Le 15 power ballad per cui vale la pena vivere

Musica

Fai uno sforzo d’immaginazione: sono appena finiti gli anni ’80, sei un adolescente, hai un giradischi, Don’t Cry dei Guns’n’Roses a volume mille, che ti dona la corroborante sensazione d’avere i capelli lunghi al posto dei brufoli, d’essere bello e maledettamente affascinante.

Suonano alla porta, vai a vedere chi è e impallidisci. Ti sono venuti a trovare i tuoi amici duri, che ascoltano il black metal e schifano tutto il resto. Si parla di un’epoca maledetta in cui gli amici te li trovi davanti alla porta, così, senza avvertire nei gruppi di WhatsApp. Fai una derapata che nemmeno Biaggi per andare a cambiare disco, interrompere il sogno, tornare ai brufoli e all’odio, un quarto di secondo per nascondere il disco, un altro quarto per scegliere gli Obituary di Cause of death, che non saranno black ma di sicuro sono cattivi, poi apri la porta e fai il disinvolto. Quanto è importante farsi accettare quando hai meno di 17 anni? È tutto.

Ma io non sono mai stato così. Io amavo le band che portavano i pantacollant fucsia con le mutande pellate, le giacche di alce con le frange e il cappello da cowboy con la bandana sotto, il jeans emostatico ed i capelli talmente laccati da essere i principali indiziati per l’innalzamento della temperatura globale. Amavo i dischi in cui c’erano almeno due power ballad, una per lato, che mi facevano sognare la tipa che mi diceva che ero un caro amico e nulla più.

Il lento del metal, il mio guilty pleasure. Il piacere proibito di tanti che oggi fingono di aver ascoltato da sempre i Fugazi o i My Bloody Valentine e invece pagheresti per fare la seduta spiritica ed evocarli in prima superiore, mentre cantavano Always di Bon Jovi con un tale trasporto visto solo ad alcuni funerali in Sicilia.
Quei pezzi che iniziavano con la chitarra acustica o il piano, con un giro gettonatissimo di sol/do per poi approdare alla rullata trattu tututu tsh col piatto bagnato di pioggia, al la minore distorto, all’assolo e ai controcanti a sei voci. Quelli coi quali riempivi le cassette da 90 e che andavano bene per tutti i tipi di fallimenti, ma anche per le vittorie, che spaventavano chi non ci era abituato.

Vi allego una playlist che vi farà tornare orgogliosamente sfigati in dieci secondi.
(Simone Stefanini)

“Never Say Goodbye” – Bon Jovi

“House Of Pain” – Faster Pussycat

“I Remember You” – Skid Row

“Home Sweet Home” – Motley Crue

“Every Rose Has Its Thorne” – Poison

“Don’t Know What You Got” – Cinderella

“Carrie” – Europe

“Only My Heart Talkin” – Alice Cooper

“Close My Eyes Forever” – Lita Ford & Ozzy Osbourne

“Love Bites” – Def Leppard

“Patience” – Guns n’ Roses

“Angel” – Aerosmith

“Still Loving You” – Scorpions

“Don’t You Ever Leave Me” – Hanoi Rocks

“Everytime I Look At You” – Kiss

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