La La Land ce le scassa, ma con stile

Cinema

Frammenti a caldo dopo la visione del film. Spoiler riguardo all’articolo: in esso, userò per la prima volta giustappunto il termine spoiler e mai, mai l’avrei creduto, poiché restare amatoriali è fra le chiavi per essere e rimanere artisti (cosa che desidero tanto quanto i protagonisti di La la Land, bellamente fottendomene dell’usura del termine; so cosa sia per me, e ciò mi basta); restare amatoriali in questo senso, significa anche non utilizzare i lemmi da addetti ai lavori – nemmeno quelli da prima elementare come spoiler

Teoria: e se la capacità dei musical di gonfiarci le palle fosse una delle maggiori, ma tacite, cause di violenza nel mondo? Io, avallo questa teoria. Musical is the name of the Beast.

Però questo funziona di più, come film, di altri, anche perché – son andato a cercare, altro aspetto anti-amatoriale – trattasi di film scritto e poi diretto da Damien Chazelle, e non di musical adattato al cinema: conservo ancora con terrore il ricordo dell’acclamatissimo Chicago che, nonostante una fantastica Zeta-Jones, stava per rendermi la fotocopia dell’Alexander di Arancia meccanica dopo aver subito un trattamento Ludovico intensivo. Qui, la canzoncina sotto il cielo stellato scatta soprattutto nella prima parte ma, poi, l’autore ci risparmia e fa seguire un po’ la storia.

Antimusical, sì! Mi riferisco al genere nella sua fase moderna, in particolare. Ma amore e rispetto per alcuni grandi classici (quelli di Astaire in testa a tutti). L’unica eccezione è Jesus Christ Superstar, un capolavoro che si può vedere fino allo sfinimento; ma di fatto è più un’opera rock che un musical.

Emma Stone ruba la scena in modo sistematico, quasi diabolico. Dio, se è dimagrita – con quelle bianchissime gambe, una delle nostre nonne ci potrebbe sferruzzare – ma adesso i suoi occhi, nati per un viso più paffuto, sono così in primo piano che sembrano appena usciti dal video di Black hole sun dei Soundgarden. Sono giganteschi e chiaramente in grado di rapinare la banca dei cuoricini.

Lei e Ryan Gosling (molto bravo nel bel Blue Valentine) non dovrebbero ballare, perché non riescono ad essere davvero sincronizzati; il che è urticante. Lei, però, nelle scene in cui deve farlo più liberamente (come quando lo prende in giro mentre lui, musicista raffinato, per denaro suona gli anni Ottanta – quelli magnifici, di Take on me – a un matrimonio o giù di lì), è irresistibile e, non so come dire: la vorresti addentare, corteggiare in modo ostentato, umiliandoti.

Obiettivamente, il record di nomination agli Oscar (ha pareggiato le 14 di Eva contro Eva e di Titanic) è fuori di senno e al contempo comprensibile: oggi, non è che ci siano tutti questi capolavori mainstream, e La la Land non fa una grinza e ha la freschezza di chi, ancora, voglia conquistare il mondo (le stesse musiche, belle per il genere, sono di Hurwitz, amico di Chazelle: i due vogliono tutto e ci stanno provando; bella City of stars, non male il brano cantato dalla band il cui frontman è John Legend, con un cammeo da musicista quale è); in più, ha le caratteristiche per essere nominato in varie categorie come colonna sonora, miglior canzone, costumi, sonoro e così via; l’incetta di nomination, la si fa anche così. Perché deve essere patinato, un film come questo. La cosa buona è che lo fa con gusto: non è banale.

Una spruzzatina del jazz amato nel suo splendore originario è semplificata per esigenze cinematografiche, ma se ne riconosce la veracità; ed è un piacere. La passione del personaggio di Gosling, pianista radical del genere, è introdotta dalle foto in bianco e nero di Coltrane e Bill Evans. Peccato che jazz – almeno dai doppiatori italiani – venga pronunciato jaaz e non gezz.

SPOILER. Il sorriso finale di Gosling, che ritrova gli occhi giganteschi di Mia/Stone dopo anni (pardon per la mezza blasfemia, e con le dovute proporzioni) mi ha ricordato quello incredibile di De Niro nel finale di C’era una volta in America; ciò dimostra che l’accoppiata sorriso amaro/nostalgia infinita può rendere una scena, se in mano a gente che ci sa fare, una scena di quelle che non dimentichi. Gosling vince la sua partita con quell’unico sorriso; non è da tutti.

Quindi, è difficoltoso per chi non ami i film che, nel momento in cui salga in primo piano un sentimento, lo si faccia equivalere ad un ritornello retorico mentre lo sguardo ispirato è rivolto verso le stelle; ma è vero, che il film in sé ha poche sbavature. L’aver rinnovato il genere musical – ho sentito tale voce – mi pare più che un’esagerazione: finché esso sarà connesso a qualcosa di roboante e non sciacquerà i panni nell’intimo, nel minimale, non se ne parla. Ma ogni pezzo è a posto, i colori e gli attori sono belli gli uni e bravi gli altri, la storia è un canovaccio eseguito con una certa misura (perché per un buon prodotto, al contrario dell’arte dove serve l’amatorialità, è necessario il professionismo, che non è più così alla portata di tutti, ormai; neanche a Hollywood).

La la Land rilascia sensazioni languide legate al finale, che possono far riflettere chi vuole qualcosa dalla vita; e anche la la la voglia di ascoltare o un po’ di  jazz senza pezzi di musical che lo tallonino o ‒ per spurgarsi del tutto ‒ un urlo di Diamanda Galas in loop, per una settimana almeno no no no. (Lu Po)

 

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