LE PILLOLE DI DIRT : Il Wall of sound da Phil Spector ai Destruction Unit

Musica

È uno schiaffo fortissimo in faccia, come sempre; eppure, avresti dovuto saperlo.
È così: che figata, ti dici, tutto esaltato, c’è un nuovo disco dei Destruction Unit, roba grossa; in un gesto automatico, da catena di montaggio, alzi il volume dell’impianto, è un’estensione naturale della tua scimmia di ascoltare quel disco. Attimi di bisbigli e suoni sinistri, un esercito di chitarre pronte a ruggire, in lontananza. E poi…BAM! In faccia ti si spalma un Muro del Suono degno del miglior Phil Spector.
Lo conoscete, vero? È stato uno dei produttori più innovativi e folli che siano mai esistiti, contribuendo al successo di numerosi dischi, dalle Ronettes (di cui lui sposò un terzo, Veronica Bennett) ai Ramones, passando per i Beatles e tanta altra bella gente, minacciata a colpi di avvertimento e punizioni da ergastolo dentro i suoi enormi studi a NY. Eh si, perché il nostro era fuori come le campane, che avesse un’attrazione particolare per le pistole e che alzasse un po’ troppo il gomito, ma anche le mani sulla sua povera ex-moglie.
È noto ai più l’episodio grottesco che vide coinvolti i Ramones, nell’80, durante le registrazioni di End of the Century (il Disco Pop della band, spernacchiato da puristi e fan della prima ora), sessioni già di loro estenuanti, rese una vera e propria fatica erculea dalla presenza di uno Spector fuori di sé, in preda alla cocaina e con un colpo sempre in canna: gli pseudo-fratelli si ritrovarono in balia della maniacalità e dello stakanovismo rasente la follia che il buon Phil portava tutti i santi giorni in studio, costringendo la band a provare fino a notte inoltrata e chiudendo le uscite di sicurezza degli studi con travi, lucchetti e guardie del corpo. Un incubo, ma questa è un’altra storia.
Il Wall of Sound era, dicevamo, un metodo di registrazione che Spector applicava ai suoi lavori, già dai primi anni ’60, e che consisteva di fatto in un’aggiunta di elementi orchestrali ai soliti batteria-basso-chitarra volta a rendere il suono più denso e riverberato, più magniloquente ed epico, ottimo per la riproduzione in AM e sui jukebox di allora, molto spesso anche stratificando le voci, le chitarre e così via.
Da quei gloriosi anni, in cui un brano di Tina & Ike Turner poteva sembrare una piccola composizione wagneriana, ci siamo spostati tra i suoni eterei dei ’70 e quelli più massicci del metal, quelli sintetici e secchi degli ’80 fino allo shoegaze, ai rumorismi, alla stratificazione quasi maniacale, per non far torto al folle padrino di questa tecnica, mutevole però nel tempo.
I Destruction Unit da Memphis possono aggiungersi a quella schiera di maniaci del suono, laddove però la cura per la moltiplicazione dei canali sonori e delle sensazioni auree vanno alle barbe, lasciando spazio a tanto caos, a tanta voglia di fare casino. Che è quella poi la spina dorsale del garage, del Do it Yourself, dalla polvere che vola via dagli ampli al primo accordo in uno sgabuzzino semivuoto ed oscuro in cui i nostri agitano le sei corde al cielo; “Non siamo di certo i più rumorosi, ma cerchiamo di fare il nostro meglio”, come c’è scritto nelle note del loro precedente lavoro, Deep Trip (2013). Certamente, non deludono nemmeno con questo Negative Feedback Resistor, una battaglia cavalleresca tra gli Stooges ed i Black Sabbath in una caverna piena di acidi lisergici, un vero e proprio invito a svuotarsi di tutta la tensione e di bruciarla al suono di decine di chitarre distorte.
Il tutto però si muove con ordine, in un’atmosfera da Selvaggio West del Postatomico, con cowboy infernali e destrieri neri come la pece; bocche di fuoco che nascono dai cespugli, chitarre lap steel troppo consumate al caldo di un sole che non lascia scampo, in un deserto di anime perse, voci lontane, scheletri. Da Spector agli spettri, il passo è breve.
Lo schiaffone che, forse, avresti dovuto aspettarti. (Tommaso Bonaiuti).

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