Labels. Doom e Stoner: origini, varie ed eventuali (terza parte)

Musica

Nel frattempo si sta sviluppando una nuova coscienza all’interno del genere, che ripudia i lustrini ed il sound glitterato del glam, ed si diffonde proprio dalla luminosa Bay Area; giovani virtuosi dello strumento, legati alla vecchia nuova ondata di metallo britannico del decennio precedente, decidono di unire l’urgenza del punk alla potenza tellurica del metal, creando un cocktail micidiale : il thrash metal di Slayer, Metallica ed Anthrax fronteggia il trash metal, il metal spazzatura che metal pare non essere più, sommerso da echi pop, ballatone strappamutande e capelli fin troppo laccati. Ma questa è un’altra storia…
Anzi, no : proprio in quegli anni di metà ottanta, un giovane Buzz Osbourne (certe volte il caso ti dona un cognome profetico) crea l’embrione di ciò che sarà quel demone sputafuoco e malvagio che risponde al nome di Melvins, una band iconica, che parte ispirata dall’hardcore dei Black Flag, nel pieno della forma all’epoca, dagli immancabili Sabbath ma anche da un certo gusto per lo shock rock di Alice Cooper; la creatura della premiata ditta King Buzzo/Dale Crover fa tra l’altro la fortuna di tante etichette indipendenti, salpando da un porto ad un altro senza soluzione di continuità ed offrendo una catalogo di LP, singoli, split e chiccherie varie da consegnare a label storiche quali la C/Z, la Boner, la seminale Alternative Tentacles di Jello Biafra o l’altrettanto fondamentale Amphetamine Reptile di Minneapolis, vera e propria cattedrale del noise rock americano.
C’è comunque l’intenzione di creare una vera e propria macchina da guerra, senza la quale, ad oggi, non esisterebbero decine e decine di band, oppure non avremmo quell’amalgama sonora fangosa e marcia che corrisponde al nome di Sludge. E’ un termine oramai abusato, sebbene sia stato accostato ad una scena ristrettissima, che ha gettato le proprie edere nella paludosa New Orleans : Eyehategod, Crowbar, Corrosion of Conformity e compagnia bagnano di nichilismo i fraseggi blusey della musica nel bayou, aggiungendo un pizzico di critica sociale o di testi scabrosi, marci e pezzenti. Da quella scena uscirà una figura fondamentale quale Phil Anselmo, leader dei leggendari Pantera, e successivamente fondatore della Housecore, che distribuisce i vari progetti paralleli di Anselmone ed organizza un omonimo festival il Lousiana con le nuove leve del doom, dello stoner e dello sludge.
Tornando in terra d’ Albione, verso gli inizi dei ’90 escono band fondamentali come i Cathedral, che su Earache pubblicano Forest of Equilibrium, uno dei primi veri esempi di doom moderno, rallentato all’infinito in un loop infernale di suoni saturi ed eco.
Proprio l’etichetta di Nottingham diviene il cuore pulsante della scena estrema britannica, portando alla luce i feroci Napalm Death, band importantissima con a capo Lee Dorrian, autentico vate dei suoni occulti e malvagi, veloci o lenti che siano; proprio Dorrian compie un passo decisivo ed è il deus-ex che si cela in incognito dietro al progetto Cathedral, decidendo di abbandonare i Napalm Death anzitempo per fondare un’etichetta tutta sua, ed a suo modo fondamentale : la Rise Above, che diviene casa di una rivoluzione doom, di un anacronismo musicale magnifico per tutti i 90 fino ai giorni nostri.
Con le uscite di Rise Above sembra di tornare ai tempi di Master of Reality, con colonne portanti del metal moderno quali Electric Wizard, Goatsnake ed Angel Witch a dirigere l’operazione nostalgia ; in pochi anni l’esordio dei Goatsnake, il catalogo dei Cathedral ed i primi vagiti (o meglio, ruggiti) degli Electric Wizard, ovvero Come my Fanatics…(1996) e Dopethrone (1999) creano un piccolo seguito, un culto che si dipanerà poi per tutta la scena mondiale. La Rise Above, tutt’oggi, ha anche “fondato” una sussidiaria, una divisione della label che si chiama Relics, e che si prefigge il compito di recuperare le perle nascoste della psichedelia occulta ed oscura dei ’60 e ’70, come Comus e Pentagram, risorti dalle proprie cenere svariate volte e con una nomea di “band maledetta” da fare invidia ai Cugini di Campagna.
