Le mani sulla testa: la morte di Ilaria Alpi – 2a parte

Storia e attualità

I due corpi sono caricati scomposti nel retro di un furgone, come carcasse.
Tirati su da braccia stanche, abituate alla morte, ai cadaveri lasciati al suolo dalla guerra civile.
La vediamo così la quotidianità di Mogadiscio; irreale e assurda.
Un disegno incastrato dentro la televisione la rende tangibile; un mondo distante ci scoppia davanti agli occhi.
I corpi di Ilaria e Miran sono ancora caldi mentre vengono portati al Porto vecchio: lui è morto, lei ha ancora un soffio flebile di vita addosso.
Sballottolano ad ogni buca, nemmeno la strada sembra avere pietà di loro.

I PRIMI MINUTI DOPO LA SPARATORIA:

Il primo ad arrivare sul posto, davanti all’hotel Amana, è Giancarlo Marocchino, un imprenditore italiano residente a Mogadiscio da anni, molto conosciuto da europei e giornalisti di passaggio nella capitale somala.
Un personaggio misterioso; i suoi movimenti in Somalia sono ben lontani dalla trasparenza e più volte hanno incrociato le strade del SISMI.
L’imprenditore contatta le poche forze militari italiane ancora presenti nella capitale;  incredibilmente nessuno può venire a prendere i corpi, nonostante il comando italiano disti solo 800 metri dall’Amana.
Via radio Marocchino trova un compromesso e porta Ilaria e Miran al Porto Vecchio; con l’aiuto della scorta (il suo “piccolo esercito somalo”) li carica nella sua Jeep e si dirige al molo, dove un elicottero partito dalla nave militare “Garibaldi” atterra per raggiungerli.
Il medico di bordo arriva in tempo per sentire la giornalista esalare gli ultimi respiri.
Ilaria Alpi muore nel Porto vecchio di Mogadiscio a 33 anni.

LE PRIME TESTIMONIANZE:

Nonostante i media siano accorsi immediatamente all’Amana ed inizino a filmare pochi minuti dopo il duplice omicidio, il caos domina le varie testimonianze dei presenti sul luogo del delitto.
La guardia del corpo di Ilaria dichiara alla televisione svizzera di essere stato il primo a fare fuoco, appena la macchina ha tagliato loro la strada, salvo poi cambiare versione quasi subito.
Ahmes Hassan, il portiere dell’Amana, sostiene di aver visto oltre alla Land Rover anche una berlina bianca coinvolta nella sparatoria.
Di tutto, di più.
La sensazione predominante è quella di un’azione disturbante sulla scena dell’agguato, compiuta per gettare nella confusione totale tutti gli elementi in grado di portare ad una ricostruzione attendibile e precisa dell’omicidio.
Molti testimoni vanno volontariamente davanti alle telecamere, rilasciando dichiarazioni contraddittorie e lacunose che rendono ardua la distinzione tra la realtà e la pura invenzione.

GLI OGGETTI SCOMPARSI:

Poche ore dopo l’omicidio, Giovanni Porzio di Panorama e Gabriella Simoni di Studio Aperto (due colleghi della Alpi) si recano nelle stanze di Ilaria e Miran al Sahafi hotel per prendere i loro oggetti e consegnarli alla nave “Garibaldi”.
Svolgono da bravi giornalisti il loro lavoro: filmano tutto, dall’entrata all’hotel fino ai particolari degli effetti delle due vittime: le valigie, i documenti, le videocassette ed i sei block notes di Ilaria, dove abitualmente appuntava tutti i dettagli delle inchieste e dei servizi per il TG3.
Il materiale finisce in 12 buste sulle quali vengono applicati, come da procedura, i sigilli.
Gli oggetti personali, insieme alle salme, atterrano in Italia con un aereo militare, ma qualcosa non torna.
Non si trovano quattro taccuini di Ilaria; in più alcuni dei sigilli sono stati strappati.
Mancano all’appello anche una parte delle videocassette di Miran: della fondamentale intervista di oltre due ore al sultano del Bosaso rimangono appena 30 minuti di girato.

IL TERRENO FANGOSO DELLE INDAGINI:

Roma, Torre Annunziata, Latina, Udine, Torino, Milano, Asti, Brescia, La Spezia e Perugia.
Le procure di queste dieci città hanno aperto inchieste sul caso Alpi/Hrovatin in questi ultimi anni; un numero enorme, che avrebbe dovuto garantire lo snocciolarsi chirurgico di una verità giudiziaria. Ma, tra le archiviazioni, l’ instabilità nello svolgimento delle indagini e centinaia di faldoni di testimonianze, il caso si arena in una matassa impossibile da sbrogliare.
Il sostituto procuratore Giuseppe Pititto, uno tra i pochi a prendere di petto il caso, fa riesumare il corpo di Ilaria per effettuare la perizia balistica sulla dinamica dello sparo.
Un’autopsia che assurdamente non venne effettuata con l’arrivo delle salme in Italia nel marzo del 1994.
Le perizie del giugno 1996 e del novembre 1997 confermano, senza dubbio alcuno, la tesi dell’esecuzione:
Ilaria Alpi è morta per un colpo di pistola sparato a bruciapelo, quasi a contatto con la pelle; la teoria dell’agguato casuale a distanza eseguito con un kalashinkov, non è compatibile con il risultato delle analisi autoptiche e balistiche.
Gli assassini sono scesi dalla loro Land Rover, si sono avvicinati a piedi alla Toyota ed hanno esploso i colpi a pochi centimetri mirando alla testa. Un proiettile al cranio per entrambi.
Le indagini iniziano a fare luce sulle numerose ombre legate all’omicidio,  ma vengono interrotte improvvisamente.
Il procuratore capo di Roma, Salvatore Vecchione, senza fornire nessuna motivazione valida, toglie il caso a Giuseppe Pititto, affidando il fascicolo ad un sostituto.
Il tutto 48 ore prima dell’arrivo di due testimoni chiave; l’autista e la guardia del corpo di Ilaria, la cui presenza era stata fortemente voluta da Pititto in collaborazione con la Digos di Udine.
Quando il caso Alpi/Hrovatin sembra arrivare ad una svolta, il fuoco dell’indagine viene spento con una rapidità ed un’efficienza militare.
La verità sul duplice omicidio di Mogadiscio, ma soprattutto sulle motivazioni ed i mandanti, è continuamente ostacolata: depistaggi, false testimonianze e, soprattutto, un’ aria plumbea e melmosa calata sull’intero caso in modo forzoso; una coltre tagliata con il coltello tra i denti da poche ma decisissime persone, tra le quali, i giornalisti Barbara Scarazzoli e Luciano Scalettari, i genitori di Ilaria Alpi e Mariangela Gritta Grainer, presidente della commissione sulla cooperazione allo sviluppo.
Chi, all’interno delle procure, vuole andare avanti seriamente sul caso, lo fa quasi in sordina, di soppiatto, temendo la sorte toccata a Giuseppe Pititto.
Con lo scorrere del tempo le “verità nascoste” dell’omicidio Alpi/Hrovatin diventano rumorose, enormi.
La pista seguita da Ilaria sulla mala-cooperazione, sulla Shifco e sui traffici illeciti di armi e rifiuti tossici è così estesa e documentata da rendere impossibile darle un misero ruolo marginale.
Dal 1997 invece, l’unico risultato raggiunto dalla magistratura sul caso Alpi è creare un capro espiatorio; Hashi Omar Hassan.
Venuto inizialmente in Italia per testimoniare sulle violenze perpetrate dai militari del contingente italiano in Somalia durante l’operazione ONU “Restore Hope”, viene accusato di essere l’assassino di Ilaria Alpi dopo il riconoscimento fatto da due testimoni: l’autista della Toyota Abdi Said e Ali Rahge Ahmed, detto “Gelle”.
Nonostante le dichiarazioni di Said e Ahmed contrastino nettamente con alcuni particolari del materiale audiovisivo filmato nei primissimi minuti seguenti all’agguato, alla fine del processo, il 26 giugno del 2002, Hassan viene condannato a 26 anni di reclusione.
Il 18 marzo 2010 il gip Silvestri della procura di Roma dispone l’imputazione coatta per il reato di calunnia a “Gelle”, il principale accusatore di Hassan.
Mohammed Abdi Said, il secondo testimone, è deceduto e non potrà più fornire chiarimenti sulle dinamiche dell’omicidio.

