La migliore Oriana

Letteratura

Una delle domande che più comunemente ci facciamo quando si giunge a conoscere bene l’opera complessiva di uno scrittore, o i dischi pubblicati da un tal musicista durante l’intera carriera, o ancora la produzione cinematografica di un particolare regista, è se l’attività dell’artista in questione debba esser valutata seguendo la qualità cronologica dei suoi lavori, oppure i lavori migliori da esso realizzati.

In altre parole -e giusto per portare un esempio concreto-, Monicelli va considerato per Amici Miei (1975), o per il percorso che da Amici Miei, passando per Un borghese piccolo piccolo (1977) e Il Marchese del Grillo (1981) giunge al mediocre Panni sporchi (1999)?

Io ho scoperto Oriana Fallaci soltanto nel 2004 -quindi molto tardi- e attraverso la lettura di Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse, che all’epoca fu e tuttora è, per l’ego spropositato e irritante dell’autrice, l’autoreferenzialità e i toni reazionari, una delle cose più sgradevoli che personalmente abbia mai letto (insomma, la Fallaci dopo poche pagine dall’inizio domanda a se stessa se durante l’intervista la Oriana intervistatrice deve proseguire continuando o meno a dare del Lei a quella intervistata, e quest’ultima risponde “continuando a darci del Lei, per carità. Non amo indulgere a mode giacobine. Insopportabile).
Barcamenandosi tra assiomi imbarazzanti tipo “ovunque vi sia antiamericanismo vi è occidentalismo; ovunque vi sia antioccidentalismo vi è filoislamismo; e ovunque vi sia filoislamismo vi è antisemitismo” e dichiarazioni rivedibili come “checché ne dicano i registi cialtroni di Hollywood [Bush ha il merito di] essere una persona rispettabile. Anche nella sua vita privata”, quella Fallaci mi insegnò soltanto quanto la vecchiaia e la malattia possano essere esperienze abbrutenti.

La Fallaci che invece ho letto di recente è quella di Intervista con la Storia, librone che nella sua edizione 2014 di Best BUR è costituito da 879 meravigliose pagine; l’opera racchiude alcune delle interviste che l’autrice ha realizzato a cavallo tra ’60 e ’70, ed è uno sguardo magnifico e rivelatore sui grandi momenti storici del secolo passato e sui personaggi che di quei momenti son stati i protagonisti.
Con Kissinger e Van Thieu si parla di Guerra del Vietnam, con Golda Meir e Yassir Arafat si indaga sui possibili sviluppi del rapporto tra Israele e Palestina; nelle parole di Pietro Nenni e Giovanni Leone vi è raccontata l’Italia di allora e quella che presumibilmente si sarebbe sviluppata, in quelle di Willy Brandt vi è il ruolo e le aspirazioni tedesche in Europa. E poi ancora Hussein di Giordania, Indira Gandhi, Ali Bhutto, Giulio Andreotti, Mohammad Reza Pahlavi, William Colby, Hailé Selassié I, interpellati in maniera tale che essi non possano esimersi dal raccontare chi sono realmente, oltre a ciò che per il mondo rappresentano: libro fondamentale e -vorremmo osare- imperdibile. (Paolo)

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2 Comments
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  • P
    28 aprile 2015 at 16:00

    “La rabbia e l’orgoglio” è l’unico libro italiano che conosca ad avere il tono polemico e lo stile di cui ha bisogno la polemica – la sacra bilis. Allah vuole, però, che le sue tesi fossero quel che sono. Come per i libelli di Céline, andrebbe letto per come è scritto.

  • Paolo
    28 aprile 2015 at 16:24

    Ed esattamente quello ho fatto -e come me credo molti altri: letto per come è scritto, e per quel che vi è scritto. E, grazie a Allah o chi per lui, non mi è dispiaciuto trovarlo reazionario e a tratti imbarazzante.

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