Spostandoci però un attimino dalla pioggia e dalla nebbia britannica verso le soleggiate spiagge californiane, c’è da registrare un fenomeno che non può passare inosservato, almeno per chi ama la musica sopra un tot di decibel ed accompagnata da una buona dose di sostanze alteranti (come se fino ad ora non se ne fosse parlato, implicitamente): siamo sempre nei novanta, immancabili, sempre tra gli zebedei ed a loro modo calderone di novità interessanti, quali le boy band, i Korn ed il Festivalbar; ma tra tutto questo buglione di roba, si muove, o meglio sollazza, silenziosamente, una scena che appartiene ai giovani del deserto, beduini sonori che si armavano di buona volontà, chitarre, ampli ed una montagna di distorsori, si dipanavano presso Palm Desert ed suoi cacti, e davano vita a quei meravigliosi baccanali che rispondono al nome di generator parties. Stiamo parlando dello Stoner rock, una scena auto-alimentata (come i propri impianti nel deserto) che si è fatta spazio nel mare magno del grunge, del post-grunge e del post-post-nu-metal e crossover e varie cose che avvenivano in quel decennio, sempre senza un soldo in tasca ma con la determinazione e la cattiveria di chi ha ingoiato sabbia per tanto tempo. Gli arcinoti Kyuss, come non nominarli, sono l’autentica punta di diamante di una scena che vedrà nascere in poco tempo band gustosissime, come gli Sleep di Matt Pike, un altro monumento della scena, i frenetici Fu Manchu e compagnia, ma soprattutto dando poi risalto al talento di Joshua Homme, sul quale, spero, non ci sia niente da dire. Grazie alla sua perseveranza anche fuori dal palco, il buon Homme ha continuato anche dopo lo scioglimento dei Kyuss ad alimentare il mito della scena di Palm Springs, invitando nel suo Rancho de la Luna amici, collaboratori, musicisti e saltimbanchi per tirare su quel meraviglioso progetto che risponde al nome di Desert Sessions: Pj Harvey, i Masters of Reality, Nick Olivieri, Troy van Leeuwen sono personaggi che da anni orbitano attorno al pianeta Queens of the Stone Age e non solo, e che hanno contribuito a loro modo a realizzare una serie di volumi che propongono divertissement, brani di spessore, outtakes e futuri pezzi da novanta del repertorio QOTSA, il tutto grazie alla meticolosa Man Ruin’s Record, che ebbe vita breve ma che si occupò con cura di release segrete, come quelle dei Melvins di Electroretard (2001) o lo splendido singolo-cover Into the Void firmato Kyuss/QOTSA, o di lanciare band della scena stoner che fuori tempo massimo erano uscite dal proprio furgone amplificato per distribuire mazzate in maniera equa e solidale, come i Nebula o i Mondo Generator, progetto post-Kyuss e pre-QOTSA di Nick Olivieri, altro pilastro della scena, come i suoi compagni d’avventure, del resto: Brant Bjork, batterista, che si prodigherà in numerosi progetti solisti di stampo prettamente underground, esordendo con un’ottima prova in studio, autoprodotta e suonata in solitudine, (1999); Scott Reeder, “l’altro” bassista, diverrà la spina dorsale di molti progetti legati alla scena, in particolar modo della riesumazione dei mitici The Obsessed, a loro volta legati alla figura di Scott “Wino” Weinrich, mentore di molti stonerheads, e per questo venerato come una sorta di sciamano che diffonde magia nera dal manico della sua chitarra; poi c’è il talento incompreso, a detta sua, ovvero il leader, La Voce, John Garcia, sempre agli antipodi con Homme e fautore di tanti progetti interessanti, come gli Slo Burn e gli Unida, mai troppo considerati però dalle etichette e da un pubblico che stava lentamente spostandosi verso altre coordinate sonore.
E’ anche vero che questa scena ha cominciato a ricevere i favori della stampa specializzata e delle label di spessore dopo l’uscita dall’underground dei Kyuss o nei numerosissimi milioni di Superunknown dei Soundgarden finiti negli stereo delle camerette dei teenager di mezzo mondo, in un’operazione vecchia come le pietre alla cui base si poneva un’equazione in voga tra gli alti papaveri delle multinazionali della musica : c’è un gruppo nuovo con un sound inedito, spaccano, vanno in sold out in tutte le date. Bene. Ci sono gruppi simili? Fateli firmare subito !!!
Però è anche vero che i Kyuss, come sapranno i più attenti, hanno cominciato a ricevere consensi negli ultimissimi anni di vita, con la doppietta Welcome to Sky Valley / And the Circus leaves the Town… , concepiti dapprincipio come un unico, grande disco, e che l’ Elektra Records non volle assolutamente pubblicare contemporaneamente.
