La morte ti rende persona

Storia e attualità

Non è un argomento spinoso; lo si desumerebbe da Rilke, secondo il quale la morte – vado a memoria, perciò potrebbe essere del tutto falso – sarebbe liscia e su un piatto azzurro. Liscia è e in effetti, oltre che liscia, cristallina, senza dubbi, pulitissima; la si insozza parlandone, e con quasi allarmante sincerità i media che se ne occupano (i molti media che se ne occupano) vengono ribattezzati tv spazzatura, del dolore e così via. Ma è spinoso l’argomento, infatti: non la morte in sé. Ed ecco uno dei segreti ovvi – eppure, rimangono segreti, sempre e per sempre –: ciò che è eminentemente liscio, si fa spinoso nominandolo, e viceversa.

Perché parlarne? Il pretesto è il decesso del figlio di Nick Cave. Non so e non vado a cercare se sia suicidio o tragedia, anche se non sono riuscito a scampare alle parole da cui si capiva che è caduto da una scogliera. E verrebbe da bestemmiare per la qualità letteraria di un avvenimento con tali canoni: Nick Cave, uno dei pochi trisnipoti rimasti di Byron e del Romanticismo darkoide: uno con la faccia segnata da avvenimenti del genere; un volto, un’asciuttezza, una magrezza, che profetizzano un evento privato del genere. Sembra un copione per un film con poca fantasia, o con troppo spirito d’adesione alle maschere teatrali.

Penso alle tante morti spettacolari, nel senso di quelle che vengono dal mondo dello spettacolo: a quanto squarcino per un istante il piano emotivo di noi persone che, solitamente, pensano di essere le persone mentre gli altri, sotto sotto, sono nient’altro che gente; questi eventi, resi pirotecnici dalla popolarità e dalla provenienza da un tipo di contesto, da un lato possono affratellare e far capire che tutti, tutti sono persone: non così coi politici, finché non siano anch’essi accolti in un piano emotivo individuale (ma individuateli, oggi!), non così praticamente in nessun altro caso. Sono i miti, gli attori, i cantanti, o le morti legate comunque ai mondi che smuovono l’inutile e così tanto utile mondo delle sensazioni, dell’emotività, a scuotere anche se non lo si vuole. A me, ad esempio, a partire dal personale complesso da invisibilità, ha colpito molto la morte di Brittany Murphy, attrice che non ha mai veramente svoltato (è la protagonista di Eight Mile), troppo vicina a quella di Ledger ; oppure, sono rimasto sconvolto dopo aver letto che il leader dei Germs s’era suicidato per eternare sé e il proprio gruppo ma – ironia beffarda, ghigno tonante, lezione amara della vita – decide di compiere il gesto un giorno prima (se non sbaglio) dell’uccisione di Lennon: si perde la vita per prolungarla nella gloria, e la gloria viene risucchiata dopo un solo giorno da una pistola.

Poi, c’è il privato. E qui c’è un passo e chiudo su quale non transigere; a Cave, a Kaladze, a Prandelli, a Jovanotti, a Travolta, a Lory del Santo e Clapton e a tutti gli altri vip investiti dalle vicende umane dovrei rivolgere una carezza, un grandissimo Mi dispiace, una corona di fiori?! Per la capacità proiettiva che, in quanto grandi cantanti, artisti, personaggi popolari, essi hanno rispetto a ciò che è liscio? Questo io lo trovo possibile – e impossibile, perché altrettanto spinoso – quando si è davanti a persone che si conoscono come persone; niente a che vedere, per quanto si possa provare umanamente dolore di fronte alle tragedie che accadono a personaggi che si amano per la loro opera e ciò che trasmettono di loro stessi, con costoro che conosciamo solo per la immaginata, da ognuno di noi, proiezione. (Lu Po)

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