Uomini del Novecento

Raro in due sensi, questo libello: non si trova più da nessuna parte e si può definire un bel gioiellino (termine, questo, da usare in piccole dosi; oltre le due, tre volte all’anno, e un esame di coscienza è dovuto. Si recitino in caso quattro Ave Severgnini, pieno di te o, se buddisti, si sostituisca il Nam-yoho-renge-kyo con Do-re-ciak-gulp). Gli uomini che ama Geminello Alvi sono accomunati dall’essere «miti» e «entusiasti», dall’aver condiviso in pienezza i desiderata dell’anima con la realtà: poi, si può vincere o perdere ma, recriminare, no. E i visionari, specie se ingenui; quelli che inchioda invece ad un personale disgusto, più che antipatia, sono i cavalcatori delle vicende che sanno trarre, da esse, un set di aggettivi che li eternerà, senza vero merito (il salvatore, il non-violento, il maestro, il grande…): esemplare il giudizio severo su Gandhi, parere di certo non usuale, per un’icona del Bene e di libertà.

Che significa, si chiederebbe il primissimo Silvio Muccino? C’è dietro un progetto. Alvi vuole scartare la prima pagina dei personaggi per metterne in luce le zone d’ombra: la Storia consegna aggettivi distrattamente, fa i buoni e i cattivi, così qui si prova a restituirle un poco di complessità. Da una parte, l’operazione comporta coraggio e lungimiranza; dall’altra, togliersi dei sassolini dai sandali (è un libello, non fa rumore) per ri-bilanciare alcune valutazioni storiche, porta Alvi a cedere, a volte, alla tentazione anticonformista forzosa. Un po’ come quelli che dicono I Beatles? Senza George Martin, guarda, sarebbero stati p-e-r-s-i! Giusto è citarlo e rendergli merito (sua l’idea degli archi per Eleanor Rigby, ad esempio), ma un buon servizio alla complessità è aggiungere il poco noto, non svalutare del tutto il notorio – a meno che non sia un falso. In particolare, nel delineare figure straordinarie vissute durante il fascismo come Giuseppe Tucci, il più grande tibetologo del suo tempo, Alvi non giunge a onorarne i fasti ma, da economista di destra, fa percepire l’irritazione per aver fatto di tutta l’erba – appunto – un fascio. Questo, il progetto in inchiostro simpatico; ciò che è visibile invece da subito è una rassegna di ritratti fulminei dalla quale trarre figure indimenticabili, misconosciuti di genio, vite incredibili – Stanley, Dunant, Will Bill Cody, Onisci – con uno sguardo più ravvicinato sui facitori dell’economia, l’ardore per un eroismo ormai fuori tempo e un riuscito messaggio di complessità, nonostante i suddetti pesi sulla bilancia più personali: perché affiora, a lettura finita, un punto di vista, non una vendetta o una voglia d’insipido cattivismo. Scritti con una passione quasi da amatoriale, brevi e densissimi come monadi complete in se stesse, sono i ritratti, uno per uno, in fondo, ad essere dei gioiellini, più che il libro stesso. E adesso, mi spetta: Ave Severgnini… (continuo da solo). (Lu po)

Geminello Alvi, Uomini del Novecento, Adelphi Edizioni, Milano 1995

Il capitalismo

Price: EUR 17,85

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