Un problema simile riguardò anche i sopracitati Sleep, che riuscirono, grazie ad una serie di live strepitosi nei locali ed un sound primevo che ricordava, inevitabilmente, i Black Sabbath, ad ingolosire gli scout della, altra grande nobile decaduta della discografia globale. London stanzia un budget ristretto, ma comunque già abbastanza cospicuo per un terzetto che fino al giorno prima suonava sulla sabbia con due ampli ed un generatore tipo quelli del brigidinaio, per registrare l’esordio su major dei tres caballeros amanti della mescal. Non l’avessero mai fatto: Pike e soci, con grande spirito di responsabilità, sperperano gran parte del budget destinato alla realizzazione dell’album in droghe psicotrope potentissime; dopodichè, gonfi come zampogne, gli Sleep si dirigono, o meglio, barcollano verso gli studi di registrazione e tirano fuori un’improvvisazione di un’ora, dall’inequivocabile titolo di Dopesmoker. Ecco perché il doom, lo stoner ed altre cose belle sono particolarmente invise ai poteri forti della discografia. Poi non vi lamentate, fattoni.
In seguito, comunque, dall’inevitabile scioglimento degli Sleep, Pike fondò un’altra band, gli High on Fire, fautori di uno stoner più vicino all’hardcore ed ai ritmi frenetici dei Melvins e compagnia suonante; il progetto fu uno dei primissimi fuochi della Southern Lord, etichetta-simbolo del metal di genere negli anni 2000, fondata nell’ aprile del ’98 da Greg Anderson, chitarrista dei Goatsnake e collaboratore di lunga data di Stephen O’ Malley, figura fondamentale che darà vita proprio con Anderson ad un autentico monolite del drone, una fabbrica del rumore bianco denominata Sunn O))), in memoria degli amps dei tempi che furono. Questi monaci del drone, parolina roboante con la quale s’identifica un suono ripetuto, cadenzato da battute lente come rintocchi di campana e chitarre over-effettate, hanno portato dietro di sè una numerosa schiera di proseliti agguerriti e fedeli, come i giapponesi Boris, band inizialmente di chiaro stampo melviniano (e come sennò) poi progressivamente devota ai mal di testa da decibel saturi, un sound da considerarsi, seppur storicamente distante, gemello malvagio e luciferino della corrente shoegaze britannica di inizio anni ’90; proprio la band nipponica, non a caso, si è preso l’impegno di riproporre un classico del genere, Loveless dei My Bloody Valentine, con cover speculare ma di colore giallo, ed un sacco di cattiveria in più. Una chicca, in assoluto.
Comunque, il progetto di ‘O Malley ed Anderson ha dato molta luce e risalto alla giovane label americana, che negli anni ha potuto fare breccia nei gusti di moltissimi ascoltatori, proponendo una formula vincente a base dei già stracitati doom, stoner e drone, coniugati ai nuovi acts della scena hardcore mondiale : i devastanti Nails, gli A Storm of Light, la storica band B’LAST!, uniti al black di Wolves in the Throne Room, Wolfbrigade, Black Breath e dei triestini The Secret ed ai veterani Wino, Accused, Pentagram, Saint Vitus e tanti altri.
Molta della fortuna della label, in tempi di magra soprattutto, è stato (come già visto con Rise Above) il recupero di progetti morti e sepolti, lo scommettere su reunion molto spesso improbabili ma a loro modo affascinanti o, appunto, ri – pubblicare tutti quei dischi perduti nei meandri del tempo o semplicemente depennati dai cataloghi di qualsiasi distro ed etichetta. Difatti, solo un anno fa, il monolitico Dopesmoker ha rivisto la luce, e la sua release su Southern Lord ha fruttato alla label un boom di vendite inusuale per la propria portata, dando anche nuova linfa al progetto-Sleep, riportato in auge proprio poco tempo fa da Pike e soci.
La nostalgia d’altronde è un fattore dominante per un genere che, sebbene si aggrappi a parecchi citazionismi, trova ancora un motivo in più per vivere e sopravvivere, per combattere ad armi bianche una guerra impari che vede ormai pochi, rari casi di label autofinanziate che riescono ad emergere, in un modo o nell’altro. Ma la personalità e la determinazione di queste piccole grandi realtà organizzate sono dure di scorza, dure come il muro del suono che, fortunatamente, e si spera per ancora molti anni, contribuiscono a creare.

Keep on doomin’.

(Tommaso Bonaiuti).

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