LABELS. IL NUOVO CHE AVANZA: SACRED BONES RECORDS

Ed eccoci ad un nuovo appuntamento con Labels.
Vi sono mancato? Io non ci giurerei troppo… Ad ogni modo, nella nostra ultima sortita abbiamo potuto vedere che il mondo della discografia è colmo di meteore, progetti irrisolti, etichette fantasma ed altro; è insomma un luogo a doppia faccia, luminoso per chi vince e guadagna il proprio pezzetto di terra, oscuro per i perdenti e per chi deve vendere i propri organi sfasciati al mercato nero pur di tirare avanti la baracca. Ma è proprio questo che rende affascinante l’underground discografico, che si è spostato, nel tempo, dalle spedizioni casalinghe e fanzine alle mailing list ristrette e blog dedicati, con la solita passione e dedizione che contraddistingue le nicchie.
Uno di questi casi è senza dubbio quello della Sacred Bones Records, un’etichetta fondata nel 2007 a Brooklyn dal musicista e promoter di origini olandesi Caleb Braaten, appassionato di death rock ed irriverente ibrido tra un goth degli ’80, un santone psichedelico dei ’60 ed un… metallaro.
La creatura di Braaten ha cominciato a muovere i veri primi passi solo alle soglie degli anni ’10 quando, dopo numerosi singoli di band semisconosciute e compilation (come Killed by DeathRock), la Sacred Bones ha cominciato a farsi notare, e grazie ad un’ottima strategia di scouting ha scovato e lanciato talenti come The Men e Zola Jesus.
I sopracitati sono da considerarsi come le vere prime scommesse della label newyorchese, affezionata in maniera folle alle trame oscure del post punk, come nel caso, appunto, dei The Men, o al macabro gotico; allo stesso modo, Braaten e soci hanno puntato su una formula di sicuro richiamo, promuovendo quella che sta pian piano conformandosi come una vera e propria scena, o comunque come un recupero delle sonorità oscure degli eighties : la teatralità dei The Hunt, accostati più e più volte agli storici New Model Army; l’industrial-punk DIY dei Cult of Youth, molto vicini ai suoni post-apocalittici di Death in June; il Bauhaus-oriented sound, a detta di molti, dei Slug Guts, esercito di gattacci neri provenienti dalla terra d’ Albione; lo shoegaze malato, malvagio dei Destruction Unit, interessante 5-piece dall’ Arizona, a breve di nuovo sulle scene con la release Negative Feedback Resistor (18 settembre); e poi un esercito di ultimi romantici, figli di Nick Cave e Siouxie Sioux, come il cantautore Wymond Miles o i Lust For Youth. Senza dubbio, già ottime premesse per interessarsi all’etichetta.
Ma non è tutto pizzo nero e pipistrelli : ciò che ha colpito di più le mie orecchie in questi pochi ma significativi anni di Sacred Bones, è stato il fiorire di new sensations provenienti dalla scena psych; sono andati a scavare nel materiale della label cilena Blow Your Mind, fondata da Juan Pablo Rodriguez, autentico epicentro della faccenda, essendo frontman e bassista dei Follakzoid, band autrice di uno space rock ossessivo, figlio dei Loop e degli Amon Duul, sicuramente imbevuto nell’acido degli Hawkwind. E’ un trio di creativi, che comprende un architetto (Diego Llorca, batteria) ed un regista, il chitarrista Domingo Garcia-Huidobro, esordiente con Partir to Live (2013), la cui colonna sonora è stata curata dallo stesso e da Jozef van Wissem, e distribuita dall’etichetta di Brooklyn.
In un’intervista rivelano: Sul palco ci sentiamo parte di un rito collettivo costruito insieme al pubblico, la musica è un mezzo per abbandonarci ad uno stato di trance. Beh, se non è psichedelia questa..
Compagni di label (alla BYM ed alla Sacred Bones) e connazionali dei Follakzoid sono gli Holydrug Couple, duo composto da Ives Sepulveda e Manuel Parra, anche loro molto vicini alla sfera lisergica, ma decisamente più legati alle radici dei ’60 e ad un suono cantilenante, trasognato e nebbioso. Ottimo l’esordio con Awe, ancora in culla alla BYM, prima del passaggio, ottimo, con Noctuary (2013) su Sacred Bones. Santiago non è poi così distante dal mondo.
Da San Francisco con amore guidano l’allegra combriccola lisergica i Moon Duo, side project di Ripley Johnson, già frontman dei morrisoniani Wooden Shjips; Johnson, devoto delle chitarre circolari e fuzzose, ha costruito un progetto formato-famiglia, coinvolgendo la moglie, Sanae Yamada, tra tastiere, organi e drum machines. Si uniscono a loro anche i Crystal Stilts, autoctoni e vicini già dagli albori all’etichetta di NY, i bizzarri Human Eye, pseudo-eredi dei Residents, i caotici e feroci Religious Knives, i crepuscolari Psychic Ills, le sonorità storte dei Vår ed il duo Dream Police, nati da una costola dei già citati The Men.
Questo roster potrebbe già da solo bastare e dar gioie, ma Sacred Bones non si pone limiti di marketing e, stando al suo creatore, si propone come un vero e proprio cantiere aperto, che licenzia le opere dell’ illustratore Alexander Heir, al limite tra il macabro e le immagini dei libri di medicina ottocenteschi (degna di nota è la sua collezione, Death is not the End), autore anche del logo della label, una sorta di Uroboro, figura mitologica rappresentante il serpente che si morde la coda, e di alcune grafiche dei gruppi messi sotto contratto dall’etichetta stessa. Anche il regista David Lynch ha potuto beneficiare del supporto della label, pubblicando il suo, seppur deludente ed autocelebrativo, esordio discografico, The Big Dream; così come il pilastro dell’horror John Carpenter, già più navigato in termini di musica, in quanto autore di gran parte delle colonne sonore dei suoi stessi film, ha puntato su Sacred Bones per la distribuzione di Lost Themes, interessante raccolta di brani inediti composti e suonati a quattro mani con il figlio Cody.
Insomma, Sacred Bones si promette autentica officina di talenti e miscellanea, un vero e proprio tempio da saccheggiare e che già ha creato il suo piccolo, ma fedele, culto.
Di seguito, le 10 migliori releases dell’etichetta di Brooklyn, a mio modesto avviso:

