La bacheca di Siviglia: il calcio, l’era ideologica, la sua fine (parte II)

Storia e attualità

La primera parte (che trovate qui) terminava con le parole «cul de sac». Un po’ ricorda l’eccellente battuta di Berlusconi sul cul de Zac(-cheroni), quando il Milan, alla stessa stregua del Real Madrid, poteva permettersi di vincere scudetti storcendo il naso. Il Milan stellare: ottimo collante fra la fine delle ideologie e il postideologico.

Dopo aver sostenuto che quest’ultimo infrange il cristallo dell’ordine calcistico dell’era incarnata dal muro di Berlino, voglio mettermi in difficoltà (per motivare una seconda parte, ovvio): se l’era ideologica conservava l’igiene di far vincere, più o meno, chi doveva vincere, rassicurando come una mamma che sa solo una fiaba – ma la sa bene -, come giustificare la Coppa Coppe vinta dallo Slovan Bratislava?! Sarebbe stato sufficiente la vincesse lo Sparta Praga – se proprio si voleva una cecoslovacca –, gloriosa compagine ai tempi in cui la Mitropa Cup era una specie di Coppa Campioni dell’Europa centrale: non avrei avuto niente da ridire, grazie al salvagente estetico offerto dalla storia di una nobile decaduta. E la Coppa Coppe al Magdeburgo nei ’70?! l’Almanacco Panini mi vedeva cercare affannosamente una spiegazione che, come si sarà capito, verteva su un rincuorante assioma del tipo “Significa che in quel periodo, il Magdeburgo, era né più né meno l’intera nazionale della DDR”.

Riuscivo, sì, a intravedere uno spiraglio politico, secondo il quale la Coppa delle Coppe, più che la Coppa Uefa, era secondo accordi pascolo possibile del blocco sovietico: e certo, la Dinamo Kiev ne vinse due ma era chiaramente forte, quindi legittimata dalla mia visione extracalcistica ma esteticamente nitida (nonché psicanaliticamente allarmante); però, il Magdeburgo!, hai voglia di sfogliare, non era la quasi-DDR-titolare (che batté incredibilmente la Germania Federale nel Mondiale 1974, la quale, d’altronde, s’accontentò di vincerlo). Con pena, mentre mi tremava l’Almanacco fra le mani, giustificai l’assurda vittoria nella Coppe della Dinamo Tbilisi nel 1981 con la presenza di Čivadze il quale, almeno, ebbe ai miei occhi il buon gusto di figurare stabilmente nella nazionale URSS del tempo.

Come uscire non spiazzato da tale evidente contraddizione, dopo aver sorretto l’idea di una limpidità rasserenante nel cinquantennio dei due blocchi? Semplice: Con un colpo da maestro, ho demandato ogni esempio sconfessante la mia visionarietà da Forrest Gump, alla nozione infallibile di mistero. Il mistero per come lo conosciamo – similmente a ciò che è accaduto al bello a inizio Novecento – già non esiste più. È una categoria dell’epoca ideologica: Kennedy, Moro, Ustica, Gelli, prendete quello che vi pare. Sì, ufficiosamente la verità si sa, serpeggia ma, se non ci puoi mettere la mano sul fuoco, rimane un mistero. