Le mani sulla testa: Ilaria Alpi – 1a parte

Storia e attualità

Le mani sulla testa, chiudendo gli occhi.
Sperando in qualcosa, in qualcuno, magari in dio.
Oppure niente di tutto questo.
Solo un riflesso, un gesto automatico di difesa; l’istinto che, senza nemmeno darti il tempo di pensare, prova a salvarti.
Un’ultima occhiata a Miran a pochi centimetri dai suoi occhi, mentre, dopo un sussulto improvviso, adagia il capo di lato, sgonfio.
Le orecchie fischiano per il colpo.
È il suo turno ora.
L ‘interno dell’abitacolo si stringe, fino a diventare una buca, coperta da un’ombra.
Eccole quindi le mani sulla testa, con il respiro corto nell’attesa.

Chissà cosa passò nella mente di Ilaria Alpi in quegli ultimi secondi di vita, prima di essere freddata sul sedile posteriore di una Toyota il 20 marzo del 1994, nella zona nord di Mogadiscio.

LA SOMALIA DEI PRIMI ANNI 90

In quegli anni la Somalia è una terra di nessuno, funestata e tenuta per il collo dai fantomatici “signori della guerra”. Un’impennata di violenza iniziata con la caduta del duro regime di Siad Barre nel 1991 e sfociata nella sanguinosa lotta per la supremazia territoriale e governativa, combattuta tra le milizie di Mohammed Farah Aidid ed Ali Mahdi Mohamed.
Uno scontro che divide la capitale somala in due parti attraverso la famigerata “
Linea Verde”:il nord di Ali Mahdi ed il sud di Aidid.
Per sedare il caos, nel 1992 l’ONU da inizio all’operazione “Restore Hope”, comandata dall’esercito statunitense ed affiancata da vari paesi: tra i questi l’Italia.
Dopo un anno il contingente, impossibilitato a gestire questa enorme pentola a pressione, pone fine alla missione ed inizia a programmare il ritiro delle truppe.

L’ARRIVO IN SOMALIA DI ILARIA ALPI E MIRAN HROVATIN

In questo preciso scenario Ilaria Alpi e Miran Hrovatin atterrarono a Mogadiscio il 12 marzo del 1994 come inviati “dal fronte” per il TG3.
Niente di nuovo per loro: Ilaria conosceva bene la Somalia (visitata più volte dal 1992 e durante l’apogeo della guerra civile come corrispondente sul campo, grazie anche alla sua ottima conoscenza della lingua araba), Miran, esperto fotografo e cameraman, aveva molta esperienza lavorativa nelle zone di conflitto bellico.
Ma i due non erano nel corno d’Africa esclusivamente per portare nelle televisioni italiane la guerra civile somala; c’era dell’altro.
La giornalista da tempo aveva iniziato a seguire un’indagine, una pista partita da lontano ed incrociata con un binario sotterraneo scovato nell’Est Europa.
Un tragitto fantasma che aveva come capolinea la Somalia.
Il 16 marzo la Alpi e Hrovatin, armati di telecamera e microfono, lasciarono la capitale e partirono per la città di Bosaso, nel nord est Somalo.
Cosa andavano a fare a quasi 1400 km da Mogadiscio?
Sono lontani da tutti i legami sviluppati negli anni di lavoro in Somalia, dai colleghi delle altre emittenti televisive e dalla sicurezza di un posto immerso nella guerra ma pur sempre familiare.
Ilaria e Miran vanno a fiutare l’aria e ad intervistare Abdullahi Bogor Muse, il sultano del Bosaso, città affacciata sul golfo di Eden e, soprattutto, principale porto della Somalia.
Girano strane e numerose voci sul contenuto e sui traffici illeciti dei mercantili che attraccano nei moli cittadini:
armi, scorie radioattive e rifiuti tossici; parole in grado di far drizzare le orecchie ad una “giornalista giornalista”, come diceva il caporedattore a Giancarlo Siani in “Fortapasc”.
Ilaria Alpi è a Bosaso proprio per questo: dare una forma a queste voci e rendere il “tragitto fantasma” qualcosa di reale.

I LEGAMI TRA ITALIA E SOMALIA

All’inizio degli anni 90 c’è una linea che parte dallo stivale per arrivare in Somalia; quella della cooperazione italo-somala: miliardi mandati da Roma per aiutare la popolazione africana messa in ginocchio prima dal regime di Siad Barre e poi dalla guerra civile.
A gestire gran parte dei fondi italiani sono politici come Pillitteri e Bearzi, ovvero il presidente ed il segretario generale della Camera di Commercio Italo-Somala.
Entrambi sono stretti collaboratori di Bettino Craxi, che con il suo P.S.I. sta passando dall’apice consensuale del 1989/1992 al terremoto di “Mani Pulite”.
Tra le numerose inchieste della magistratura ed i molti avvisi di garanzia di “Tangentopoli”, uno riguarda proprio il già citato Paolo Pillitteri (ex sindaco di Milano), indagato per corruzione a causa della poco trasparente gestione economica dei fondi per la cooperazione Italo-Somala.
La linea di contatto tra i due paesi non finisce qui; esce dalle sedi istituzionali per entrare in quelle commerciali, in particolare nel settore marittimo.

