La grande bugia

Storia e attualità

Find something more important than you are” disse il filosofo Dan Dennett, discutendo il segreto della felicità (link: https://vimeo.com/3686182), “and dedicate your life to it”.
C’è gente, come me, che ha preso tale consiglio alla lettera.
Ho sempre creduto che i due elementi essenziali per l’evoluzione personale siano curiosità e capacità di fare delle scelte: la seconda implica il conoscere se stessi (cosa non triviale). Avere una buona dose di forza di volontà, che contempla determinazione e perseveranza, è anche di fondamentale importanza per realizzarsi. Non so, e non saprò mai, in che misura questa idea sia basata sul concetto di sogno americano e sulla sua diffusione in occidente, attraverso l’esportazione di certa holliwoodianetà televisiva.
Di certo, da quando ero bambino una frase mi è rimasta ben chiara in testa: “Se ti ci metti con impegno, raggiungi qualsiasi risultato”. Era stata detta dal buon vecchio George McFly e rimane, a mio avviso, ancora preferibile a certe patacche rifilate ai neolaureati di varie università americane da gente come Jim Carrey Steve Jobs.

Così quando arriva il momento di decidere cosa fare da grande, si innesca il meccanismo della grande bugia, spiegato molto bene da Michael Wolfe in un articolo su Wired (http://qz.com/471165/why-would-anyone-quit-their-jobs-at-dream-companies-like-facebook-or-google/?utm_source=parWD): studia tanto a scuola in modo tale da prendere ottimi voti, così potrai accedere ad una buona università e, di conseguenza, ad un ottimo lavoro in un ottima impresa: la tua famiglia e i tuoi amici saranno impressionati e tu vivrai felice da quel momento in poi.
La grande bugia è imperniata sul concetto di prestigio come misura di realizzazione personale. Studiare in un’Università di primo livello e lavorare in un’azienda (o istituto) di primo livello è meglio a prescindere, perché in questo modo si è vincenti e, in quanto tale, felici. Tutti sanno che è meglio vincere che perdere e il tuo status sociale dipende da quanto vinci o quanto perdi.

E così, spinti dai due meccanismi di cui sopra, può capitare di riuscire anche a fare il lavoro da sempre sognato, dopo anni di dedizione allo studio e rinunce. E magari anche a farlo in posti prestigiosissimi, ambìti dai più… per poi scapparne a gambe levate, come fossero luoghi infetti da peste nera.

Prendiamo ad esempio il mondo accademico, e in particolare il mondo dell’astrofisica, che credo di conoscere abbastanza bene.
Idealmente per diventare astrofisici bisogna intanto laurearsi in Fisica o Astronomia. Dopo la laurea si fanno 3-4 anni di dottorato di ricerca, che negli Stati Uniti può durare anche il doppio ma include la laurea specialistica o Master.
Si continua con varie posizioni dette post-dottorato o postdoc per circa 3-9 anni in totale, poi si approda alle cosiddette posizioni tenure-track, di 2-5 anni alla fine dei quali si dovrebbe ottenere un lavoro stabile, come professore o ricercatore universitario, oppure come tecnico in un osservatorio.

In pratica la faccenda è molto più complicata.
Ecco qualche numero, anche se non aggiornatissimo (non entrerò nel merito della situazione italiana perché ho lasciato l’Italia subito dopo la laurea): in Inghilterra circa l’80% del personale di ricerca post-dottorato sta su contratti precari, il 90% dei quali hanno durata inferiore a tre anni (1).
Mediamente ci si sposta in un nuovo istituto di ricerca alla fine di ogni contratto. Il mercato del lavoro è su scala planetaria, quindi si cambia Paese, se non continente, ogni 2-3 anni, con buona pace di vari ed eventuali rapporti sociali. È impensabile poter scegliere il posto in cui si vuole andare a lavorare, dunque a vivere, per quel paio d’anni, per via di una forte competizione già a livello di postdoc, figurarsi per posizioni stabili.
Ovviamente questo non avviene in maniera identica per tutti, c’è chi non cambia quasi mai università e c’è chi trova solo contratti su fondi limitati, e anche per pochi mesi si trasferisce oltreoceano. L’elemento discriminante tra questi due casi non è sempre la meritocrazia.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, dal 1980 al 2006 il numero annuo di persone che hanno conseguito un dottorato di ricerca in astronomia/astrofisica è leggermente cresciuto, fino ad arrivare a 170 nel 2006. Il numero annuo di posizioni stabili è rimasto pressoché costante, circa 60-90, mentre il numero di posizioni precarie da postdoc è triplicato dal 1990 al 2006 (2). Provando a contare il numero di posizioni disponibili quest’anno nel sito di riferimento di chi cerca lavoro in astrofisica ovunque nel mondo (3), si vede che ci sono annunci per 360 posizioni da postdoc e per 160 posizioni stabili o tenure-track. C’è un enorme collo di bottiglia nel bel mezzo della carriera accademica, che era praticamente inesistente al tempo in cui furono introdotti i postdoc.
I finanziamenti destinati a dottorati di ricerca e posizioni per giovani postdoc sono molto maggiori rispetto a quelli per posizioni stabili. Il meccanismo è deleterio perché si immette coscientemente una massa di persone altamente specializzate in un mercato del lavoro che si sa già non avere le capacità di assorbirle. Si è pure coscienti del fatto che non si può fare l’intera carriera su contratti da postdoc: o si diventa professori alla fine del cammino, o si finisce in mezzo ad una strada.

