La lente o la biglia di José Saramago

Letteratura

Si può parlare di José Saramago senza ricordare che lo stesso vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1998? Vorremmo rispondere di sì, quando in realtà sappiamo che l’entità del premio, più che il suo effettivo valore, e l’eco che ad essa si accompagna, rischiano in una certa misura di fagocitare le opere del premiato: l’onorificenza formale, fatalmente, divora o sostituisce l’onore reale, quello guadagnato sul campo -o su un campo: quello, appunto, della letteratura.

E allora parliamone, del Nobel a Saramago, semplicemente perché è un mezzo per parlare di altro, ovvero di Pensar, Pensar y Pensar (Edizioni Datanews, 2006), raccolta di interventi e interviste che l’autore realizzò tra il 1999 e il 2005, all’interno della quale il portoghese ci spiega che, immediatamente dopo aver ricevuto la notizia della vittoria, provò “felicità proprio nessuna: solitudine, solitudine totale”.

In realtà, le parole dedicate al Nobel -ed inserite all’interno del discorso incentrato su letteratura e politica, tenuto il 21 agosto del 1999 al Museo delle Belle Arti di Buenos Aires- non sono le più interessanti: del Saramago comunista e di quello che pone Kafka, Borges e Pessoa sul podio degli autori del XX secolo sappiamo già tutto; quello che davvero questo libretto sottolinea è il valore che Josè assegna alla filosofia, e non c’è modo di spiegarlo in maniera migliore di quanto possano farlo le sue stesse parole:

Ritorno alla filosofia. Ritorno. Non nel senso che stiamo diventando tutti filosofi, no. Ritorno alla filosofia, a ciò che speriamo di trovare nella filosofia, e cioè la riflessione, l’analisi, lo spirito critico, libero. E quindi la capacità di circolare nell’universo umano, dove concetti di ogni tipo si scontrano, si incontrano, si uniscono, si separano. È quello che succede tutti i giorni. Non si dice che l’uomo è un essere pensante? Beh, allora, che pensi.

Ora, serve domandarsi perché queste siano parole importanti: la ragione è che Saramago, del quale si conoscono le nette posizioni politiche, e le ferme idee in contrasto con i poteri nella loro accezione più generale (alcuni esempi: la Chiesa -che infatti così commentò il Nobel assegnato al portoghese: “È un riconoscimento orientato ideologicamente, Saramago è rimasto un vetero-comunista. In particolare il suo recente libro Il vangelo secondo Gesù Cristo testimonia la sua visione sostanzialmente antireligiosa-, il governo israeliano, Berlusconi) è stato un intellettuale che ha pensato ed agito. Con l’adesione al Partito Comunista Portoghese, con l’appoggio alla gloriosa Rivoluzione dei Garofani del 1974, e con i concetti, mediante una -mi si conceda l’utilizzo dell’espressione- profondità di visione che, è questo l’importante, la sua innegabile notorietà mondiale non ha amplificato in termini di ampiezza -non ve ne sarebbe stato bisogno- ma di diffusione, dilatandone le possibilità di accesso.

Sulla copertina dell’edizione italiana del libro, in una famosa foto Saramago ci guarda appoggiando sull’occhio destro qualcosa che è una lente, o una biglia, e viene da pensare che, questa volta senza parole, sia lui a volerci spiegare come stanno le cose: vedo più grande di voi, ed i particolari mi appaiono più nitidi, e quel che è lontano mi appare chiarissimo, oppure vedo diversamente da voi, e la realtà mi appare con forme e colori ai quali non potete accedere se non attraverso me. In entrambi i casi, il lettore pensa, e pensa, e si fida. (Paolo)

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4.3 su 5 stelle

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