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA:

Il 21 gennaio del 2004 viene costituita la commissione di inchiesta sul caso Alpi/Hrovatin.
Il presidente eletto a capo della CP è Carlo Taormina, deputato di Forza Italia dal 2001 al 2006 ed avvocato molto noto nello stivale per aver fatto parte della difesa in processi storici italiani; tra questi la strage di Ustica, l’eccidio delle Fosse Ardeatine e l’omicidio di Cogne.
Il risultato, dopo due anni dall’inizio dei lavori, è sconcertante.
La commissione conclude l’inchiesta con tre relazioni, una approvata a maggioranza e due di minoranza.
Secondo la relazione di maggioranza di Carlo Taormina, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono caduti in un agguato “casuale”; la teoria dell’ “esecuzione” viene smentita da un ennesimo esame balistico.
I colpi di arma da fuoco non sono stati sparati a bruciapelo, ma da una distanza di almeno venti metri.
Ilaria e Miran sono stati uccisi durante una rapina e non stavano lavorando, erano in vacanza”(1).
Con questa frase Carlo Taormina liquida anni di indagini, di inchieste e di perizie balistiche certificate.
Difficile capire allora perchè dall’interno della Toyota non mancavano gli oggetti personali di Ilaria e Miran, per esempio i telefoni satellitari, un bottino preziosissimo in un paese come la Somalia dei primi anni 90.
Che dire poi della “magica sparizione” dei quattro taccuini della Alpi e delle videocassette di Hrovatin?
E i sigilli strappati?
Per quale motivo il primissimo referto medico sul corpo di Ilaria (che conferma la tesi dello sparo a bruciapelo) stilato sulla nave militare “Garibaldi” è scomparso durante il viaggio delle salme dalla Somalia all’Italia nel marzo del 1994 per poi riapparire nel 2004 dopo dieci anni dall’omicidio?
Una casualità, una coincidenza.
Ma a colpire è soprattutto l’accusa di depistaggio fatta da Carlo Taormina nei confronti di tutti quei giornalisti che hanno cercato di raggiungere una verità storica ed oggettiva, facendo un irto percorso ad ostacoli tra veri depistaggi, bocche cucite ed il silenzio di esercito e servizi segreti, autori di un immobilismo snervante, in un’indagine già funestata da colpi e contraccolpi processuali.
Dopo più di 10 anni si torna al punto di partenza.
Un magma mefitico allevato e nutrito dalla scellerata connivenza tra politica, servizi segreti, faccendieri, speculatori economici, malavita organizzata e pezzi della struttura ecclesiastica e militare, ha segnato la sorte dell’ “Italia nuova” nata nell’alba della prima repubblica, falciando un gran numero di vite.
Sono passati 21 anni dall’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Quanti sono 21 anni senza una verità definitiva?
Sono tanti anche per una nazione vaccinata a dovere da 60 anni di silenzi imbarazzanti, le uniche spiegazioni date per giustificare gli episodi bui di una nazione bastonata dai troppi misteri di stato irrisolti;  punti interrogativi scolpiti nel tempo.
Perchè allora continuare a parlare dell’omicidio di Ilaria Alpi, della tragedia del Moby Prince, di Ustica, dell’Italicus e della strage alla stazione di Bologna, se il percorso verso una verità processuale oggettiva è bloccata e ci abbandona a metà strada con un pugno di mosche in mano?
Perchè, per quanto sia questo un concetto banale, l’unica cosa che possiamo fare è marchiare a fuoco nella memoria collettiva questi eventi e rifiutarci di credere che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin siano stati uccisi casualmente, mentre scorrazzavano con un pick up in vacanza nelle vie di Mogadiscio.

Note:
(1) Intervista rilasciata da Carlo Taormina al Secolo XIX il 5 settembre 2012.

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