LACIO DROM, BORA!

Storia e attualità

Le panchine, l’amore per il gioco, la necessità del viaggio dell’allenatore serbo “cittadino sotto ogni cielo”

Giudicare il passato con gli occhi del presente è sempre un grandissimo errore oltre che un incredibile abbaglio per chi è abituato a fare spesso i conti con la storia. Proprio per questo motivo bisogna prestare particolare attenzione alla vita di un uomo che grazie al suo talento è riuscito ad attraversare le epoche della storia del football e quelle del secolo più importante della storia dell’umanità allo stesso ritmo: pronto a partire:

Amo il football ma ho sempre con me la valigia pronta.

Esistono alcuni, non molti, principi imprescindibili all’interno delle nostre vite; principi che ci formano e inevitabilmente, in maniera scontata quanto lineare, guidano le nostre scelte, le nostre decisioni. Basterebbero queste parole per descrivere la vita di Bora, o meglio le linee guida di quella dell’allenatore serbo: l’amore per il calcio e il viaggio. 
Bora Milutinovic, all’anagrafe Velibor, nasce a Bajina Bašta, nel 1944 nell’ attuale Serbia. Ma Bora non è serbo, almeno non solo; Bora è serbo, slavo, e successivamente diventerà messicano (come pochi altri uomini prima di lui, anzi, forse come nessuno prima di lui). Prima di intraprendere la carriera da allenatore, o più spesso da commissario tecnico, è stato un modesto centrocampista, con un altrettanto discreto bagaglio di esperienze in Francia (avendo prevalentemente militato in quel campionato).

Quando nel 1977 inizia la sua carriera da allenatore, allena i Pumas (UNAM), squadra messicana di Città del Messico. Ma si presenta al mondo come commissario tecnico del Messico; e quale figura se non quella di CT poteva meglio inquadrare un uomo dominato dal suo cuore zingaro e dalle idee chiare?

Al campionato del mondo “casalingo” 1986 riuscì a far qualificare la propria nazionale, conducendola fino ai quarti di finale; il Messico si arrese solo alla Germania Ovest (2° in quel mondiale) e solo dopo i calci di rigore; niente male per essere alla prima esperienza sulla panchina di una nazionale, panchina su cui sedeva dall’83 e che lascerà in quello stesso 1986; il tempo necessario per riprendersi dalle fatiche di uno storico traguardo allenando due squadre di club: San Lorenzo (Argentina) e Udinese. Si, per poco tempo, ma riesce ad infilare anche un po’ di cielo italiano sopra il suo ciuffo spettinato.

Dura, infatti, solo qualche partita la sua esperienza con i due club, giusto lo spazio di un mondiale.  Nel 1990, infatti, lo ritroviamo sulla panchina del Costa Rica; ecco, se l’esperienza, o per meglio dire, l’impresa con il Messico la si poteva, in qualche modo, reputare “replicabile” (per la storia della nazionale messicana, per Hugo Sanchez, e perché in fondo il bel gioco non è mai stato un estraneo dalle parti de ‘El Tricolor’), quella con la Costa Rica ha dell’incredibile. Un’assurdità bellissima che non aveva precedenti (scordate la brillante Costa Rica dei mondiali brasiliani del 2014), la nazionale del 1990 è una squadra composta da giocatori che non solo non avevano mai giocato all’estero, ma che non avevano mai abbandonato nemmeno il territorio nazionale; come ricorda Milutinovic stesso, si dovette procedere alla richiesta dei passaporti per i giocatori.

