Labels: Doom e Stoner: origini, varie ed eventuali (prima parte)

Musica

Salve, gente: dove eravamo rimasti?
In spiaggia, con una sfera luminosa che ci colpisce tra capo e collo e ci rende roast beef da riviera, oppure in montagna, tra le fresche frasche del timo e del rosmarino. Al rientro da quest’esodo in cerca di pace, tranquillità o di spiaggette mediterranee attrezzate per il disagio giovanile carburato a techno e pasticchine vi attende una nuova tappa nel lungo percorso di Labels, inchiesta semiseria che si prefigge il compito di regalarvi le atmosfere trucide e da guerra civile che si respirano negli uffici delle grandi e piccole etichette discografiche o, per i più datati, di farvi calare una lacrimuccia salata sulle vostre rugose guance da rockettari obsoleti e rincretiniti, in memoria dei bei tempi andati. A letto, dinosauri.
Ecco, appunto, parlando di presitoria, perché non immergere le nostre manacce nel focoso melting pot sonoro che diede vita, verso la fine dei ’60, a quella splendida creaturina rumorosa che tutti chiamano metal?
Bene, al principio, come tutti sanno, c’era il blues: la musica delle minoranze, del cotone, delle chitarre fatte di spago e bottoni, quelle robe lì da dopoguerra. Poi, è arrivato il rock ‘n roll, dapprima suonato da quelle minoranze che poi si sono trasformate nella stragrande maggioranza, e poi da qualche ottuso sudista bianco che ne ha fatto la musica della rivolta giovanile, del cambio dell’aria stantia che le grandi superstar dei ’40 e primi ’50 avevano lasciato, ancor prima delle controculture, dei fiori e dei loro figli, delle sigarette simpatiche e dei pezzettini di carta colorata. Ecco, questa cosuccia distorta che si fa con le chitarre, con questo nome quasi onomatopeico, fa impazzire milioni di giovani in tutto il mondo, anche quattro poveri pescaioli di Liverpool che si ritrovano con il peso di una generazione sulle loro larghe spalle colme di ego e idee brillanti.
Nascono le varianti del genere verso la fine del nuovo decennio, i tanto sospirati sessanta, in cui avviene un’autentica rivoluzione giovanile, che tenta di sovvertire le regole di uno stato tiranno e mai troppo premuroso nei confronti dei suoi figli strafatti ed a piedi nudi sul grande prato dell’ avvenire. Manco a dirlo, il dilagare di una cultura libertina e anche troppo ancorata a valori obsoleti ed inconcreti quali le discipline mistiche, l’ utilizzo di droghe stupefacenti e di slogan salmodianti non ha aiutato di certo a bloccare il sanguinoso conflitto in Vietnam che quella contraddittoria ed affascinante generazione ha deturpato, però ha aiutato senza dubbio a far crescere in milioni di giovani con uno strumento tra le zampe con una consapevolezza differente, tirando fuori dal calderone nuove ondate, come la psichedelia, che avrà la sua stagione più esaltante tra il ’67 ed i primi vagiti dei ’70, o la nascita di rock ‘n roll band non necessariamente vicine al peace and love ed al volemose bene, ma anzi foriere di un sound più cavernoso, oscuro, arrabbiato e consapevole. Negli Stati Uniti, gli Stooges infiammano Detroit con i compari MC5, quando ancora il mito dell’ Iguana è lungi dall’essere incastonato nel firmamento del rock, mentre l’altra faccia della solare California sfodera campioni di rumore ed istinto primitivo quali Grand Funk e Blue Cheer ; poi giungono tre cowboy dal Texas, tanto anacronistici e pittoreschi con le loro barbe lunghe, quanto rumorosi e carichi come la stiva di una nave: gli ZZ Top.
Ma è nel Regno Unito che sta per nascere qualcosa di urgente, necessario ed importante per reggere la disillusione degli imminenti anni ’70, del mal di testa asfissiante dopo la sbronza nel party più figo del secolo; sulla scena si palesano gli Hawkwind, cavalieri psicotropi dallo spazio profondo, con un bassista d’eccezione che farà epoca a sé : Lemmy Kilmister; dall’ Irlanda, invece, si fanno spazio i Thin Lizzy con il loro sound al whiskey, capitanati dal carismatico Phil Lynott, mentre a Londra, sempre nel ’69, si formano gli Uriah Heep, che con l’esordio Very ‘Eavy, Very ‘Umble pongono un paletto importante nel percorso del metal che verrà ; dalle ceneri degli Yarbirds sorge invece una figura fondamentale per la nascita di un mito: Jimmy Page, Paganini delle sei corde. Con lui, un bassista pacato e affabile quanto rapido ed assassino sullo strumento, un batterista furioso, amante delle corse, delle belle auto e delle stagionate bottiglie di whiskey, un autentico treno che corre veloce nella vita e sul palco, ma soprattutto un frontman invidiabile, cavallo di razza, faccia da schiaffi e boccoli d’oro con una presenza scenica da urlo ed una voce viscerale, blues che più blues non si può.
Ed è proprio a questa simpatica linea retta che ci impone delle coordinate temporali che ci dobbiamo affidare, per comprendere la nascita di un evento, di una Cosa, indefinibile, furiosa, sbagliata, fuori luogo e singolare negli anni in cui si manifesta per le primissime volte. Abbiamo citato i Blue Cheer, band americana fondata dal chitarrista Leigh Stephens a San Francisco nel ’67 e mai abbastanza lodata, ma che ha fondamentalmente costruito la sua fama in futuro grazie al culto legato al loro sound, unico per distorsioni e potenza all’ epoca. Il loro “breaktrough album”, senza dubbio anche il più apprezzato dai posteri, è Vincebus Eruptum, del 1968, trascinato da un’incendiaria versione del grande classico Summertime Blues, all’epoca riproposto anche in sede live dai The Who, a Woodstock, un anno dopo.
Ebbene, si sono create varie voci attorno a quello che, ad oggi, rimane un disco di culto per i musicofili, ma anche per le metalheads e per gli amanti del periodo: si narra che la miscela sonora della band fosse talmente potente da sfondare i sistemi di amplificazione dei piccoli e grandi locali di San Francisco e dintorni in cui i Cheer si esibivano agli esordi; nessuna etichetta scommetterebbe su di un gruppo così fuori dai parametri, grezzo e così distante dai suoni luminosi, acidi e talvolta barocchi della moltitudine di band psych che fiorivano allora con una facilità disarmante, soprattutto nel Golden State.
Arriva però la Philips, colosso della tecnologia e degli elettrodomestici, da poco lanciatasi come tante altre case produttrici nel magico mondo della discografia, ad offrire un contratto ai tre scalmanati capelloni, mettendo a punto, si vocifera, un impianto fuori standard rispetto alla media dell’epoca per potenza e watt : un invito a nozze. Ma dietro a queste leggende, questi piccoli e significativi eventi che segnano la nascita di una nuova attitudine verso la musica, si cela un muro di suoni, di nuove sensazioni sconquassanti che non passano inosservate: sono questi i prodromi della nascita del metal? Quello che è certo è che niente sarà più lo stesso dopo l’avvento di una band imprescindibile, folle, fondamentale e di incalcolabile importanza per il futuro. (Tommaso Bonaiuti).
Fine Prima Parte

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