Labels. Doom e Stoner: origini, varie ed eventuali (seconda parte)

Musica

Birmingham, Inghilterra: il maggior centro produttivo di armi in tempo di guerra, un’autentica fabbrica a cielo aperto, ancora legata in maniera inquietante ed atavica alla massificazione ed allo straniamento della Rivoluzione Industriale, ancora legata ad un oscuro medioevo azionato da una working class incazzata con il mondo e senza futuro.
Nel 1968 poi, figurarsi: c’è il boom economico, non c’è mai abbastanza tempo per pensare e così tanto da produrre, con le industrie siderurgiche buttate giù dalle bombe naziste e ricostruite nel dopoguerra a tempo di record, che sfamano migliaia di famiglie accasate nelle ordinarie suburbs, che hanno preso finalmente il posto delle opprimenti slums. Tony Iommi è uno dei tanti giovani, figlio di immigrati italiani come si evince facilmente dal nome e, quindi, in un posto come Birmingham, destinato a lottare. E’ una questione di sopravvivenza.
La sua famiglia, come tante, è numerosa e povera, e c’è bisogno anche delle manine operose di Tony per portare il pane in tavola ogni giorno che Cristo mette in terra; con le prime paghe, Tony si paga la sua prima chitarra elettrica, che suona con gli amici del quartiere nel tempo libero, in una band che si chiama The Rockin’ Chevrolets. E’ appassionato di rock ‘n roll e di blues, quello vecchia maniera, che ti fa scuotere le ginocchia ed il culo fino a strofinare il pavimento. Poi, nel ’68, diviene il membro fondante dei Mythology, una band più audace nel nome che nel sound, e che si scioglierà di lì a poco per un curioso e piccolo “caso diplomatico” : la polizia irrompe senza preavviso nel pub in cui la band stava suonando, raccoglie gli sbarbati membri del quartetto e sequestra tutto quello che trova nel backstage, trovando tracce di polline di sostanza stupefacente (!!) nella tasca del giubbotto di Iommi.
Le conseguenze : qualche notte al fresco per Tony ed una liberatoria fatta girare dai locali di Birmingham per impedire alla band di suonare: è un bastone tra le ruote, e bello lungo, al quale si aggiunge un terribile incidente, poco prima del congedo del giovane Iommi dalla grande fabbrica di metallo in cui lavora: una lamiera taglia le falangi del dito medio e dell’indice della sua mano destra, e il buon Tony è un (ottimo) chitarrista mancino.
Sogni di gloria finiti nel cassetto per il chitarrista, fin quando un amico non gli parla di un certo Django Reinhardt, chitarrista jazz noto per il suo stile a due dita (e qua i doppi sensi si sprecano): Iommi, con grande spirito operaio, fonde dei tappi di sughero di modo che possano prolungare le due dita menomate, ed allenta le corde della chitarra per rendere meno doloroso l’allegro strimpellare. Ciò che ne esce è un suono basso, distorto, quasi scordato che non rende fede alle melodie rockeggianti dell’epoca, ma pare quasi un gargarismo proveniente dagli inferi. Nasce così una leggenda, non prima però di aggiungere altre tre pedine fondamentali all’equazione definitiva; altri tre loschi figuri, anch’essi da Birmingham : Terence Micheal Joseph Butler, noto a tutti come Geezer, bassista encomiabile, ragioniere frustrato che trova la scintilla nella sua vita ordinaria grazie alla musica ed alla strana passione per la magia nera di Aleister Crowley; Bill Ward, rude batterista, che picchia sulle pelli come un ossesso sciamano durante un rito pagano, uomo di alti volumi e grandi volumi, corporei; e poi c’è lui, il Jolly, la carta matta, un macellaio pazzo, fuori di sé e completamente privo di qualsivoglia senso del pudore e pelo sulla lingua, che si chiama Oswald Osbourne, ma che tutti chiamano Ozzy, per via della sua impossibilità a pronunciare il suo nome da ragazzino, conseguenza di una forte balbuzie. Ed ecco che dal più improbabile accostamento di sfigati figli di puttana che hanno solo ricevuto calci in culo dalla vita nasce una creatura mostruosa, dalla portata epica e dal respiro lungo di una band che avrà seguaci, più di una sedicente setta religiosa o di una squadra di football, che distorce le coordinate di ciò che allora era solo blues, al massimo hard rock, ma che poi assumerà la forma e la pesantezza di quel materiale forgiato e modellato nelle fabbriche di Birmingham. I Black Sabbath, in partenza Earth, sono un meteorite che sconquassa la scena circostante, rendendo in un colpo obsolete le trame del vecchio blues, e spianando la strada ad una nuova generazione di musicisti famelici, rabbiosi e pronti a portare alta la bandiera di un nuovo, potentissimo sound. Per il loro, magnifico esordio, sponsorizza la Warner, sotto l’effigie Vertigo Records, che renderà celebri i centrini dei vinili del Sabs con quelle spirali concentriche, quasi ipnotiche, riecheggianti le architetture visive della psichedelia (ma solo in bianco e nero), quasi ne rappresentasse una foto sbiadita. E ciò che appartiene al passato rimane alle spalle, le band più ispirate della stagione dei fiori e di Haight Ashbury, così come le realtà acide in terra d’Albione si spostano verso le sonorità graffianti dell’hard rock ed i virtuosismi del prog, anche perché è ancora presto per parlare di metal. Ma l’onda lunga del secondo disco dei 4 dell’apocalisse, Paranoid, ispira e convince, mandando la band in testa alle classifiche. Per molti, invece, l’autentica epifania metallara si ha nel terzo album,  Master of Reality, grazie al quale si comincia a parlare di doom metal; una terminologia roboante ma che si applica bene alla nuova formula-Sabbath : un suono acido, corrosivo, rallentato e di una pesantezza mastodontica.
Da qui agli albori di un nuovo doom ne è passata di acqua sotto i ponti, in un lungo periodo in cui il metal è diventato un autentico tabù, inghiottito dalla sua stessa fama, divenendo una sorta di pornografia musicale, osteggiata dalla chiesa, dalle famiglie, da certa stampa di settore e tante volte, ingiustamente, accostata a fatti di cronaca nera e pseudo – satanismo all’acqua di rose. Nel concreto, il sotto-genere oppiaceo e lento del metal ha trovato linfa vitale grazie ai piccoli circuiti indipendenti, come tante realtà legate al magnifico universo della musica più dura del quartiere: verso la fine degli anni ’70, e successivamente per tutti gli ’80, poche e combattive band che si barcamenavano nell’oramai vastissima scena metal tra l’ Inghilterra e gli Stati Uniti riproponevano suoni rallentati ed ipnotici, gruppi quali Lucifer’s Friend, Witchfinder General e Saint Vitus, questi ultimi tutt’ora in attività. La Scandinavia, fredda terra accostata perlopiù alle correnti del death e del black metal, ha partorito una band decisiva per il suono-doom negli anni ’80, i Candlemass, che diedero alle stampe (poche, per la cronaca) Epicus Doomicus Metallicus nel 1986, album dal titolo altisonante e quasi risibile, ma dai suoni assolutamente pieni di terrore. (Tommaso Bonaiuti).
FINE SECONDA PARTE

Parola di Ozzy

Price: EUR 12,75

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