La percezione della grandezza ha i suoi tempi: Giorgio Morandi

Arti visive

Bene. Giusto poche sere fa, mentre il mondo sapeva farsi beffe dell’uomo anche in modo innocuo – e perciò la minaccia appare enorme, in tali casi, perché si pensa a quando, invece, ci si mette d’impegno – ovvero, per l’ennesima volta battevo a carte un mio superiore senza neanche sapere, veramente, cosa sia la primiera (un po’ come era il fuorigioco per le donne, quando ancora le donne non si occupavano di calcio, mai); giusto poche sere fa, dicevo, il suddetto superiore mi rimproverava per la lunga (cinque giorni, credo, come per Zarrillo) latitanza dallo scoppiettante mondo dei miei articoli per Dirt. Così, col caldo soffocante che appiccica la notte agli abiti e gli abiti alla pelle, e dopo aver scoperto che l’indomani non sarei andato al lavoro, mi sono detto: ma insomma, gli articoli o vengono o non vengono!, però una guardatina al computer ci può anche scappare.

Ed eccolo lì, l’articolo: un doodle, che orienta almeno un pensiero al giorno (non è poco) di chiunque usi Google: splendido, raffinato. Trattasi di un’opera di Giorgio Morandi; un’opera bellissima per colori, disposizione – la comprensione dello spazio è una percentuale molto alta della grandezza di questo genio – non particolarmente rappresentativa perché, per la pigmentazione satura (pare un acquerello, una tempera tenue: meno usuale per Morandi) ci si potrebbe quasi sbagliare con Casorati, se non fosse per il tema così iconico: una collocazione di oggetti e bottiglie.

Morandi è proprio uno di quelli che Conte definisce con la faccia un po’ così: un volto d’altri tempi, serio e serioso nei tratti, quasi da podestà fascista per un film sul ventennio; un omone abbarbicato alla sua arte e alla finestra di Via Fondazza da cui, attraverso lo spicchio di paesaggio permesso dalla visuale che bastava e avanzava poteva vedere, riflesso in quello spicchio come una polla d’acqua riflettente, il mondo intero.

Oggi, le sue quotazioni alle aste lo riconoscono senza ombra di dubbio ma, nonostante tutto, con freddezza, ed è bene che sia così: è una pittura che non ha quel tipo d’impatto, e con ciò non intendo sparlare di chi abbia maggiore orecchiabilità sothebystica; soltanto, è un’attitudine che è importante attribuire a tale pittore, per coerenza con l’intimità che crea il contatto fisico – fortissimo – con quasi qualsiasi sua opera. Sono invece le quotazioni della percezione mediatica della grandezza di Morandi, a salire vertiginosamente; solo negli anni Settanta, non era necessariamente contemplato fra i quattro – cinque nomi da pronunciare d’obbligo riguardo ai giganti italiani del Novecento, anche se il critico Argan ci vide lungo, in questo senso, assegnandogli un posto sicuro nel suo manuale scolastico.

Mi ricordo un’intervista a Guttuso che tratteggia molto bene quell’atmosfera: di fronte alla domanda su quale fosse stato il maggior pittore italiano del secolo (quello passato, cioè quello in corso per Guttuso), il maestro siciliano fece una pausa sorniona e meditativa, per scegliere una risposta democristiana che più non si può, lui, icona del comunismo intellettuale, guida, motore culturale del Paese: condito da una eloquente smorfia – come a dire: è ovvio che non posso dire che sono io –, rispose che era De Chirico. Il testo della risposta era il nome di una grandissimo pittore, la cui strana avventura d’aver dato all’esordio uno dei rari apporti realmente personali al mondo dell’arte influenzando centinaia di artisti stranieri (come le canzoni tradotte dall’italiano all’inglese e non viceversa) e poi, d’aver prodotto per gran parte della carriera niente che reggesse il peso del primo periodo, lo ha reso definitivamente metafisico; il sottotesto, era il nome di Guttuso stesso che, per eleganza, non poteva nominare se stesso.

Il suo nome si è molto ridimensionato – è stato un grande pittore, ma parte dell’appeal promanava dalla sua posizione sociale – e quella smorfia, quella concezione, assumono adesso qualcosa di buffo, se accostate alla figura di Morandi. Il gioco della percezione, della confusione fra sostanza e ruolo, e della distanza che va percorsa per comprendere una sostanza rispetto a un’altra, è altrettanto buffa ‒ è l’insieme di cui quell’intervista non è che l’ennesimo sottoinsieme ‒ e controbilancia lo spavento che la vita, facendosi beffe di noi, ci fa provare: basta vincere a carte senza capirci nulla.

Così, per sopperire a beffe e cose buffe, pittori come Morandi disponevano bottiglie, o guardavano dalla finestra di casa, per stabilire un ordine che in Natura non è dato riscontrare. Le classifiche sul più grande pittore italiota del secolo è anch’essa una forma d’ordine, sicuramente divertente ma, per ora, le possiamo rimandare con tranquillità: l’ordine di Morandi sta nello scavo continuo e pervicace di pochi soggetti, e non nella schematizzazione. Lasciamolo continuare a decantare. (Lu Po)

CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrShare on Google+Email this to someone

Leave a Response