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Musica

Quante leggende, quante storie folli ha partorito il nostro caro rock ‘n roll, questo pazzo mondo di supereroi, guitti, ubriaconi, poeti, demoni e geni visionari. Ma, e c’è sempre un ma, cari miei, è anche vero che nelle retrovie si muovono mani oscure, menti contorte che possono decidere la sorte di una band o di un determinato perfomer, catapultarlo a molla nel dimenticatoio oppure farne un simbolo da dare in pasto alle generazione presenti e future. Perché è dannatamente vero che quei simpatici ometti che suonano e si scatenano sul palco generano in noi un orgasmo di pensieri stupendi, fantasticherie e immaginari fantasy al sapore di drop D, ma bisogna sempre tenere conto di quelle camicie sudate, di quei telefoni caldi che squillano, di quegli uffici umidi, bianchi e puzzolenti nei quali, molto spesso, si fa la storia: le etichette discografiche sono importanti e, per non dimenticarcelo, vi porterò per mano attraverso il simpatico mondo di chi sulla musica ci investe, e non la suona, di chi è disposto a rimanere a braghe corte pur di pubblicare un merdosissimo split single con le sue due band preferite del quartiere.

Sub Pop 2000: il mito oggi

Ok : cosa vi viene in mente se vi dico “grunge” ? Camicioni in flanella, la torre di Seattle, Fender Jaguar spezzate, All Star sudicie fino alla suola, capelli unti. E fin qui, ci dovremmo essere. Ma se proprio dovessimo partire dal vero inizio di quella che fu un’onda anomala nel panorama alternativo mondiale dei ’90, saremmo costretti a fare un salto temporale non indifferente, verso l’inizio gli albori degli anni ’80, e bussare al dormitorio dell’ Evergreen State College, ad Olympia, Washington, dove aveva sede allora un piccolo giro di fanzine di vario tipo. Tra le tante, spicca “Subterranean Pop”, fondata, scritta ed interamente stampata dal solo Bruce Pavitt, disc jockey appassionato e gran ricercatore musicale.

Il buon Pavitt, dapprincipio tiene contatti con molte etichette indipendenti della zona, ne tesse lodi sul suo simpatico giornaletto in bianco e nero e ne suona i dischi nella radio del campus. Una storia come un’altra, fino ad allora. Fino a quando il giovane Bruce non decide di trasferirsi a Seattle, nel 1983, e di spostare le sue piccole attività lì. La metropoli è un posto più adeguato, non necessariamente più confortevole, ma aiuta Pavitt a misurarsi con la realtà dei club, delle nuove band che escono dal buio delle cantine e dei garage per raggiungere il bagliore del riconoscimento mediatico; una di queste proviene dalla boscosa e ruvida provincia, e si chiama Green River. Pavitt è positivamente colpito dall’impatto sonoro che i cinque boscaioli producono, in un mix corrosivo che mescola garage, post punk, glam, funk ed altre chiccherie, ma soprattutto ha preso in simpatia il bizzarro frontman, un lungaglione magro e biondo, molto carismatico, quasi schizofrenico sul palco, ma dotato di un grande magnetismo: Mark Arm.

Così, verso l’86, armato di grande ambizione e di pochi soldi in tasca, Pavitt decide che il momento di fare il salto di qualità, che porterebbe la sua interessante fanzine ad avere un ruolo decisamente più attivo all’interno di una scena che sta lentamente prendendo forma, ovvero pubblicare l’esordio dei Green River nel mercato discografico, l’Ep “Dry as a Bone”. A sorpresa, il nome comincia a circolare, e Sub Pop diviene una realtà che, seppur ristretta, ottiene consensi e riesce ad investire con poco su molte band in rampa di lancio e dotate di materiale decisamente importante, tanto che, ad un certo punto, Pavitt trova due ottimi compagni d’avventura, ovvero il discografico Jonathan Poneman ed il produttore e musicista Jack Endino. Con questa tremenda trimurti, Sub Pop sfornerà dall’87 all’ 89 ben più di 75 singoli, circa 10 compilation, che annoveravano in lista gruppi come Sonic Youth e Naked Rayguns, ed una sfilza notevole di talenti, tra cui i Soundgarden, ancora imberbi ed esordienti con il sabbathiano e mitico EP ”Screaming Life”, ed i Mudhoney, nati dalle ceneri dei Green River, con il solito, schizzatissimo Mark Arm di mezzo, e con all’attivo un album che passerà alla storia : “Supefuzz Bigmuff”, dato alle stampe nel 1988.

Sub Pop corre verso la gloria : diventa un autentico punto di riferimento per la musica a Seattle e dintorni, ma soprattutto riesce a convincere tanti giovani talentuosi ad attuare un’autentica rivoluzione, armati di chitarre elettriche ed ampli, per aggregarsi alla ciurma di Pavitt & Poneman. Tra i tanti, ce n’è uno di Aberdeen, affascinato dal melting pot sonoro che bolle sotto l’etichetta bianco&nera di Sub Pop; si chiama Kurt, e vuole anche lui esprimere qualcosa a riguardo. Il suo messaggio? “Bleach”, caos, rumori neri e furia punk, l’unico album Sub Pop, ad oggi, ad essere diventato Platino.

Ma oggi, cosa ne è della Sub Pop? Cos’è accaduto a quel baluardo dell’alternative nation americana, dopo che il tanto sospirato grunge è stato gettato nella tomba con il proprio Messia?

Senza mezzi termini, continua a scalciare culi: passato un breve (e giustificato) periodo di semi-crisi, nella seconda metà dei ’90, la Sub Pop ha mantenuto la propria bandiera alta sugli skyscrapers di Seattle, rinnovandosi e proponendo una selezione musicale sempre più eterogenea, per arrivare ai nostri giorni; la label ha mantenuto le proprie buone, vecchie abitudini, quegli standard di gradimento che si spostano dal noise rock al quasi-metal, come nel caso dei METZ, autentica scoperta in terra canadese, uno dei pochi gruppi della nuova generazione a rievocare, seppur in maniera fortuita, le atmosfere di un tempo; si è inoltre tenuto stretti i propri vecchi assi, come le Sleater-Kinney, uscite di recente con l’ottimo “No Cities to Love”, e gli inesauribili Mudhoney. Ma i tempi cambiano e, ovviamente, come tutte le grandi imprese, Sub Pop si è adeguata, senza però mai “standardizzarsi”: ha investito sul synth–pop di Beach House e Saint Etienne, sul folk dei Fleet Foxes e di Father John Misty, sull’indie dei The Shins (che hanno donato all’etichetta ben due dischi d’oro) e sul rock sbilenco di King Tuff, accontentando ed incuriosendo varie fasce di pubblico, in un’operazione trasversale di grande valore.

Sono questi d’altronde i pregi di una piccola, grande realtà che ha sempre marciato controcorrente, dapprima leccando la polvere in cerca di piccole rivincite o colpi di genio, poi giocando da vera trend–setter agli albori del decennio successivo; un’etichetta che chiama “Losers” i propri fedeli seguaci, e che ha creato un’autentica Nazione Alternativa nel corso degli anni.

Grazie, Sub Pop.

“We’re not The Best, but we’re pretty good”

(Tommaso Bonaiuti)

Mudhoney

Price: EUR 11,69

5.0 su 5 stelle

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