Per ambire a un lavoro permanente prima di tutto bisogna essere bravi e pubblicare tanto: durante la fase postdoc, dicono, almeno 4 articoli all’anno, con più di uno come primo autore; bisogna dimostrare leadership, costruirsi una rete di collaborazioni internazionale e di alto livello, saper pubblicizzare i propri lavori in conferenze e siti di divulgazione. È importante trovarsi a lavorare sulle cose giuste, cioè quelle che sono più finanziate al momento. Per esempio negli ultimi anni una bella frazione di fondi è andata alla ricerca di pianeti extrasolari, quindi chi si occupa di questo ha vita più facile rispetto ad altri. Bisogna trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Insomma diciamo che la fortuna gioca un ruolo più importante della meritocrazia.

A tutto questo bisogna aggiungere che la vita quotidiana in molti istituti di ricerca non è sempre facile. Volendo sorvolare l’ovvio, baronaggio e nepotismo non mancano nemmeno all’estero, spesso si ha a che fare con un certo culto della personalità e con la mancanza di apertura mentale.
Si pensi al caso della maglietta di Matt Taylor, l’astronomo tatuato che è riuscito nell’impresa quasi impossibile di mandare la sonda Rosetta in orbita attorno ad una cometa, e da lì lanciarci sopra un’altra sonda, piccola come una lavastoviglie, chiamata Philae. Si è presentato alla prima conferenza stampa con una discutibilissima maglietta Rockabilly, disegnata per lui da un’amica per la grande occasione.
Un gruppo piuttosto nutrito di astrofisici era in subbuglio, non per l’impresa storica portata a termine con successo, ma perché il Dr. Taylor indossava, a detta di molti, una maglietta che offende le donne, specialmente la figura della donna in scienza: quindi Matt Taylor sarebbe anzitutto un sessista (quando si dice cervelli in figa).
C’è un grave problema di squilibrio tra numero ricercatori di sesso maschile e femminile, che viene abbondantemente discusso e sta per essere affrontato, ad esempio, in Germania, ma qui siamo a un volgare sfoggio di ignoranza.

Esistono anche gli aspetti positivi della prestigiosa carriera accademica: si gira il mondo, vivendo in vari posti e viaggiando parecchio per conferenze e collaborazioni; si ha libertà intellettuale, anche se solo per pochi anni, cioè fin quando si lavora con qualcuno che riesce a racimolare dei fondi di ricerca. Andando avanti nella carriera però, si spende sempre meno tempo per fare ricerca e sempre più per richiedere fondi, ed è dal quel momento in poi che si ha bisogno di studenti di dottorato e giovani postdocs che portano avanti i progetti.

Sono pochissimi i professori che parlano chiaro agli studenti che si preparano a entrare in questo mondo. Al contrario, il giovane ricercatore viene spesso eccessivamente incoraggiato, alimentandone la passione che ha già per la materia, al fine di farlo lavorare con più dedizione. Ma in pratica gli si mette la testa sotto la sabbia, mentre tutto intorno si viene a creare un ambiente estremamente competitivo. È una sorta di guerra dei poveri: senza giovani ricercatori anche gli istituti più prestigiosi sarebbero destinati a un rapido tracollo, visto che l’intero business è ormai basato sulla produzione massiccia di pubblicazioni scientifiche, dando sempre più spesso meno importanza alla qualità dei lavori.

Ecco la Grande Bugia all’opera, ed ecco come il prestigio, almeno in questo caso, finisce per trasformarsi in abnegazione e ostinazione. Il prestigio smette di essere misura di realizzazione personale nel momento in cui si capisce che l’ostinazione ha il potere di distruggere oltre che di creare.
Quello è il momento di scappare più lontano possibile e più veloce possibile, sperando che non sia troppo tardi. (Stefano Mineo).

Face à la mer, le bonheur est une idée simple
(Jean-Claude Izzo)

Libro: I primi tre minuti, Steven Weinberg, ISBN-13 9788804177524
Film: Smetto quando voglio (2014, Sydney Sibilia)
Musica: Pink Floyd – The Dark Side of the Moon (1973, Capitol Records)

Note:
(1) http://www.theguardian.com/higher-education-network/blog/2014/may/01/academic-anonymous-leaving-academia
(2) http://adsabs.harvard.edu/abs/2009astro2010P..51S
(3) http://www.astrobetter.com/wiki/tiki-index.php?page=Rumor+Mill

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