interviste appare intelligente, non vittima di percorsi rocamboleschi, e senza farlo pesare troppo; il che denota un acume reale e non di facciata, goffo- vizio tipico di molte pornostar schiacciate dal peso del ruolo sociale assunto.

I capelli preferibilmente biondissimi, e fini (aguzzi, verrebbe da dire), il viso spigoloso e quasi androgino, da serpente; su una coscia, un curioso e ampio neo marrone scuro, che la rende riconoscibile anche se mascherata – come era, in fiore, al suo esordio: un video che non ho più trovato – neo che incarna un vero e proprio marchio di fabbrica perché, anche in azione, di lei si capta subito l’anima da imprenditrice. Non a caso la trovo fuori luogo nei ruoli più passivi: legata, ad esempio, per obbligo e non per gioco; mentre è perfettamente a suo agio come poliziotta, ragazza scaltra che scopre il mondo, donna che prende l’iniziativa.

Michelle Ferrari non trasmette l’aura di predestinazione di Selen, la mascolinità prestazionale di Venere Bianca o l’inquietante assenza-presenza dell’iconica Moana Pozzi; la sua performance tipica è di buon valore, non trascina eccessivamente né è particolarmente originale, ma ha dalla sua un corpo bello e vero – credo, o così voglio credere, che anche il seno sia naturale, e di certo lo è stato nelle sue opere migliori  – di donna tonica ma quanto basta, grazie alla ginnastica di cui ha fatto una professione, che modella il corpo in un modo molto diverso, rispetto ad altre forme di attività fisica: un modo, appunto, più affine alla Natura. Trasmette dunque una specie di comfort nell’abitare se stessa, una sessualità educata prima dal piacere, che dalla deformazione lavorativa.

Un tratto in particolare da sempre mi ha colpito, quel tratto per cui riveste ai miei occhi un’attualità: la bocca molto sottile, che rende definitive l’androginia e la spigolosità del viso. Quando accoglie fra le labbra l’inevitabile esito di una scena porno, l’effetto che se ne trae non è incamerato, come al solito, da un rimando inconscio al sesso femminile, reinterpretato da bocche carnose o addirittura omaggianti i fratelli Montgolfier; quella di Michelle Ferrari richiama invece una serratura stretta, una fessura, quasi come quelle dei distributori automatici di sigarette, quando bisogna infilarci (per un lasso di tempo ogni volta incomprensibile) la tessera sanitaria. Un antro introflesso nel volume – a conferma dell’attitudine per un ruolo attivo: è lei a portare a sé l’alterum – che ne avvalora la presenza da ragazza sana, di quelle che hanno vissuto l’infanzia in campagna e, al contempo, qualcosa di robotico, automatico: un cyborg di Blade Runner sfuggito all’esistenzialismo, che abbia colto il lato gaudente dell’inumanità. (Lu po)

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