La tragedia del Moby Prince – 140 vite lasciate in pasto alle fiamme

Storia e attualità

Viaggiai sul Moby Prince molte volte tra il 1987 ed il 1990.
Era al tempo, per me, un simbolo di felicità e trepidazione; rappresentava la Sardegna, il viaggiare con la mia famiglia verso casa, ad Alghero.
Conoscevo quel traghetto come le mie tasche; ho ancora il ricordo vivido del bar, dove insieme a mio padre vidi l’Italia perdere ai rigori contro l’Argentina nei mondiali del 90. E poi l’odore delle cabine, la sensazione provata nel camminare a piedi scalzi sulla moquette dei corridoi, la balena sorridente disegnata sulla nave.
Non riuscivo più a riconoscerla nei servizi televisivi filmati il giorno dopo il disastro… vederla ridotta ad un ammasso di lamiere arse fu straziante. 

La sera del 10 aprile 1991, alle 22.03, il Moby Prince salpava dal porto di Livorno per raggiungere Olbia: a bordo era presente l’intero equipaggio (formato da 65 persone agli ordini dell’esperto Comandante Ugo Chessa) e 75 passeggeri. 
Alle 22.12, con le luci di Livorno ancora chiare e luminose alle spalle, entrò in collisione con la petroliera
Agip Abruzzo.
Nonostante i may day continui del traghetto e le disperate richieste di aiuto, dalla sede della Capitaneria di Porto le chiamate vennero praticamente ignorate: i pochi mezzi di soccorso, alle 23.00, si diressero verso l’Agip Abruzzo, incendiata dal petrolio “Iranian Light” perso da una cisterna durante lo scontro.
La Moby Prince nel mentre andava alla deriva in preda alle fiamme e scossa dal panico dei passeggeri, surrealmente abbandonata dal mondo esterno. Dopo 50 lunghissimi minuti due ormeggiatori si avvicinarono alla nave, allarmati dalle richieste di aiuto intercettate via radio sul Canale 16: attaccato al parapetto della poppa trovarono, terrorizzato, quello che diventerà l’unico superstite del M.P. , il mozzo Alessio Bertrand.
Nonostante le dichiarazioni del marinaio palesassero la presenza di persone ancora vive a bordo, la motovedetta della Capitaneria, giunta sul posto dopo il messaggio radio degli ormeggiatori, caricò a bordo il naufrago e rimase ferma in mare.
Dopo 30 minuti, dominati da un immobilismo inspiegabile, virò verso il porto, dove Bertrand mutò radicalmente la sua testimonianza:non c’è più nessuno da salvare, sono tutti morti bruciati.
La Moby Prince venne lasciata alla mercè del fuoco fino all’alba, davanti al porto… dalla Terrazza Mascagni di Livorno, ad occhi nudi, in molti notarono l’incendio in diretta.
Dentro morivano lentamente 140 persone, chi carbonizzato, chi soffocato (secondo gli esami autoptici alcuni rimasero in vita fino all’alba), molte delle quali strette in piccoli gruppi all’interno del salone De Lux… braccate come cani dalla morte, inermi negli angoli, con le madri rannicchiate nel proteggere i loro figli, custoditi tra le braccia.
Questa fu la scena macabra trovata il giorno seguente dai vigili del fuoco sul traghetto; la resa, la fine della speranza ritratta nella disposizione dei cadaveri.
Questa mattanza ebbe luogo in un periodo storico caratterizzato dalla fine della Guerra del Golfo e dalle inchieste sulle numerose navi fantasma impegnate nei traffici di armi e scorie nucleari, come la 21 Oktobar II della Shifco (la flotta composta da navi italiane donate alla Somalia attraverso il dipartimento della cooperazione italo-somala, sulla quale la giornalista Ilaria Alpi conduceva un’inchiesta al momento del suo omicidio in Somalia nel 1994), presente nel porto di Livorno la sera del 10 aprile del 1991.
Una rada molto trafficata da navi spesso non segnalate dalla Capitaneria, come l’irrintracciabile Theresa, che lasciò il porto subito dopo l’incidente comunicando uno strano messaggio alla sconosciuta Ship One: This is Theresa, this is Theresa for the ship one in Livorno anchorage, I’m moving out, I’m moving out!”
Uno scenario, quello dei traffici di navi militari e militarizzate nella rada di Livorno, ben noto ai vertici del Camp Darby (una delle principali basi militari americane in Italia, distante appena 5 Km dall’area portuale) che faranno il possibile per ostacolare e mettere a tacere le indagini, appellandosi al segreto militare.
I familiari delle vittime, con in testa Loris Rispoli e la famiglia del comandante della Moby Prince Ugo Chessa (incolpato in modo vile ed indegno dell’errore umano che avrebbe causato l’incidente) hanno creato l’Associazione “10 Aprile” e dal 1991 portano avanti una lotta continua e coraggiosa per diradare la fitta nebbia che avvolge la tragedia (questo è il loro sito www.mobyprince.it), una nebbia che i processi non sono riusciti a scalfire in nessun modo.
Rimane ancora senza una risposta, a 27 anni di distanza, l’ultima richiesta d’aiuto partita dalla radio del Moby Prince; una voce sconsolata, prima del silenzio totale: “non ci sente nessuno…“.

 

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1 Comments
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  • Karim Qqru
    9 aprile 2015 at 20:31

    Ciao Emanuel! Concordo. Purtroppo le innumerevoli teorie del complotto costruite su ogni fatto di cronaca, stanno creando in molte persone una forte diffidenza. Il lato triste è il veder trattare i dubbi leciti sulla ricostruzione ufficiale di casi come il Moby Prince, il caso Moro, Ustica, la morte di Ilaria Alpi (e molti altri) con sufficienza. Ma da una parte capisco questo atteggiamento quando ci si scontra con fatti magari poco conosciuti, scambiati per l’ennesima teoria del complotto montata ad hoc.
    La tragedia del Moby Prince resta una delle pagine più nere della seconda parte del novecento italiano.
    Basta prendere in mano gli atti processuali (alcuni sono consultabili) e le trascrizioni delle conversazioni radio. Senza nemmeno scomodare la nebbia inesistente potata come prova al processo (smentita da tutti con testimonianze e filmati), il sabotaggio del timone del Moby Prince giorni dopo l’incidente, il tentato omicidio di Piselli o l’incredibile “radar spento” del Camp Darby. Hanno lasciato bruciare la nave a pochi chilometri dal porto, davanti agli occhi di tutti, dando l’ordine di non avvicinarsi. E se non era per i due ormeggiatori (civili) Bertrand sarebbe morto. E chi nella capitaneria ha provato a confermare questa tesi è stato degradato o trasferito. Ma si potrebbe andare avanti per ore. Ciao 🙂

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