Era la prima volta in assoluto che quella nazionale si qualificava per le fasi finali del campionato del mondo. Esprimendo in conferenza stampa, di fronte ad una platea di addetti ai lavori sbigottita, tutta la sua sicurezza sul passaggio del turno della propria squadra, nuovamente, Bora, si prepara a sorprendere con la solita Cenerentola del torneo. Esordio vincente contro la Scozia (1-0), perde contro il Brasile , ma non fu il risultato l’unico evento degno di nota della partita, infatti i Ticos erano a corto di divise, divise, che lo stesso Milutinovic dovette chiedere a Boniperti e che portavano gli stessi colori sociali della squadra presso la quale Boniperti era di casa; così, in un Delle Alpi incredulo si presentarono 11 giocatori vestiti con i colori che per la stragrande maggioranza dei tifosi erano quelli abituali di ogni domenica pomeriggio; incitati dalla folla resero difficile la vita dei brasiliani (22 tiri contro gli zero tentativi della Costa Rica), si piegarono solo a causa di un autogol de ‘el Chunche’ Montero. Nella partita decisiva per la qualificazione alle fasi eliminatorie del torneo, trova davanti a sé una Svezia convinta della goleada e della sua indiscutibile superiorità; finisce (2-1) per i costaricensi, che approdano agli ottavi di finale.

Bora allenerà per i successivi due mondiali, due squadre diverse (ovviamente), vale a dire Stati Uniti (paese organizzatore del mondiale 1994) e Nigeria; con entrambe si qualificherà alle fasi eliminatorie del torneo, e con entrambe le sue nazionali verrà eliminato agli ottavi di finale; ma è l’avventura con la Nigeria, nei mondiali di Francia ’98, che rappresenta una vera e propria delusione per il serbo; per la prima volta nella mente di Bora fa breccia qualche dubbio sul proprio operato e sulla validità della sua missione; era riuscito, per l’ennesima volta, a far assumere alla propria nazionale il ruolo di outsider del torneo, presentando questa volta però un rischio reale; infatti, di talenti , quella squadra ne era piena (West, Okocha, Babangida, Kanu), ne aveva collaudato i meccanismi, era stato capace di mettere insieme tutti quei diamanti grezzi imponendogli il rispetto delle posizioni e una parvenza tattica che quando viene meno, e lo si intravede chiaramente proprio in quegli ottavi contro la Danimarca, inceppa tutto il meccanismo. Prima però le Super Eagles regolano sia Spagna che Bulgaria durante i gironi, presentandosi agli ottavi di finale come la più classica delle mine vaganti proprio per il gioco espresso.

La delusione per l’avventura nigeriana può essere smaltita solo in un modo dal grande Bora, vale a dire con l’ennesima impresa impossibile, con un nuovo salto nel vuoto, è così che Milutinovic, diventa il nuovo allenatore della nazionale cinese.

Prima del Mondiale entrai in una chiesa per parlare con Dio. Mi ha chiesto: cosa vuoi, Bora? E ho risposto: segnare come la Francia! E Dio mantenne la parola. Francia e Cina furono in questo Mondiale, le uniche due squadre che non segnarono gol. Certo che io mi riferivo a realizzare come la Francia fece 1998.

L’avventura cinese di Bora Milutinovic si conclude alla fase a gironi del mondiale di Corea e Giappone 2002, dopo tre sconfitte consecutive, senza nemmeno l’ombra di un gol; questo è ciò che, alla luce dei fatti, ha realmente poca importanza. Ciò che rimarrà indelebile, invece, è che la Cina si qualifica per la sua prima volta ai gironi di un mondiale, che Bora entra, in questo modo, nella leggenda del calcio asiatico, e che raggiunge per la quinta volta consecutiva con cinque nazionali diverse le fasi finali del torneo di calcio più prestigioso; impresa eguagliata solo da un altro grande allenatore, tale Felipe Scolari. Della vita di un uomo del genere, non si può che raccontarne solo un segmento, un lasso di tempo circoscritto, come una breve pausa tra le esperienze che formano la sua vita, la vita di un cittadino sotto ogni cielo.

Lacio Drom, Bora! (Danilo De Sensi)

The Best

Price: EUR 8,50

4.6 su 5 stelle

CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrShare on Google+Email this to someone

Leave a Response