La stagione del gerundio

Storia e attualità

Claudio è un bambino che nel 1947 ha dieci anni e vive a Sorano, in provincia di Grosseto. Gli altri ragazzini stanno giocando ma lui no, lui guarda e riguarda la stalla dello zio e non si capacita: come è possibile sembri così grande da fuori e così angusta da dentro? Ci pensa tutti i giorni, prima di dormire e a colazione, e non è raro vederlo misurare con i passi o con i palmi delle mani il muro di mattoni dalla parte del lato lungo. “Dentro è un quadrato e fuori un rettangolo” sospira, e non capisce.

Quel giorno finalmente si decide a chiedere spiegazioni, ma a metà domanda gli occhi dello zio sono già sbarrati per gridare “Oddio, l’Artena!” e correre a prendere il piccone. La parete di fondo è finta, strofinata col muschio per sembrare vecchia come le altre, e nasconde la Lancia Artena dell’altro zio, vecchissimo monsignore del paese, morto qualche anno prima. Zi’ prete, come lo chiamavano, aveva murato l’auto di rappresentanza che i tedeschi gli avrebbero di certo sottratto, lasciandola in eredità ai fratelli. Non si sa bene come, ma la guerra aveva rubato a tutta la famiglia il ricordo di quell’episodio.

Claudio oltre a essere un bambino è anche mio nonno e con questa storia mi ha fatto tornare in mente l’estate. Devo dire che non si tratta della mia stagione preferita, per due motivi: primo, perché non ho una stagione preferita e secondo, perché credo che l’estate sia la stagione del gerundio. Persino i generatori di hit estive di ogni tempo, dai Paradisio a Iglesias, ci confermano che questi mesi sono tutto un bailando, un gritando, un buscando. L’estate insomma è piena di verbi che ci dicono che qualcuno sta facendo cose e dovrebbe quindi incitare a un certo dinamismo, ma riesce nell’impresa di non suscitare in me alcuna empatia. Adesso che quei mesi sono finiti e non ci sono più dentro, posso parlarne con una certa oggettività e riesco persino a farmeli piacere. Ma se un giorno dovessi per caso scrivere che le tue cose (e altro) cominciano a piacerti nel momento in cui le perdi, che qualcuno mi ammazzi.

“Dentro è un quadrato e fuori un rettangolo” questa estate, perché tutto sembra quello che non è. Per esempio, prendete la Puglia, che non è la Puglia. Si tratta infatti di Via Tuscolana, strappata a Roma (che non si dispera) e lanciata via, in fondo in fondo all’Italia, in esilio. Ecco che quindi ti fai settecento chilometri per sentirti a dieci minuti da casa, con l’invasione romana che imperversa sulla sabbia e sui banconi dei locali. Forse il destino maligno mi ha ascoltato quando ho pensato ,in un momento di debolezza, che no, non sarebbe stato male tenere per mano quella ragazza lampadata e ricoperta di tribali che in biblioteca chiama tutti “amo’” e “tesò”. Concludo quindi che nemmeno correndo forte sulla Salerno-Reggio Calabria puoi seminare te, le tue cose (e altro).

Nemmeno Torvajanica (sì con la “j”) è Torvajanica. Ci vado ogni anno e mi sembra sempre di raggiungere un eremo tibetano, perché si studia e ci si riposa senza distrazioni, in un isolamento incantato. Quest’anno invece la Pontina sembra attraversare il mappamondo dall’altro lato, fino al Sudamerica. Il clima tropicale e l’umidità di certo aiutano, tutti sembrano adeguarsi: io stesso mi sento un ragazzaccio di una favela e riesco a indossare solo canottiere. Intorno a me per magia sono tutti spacciatori, ballerine culone, golpisti e non mi stupirei di vedere il subcomandante Marcos prendere il sole col passamontagna. La criminalità poi da immaginaria diventa reale, quando la polizia arresta Peppe `o guaglione* a cento metri da casa, mentre fa il bagno, ma che importa. Ciò che importa è che occorrono settecento chilometri per sentirti a casa, quaranta per scappare. Manco male. (Ivan DLB)

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