SHIFCO:

La Shifco è una flotta di pescherecci nata nel 1983 e composta da navi italiane donate alla Somalia attraverso il dipartimento della cooperazione.
Il ruolo effettivo ricoperto da questa flotta non è molto chiaro… dovrebbero portare pesce dall’Africa all’Europa, ma da un rapporto del SISDE si scopre, durante il 1993, la presenza nel porto di Livorno di una nave della Shifco carica di armi diretta in Somalia e proveniente dalla Jugoslavia.
Il “capitano” del peschereccio è Omar Said Mugne, un ingegnere somalo laureato a Bologna, rappresentante di spicco dell’ “Enfais”, ente legato alla cooperazione tra Somalia ed estero. Il SISDE lo scheda come sospetto trafficante d’armi.
I collegamenti tra Italia e Somalia nei primi anni 90 si snodano in rapporti continui e, ufficialmente, istituzionalizzati tramite l’asse della cooperazione. Ma sono legami le cui dinamiche appaiono talvolta poco chiare, sicuramente non cristalline.

I SEI GIORNI A BOSASO

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin passarono quei fatidici quattro giorni a Bosaso per un motivo; andare a fondo sul traffico d’armi e sullo smaltimento di scorie radioattive e rifiuti tossici.
La pista portava direttamente là, nei meandri del porto.
Le risposte del sultano Muse quindi, avrebbero potuto far luce su questo enorme cono d’ombra.
Il soggiorno a Bosaso dei due italiani si protrasse più del previsto ed il 20 marzo, dopo poco meno di una settimana dalla loro partenza, tornarono nella capitale Somala con una lunga ed importante intervista (più di due ore) a Abdullahi Bogor Muse, registrata da Miran in varie videocassette.
È a Mogadiscio che si consuma l’ultimo atto delle vite di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

LE ULTIME ORE

Arrivata all’ l’hotel Sahafi, Ilaria sale nella sua stanza, fa una doccia, si cambia, scende nella hall e fa due chiamate con il telefono satellitare: la prima alla madre, la seconda alla redazione del TG3, dove parla con Flavio Fusi, in procinto di preparare l’edizione delle 14.20.
Queste furono le frasi dette della Alpi al suo collega:
Scusa, non posso dirti nulla al telefono. Però ho delle cose grosse, veramente grosse. Importanti”.
Passati pochi minuti arriva una telefonata per Ilaria.
I dettagli della discussione sono sconosciuti, come il nome della persona all’altro lato della cornetta, ma il contenuto del dialogo è tale da far partire istantaneamente lei e Miran verso l’Hotel Amana nell’area nord di Mogadiscio.
Secondo la testimonianza dell’autista di Ilaria lo scopo del viaggio verso la zona settentrionale della capitale era rintracciare il corrispondente dell’ANSA Remigio Benni; ma questo preciso particolare è circondato da contorni fumosi, poco chiari e non confermabili.
La Alpi poche ore dopo deve fare la diretta televisiva con il TG3 per la quale ha appena richiesto il collegamento satellitare, quindi il motivo della visita all’Amana non è certamente futile. Non si fanno giri a vuoto all’interno di una città distrutta dalla guerra civile senza un motivo preciso… questa regola Ilaria e Miran la conoscono alla perfezione.
Per raggiungere la parte settentrionale della città salgono sopra un pick up della Toyota, accompagnati da una guardia del corpo e da un’autista, entrambi somali ed armati.
Lasciano il Sahafi e superano la “Linea Verde”, percorso obbligatorio per arrivare all’ Amana.
Il mistero avvolge i minuti trascorsi all’interno dell’hotel.
Una volta usciti montano nuovamente sulla Toyota; l’autista accende il motore, ingrana la marcia e parte.
Dietro di loro, ferma davanti all’albergo, sosta un’altra macchina, una Land Rover blu con una targa degli Emirati Arabi Uniti. Al suo interno sono seduti sette uomini, calmi e silenziosi, con pistole e fucili in mano.
Da questo momento succede tutto rapidamente.
La macchina blu si accoda alla Toyota e dopo poche centinaia di metri la supera tagliandole la strada.
L’autista del pick up di Ilaria e Miran frena di colpo e fa retromarcia cercando di scappare, ma si blocca contro un muro.
Dalla Land Rover scendono due uomini. Uno di loro si avvicina ed alza il braccio stringendo una pistola.
Spara due colpi; il primo alla testa di Miran seduto davanti, sul lato passeggero.
Il secondo alla nuca di Ilaria, china con le mani sulla testa per proteggersi, rannicchiata sul sedile posteriore.
L’uomo rimonta a bordo della Land Rover e va via; l’autista e la guardia del corpo rimangono illesi.
Lo scenario presente sul luogo del delitto è quello di un’ esecuzione.
Veloce, programmata e spietata.

 

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