PSYCHIC ILLS, “Hazed Dream” (2011).
Album dalle atmosfere acide ed eteree, in cui il duo americano gioca con le sei corde e con i suoi numerosi effetti. Placido e perfetto per l’ascolto in cuffia.
Traccia consigliata: “Incense Head”.

CRYSTAL STILTS, “Nature Noir” (2013).
Un disco oscuro, come si evince dal titolo, con un singer-crooner di grande spessore ed ottime trame chitarristiche che richiamano i Television.
Traccia consigliata: “Nature Noir”.

BLANCK MASS, “Dumb Flesh” (2015).
Progetto solista per Benjamin John Powers, metà dei Fuck Buttons ed autore qui che non si discosta molto dalla formula del progetto principale : elettronica senza pietà.
Traccia consigliata: “Cruel Sport”.

THE MEN, “Tomorrow’s Hits” (2014).
Album che consacra la band storica della label di Brooklyn, qui autrice di un post punk diluito nel pop e nel rock ‘n roll, con echi di psichedelia e surf rock. Irresistibile, shake yer hips! Traccia consigliata: “Pearly Gates”.

THE HOLYDRUG COUPLE: “Noctuary” (2013).
Esordio su label per il duo di Santiago, che propone un sound etereo, psichedelia da cameretta a base di chitarre acustiche, feedback elettrici, tastiere sognanti e percussioni. Ipnotico.
Traccia consigliata: “It’s Dawning”.

FOLLAKZOID, “ III “ (2015).
Terza prova in studio per il trio space rock, che con l’ultima, riuscita fatica si allontana gradualmente dallo stoner e dal canonico rock ’70 per abbracciare il credo dei propri avi, dagli Amon Duul ai Neu!, in un’atmosfera molto kraut e senza soluzioni di continuità. Take your proteine pills and put your helmet on.
Traccia consigliata: tutto l’album.

FACTUMS, “The Sistrums” (2008).
Una delle prime release Sacred Bones di cui io abbia ricordo. Un cocktail mortale tra punk, garage ed echi doom, una rumorosa macchina della morte sonora.
Traccia consigliata: “The Climb”.

MOON DUO, “Mazes” (2011).
Come ci suggerisce il titolo, un labirinto sonoro. Chi sa, sa. Affascinante, e spicca per qualche guizzo rispetto al resto della discografia, che rischia di divenire particolarmente ripetitiva
all’ascolto.
Traccia consigliata: “Goners”.

DESTRUCTION UNIT, “Deep Trip” (2013).
Puro assalto sonoro : i guerrieri del fuzz portano in nuce all’etichetta di Brooklyn un’autentica perla in fatto di shoegaze stratificato, dal sapore umido del garage e del punk. Ottimo per la stereofonia, da godersi con i tappini alle orecchie.
Traccia consigliata: l’assalto finale di “The Church of Jesus Christ”. Wow.

JOHN CARPENTER, “Lost Themes” (2015).
Esordio discografico per il re del terrore, che ci delizia con brani inediti, ma per niente distanti dalle sue colonne sonore più celebri, con
l’abuso consentito ed approvato di tastieroni “eighties” d’antologia. “Vado in culo a Moroder”. Traccia consigliata: “Vortex”.

(Tommaso Bonaiuti).

III

Price: EUR 10,67

LOST THEMES

Price: EUR 25,56

4.8 su 5 stelle

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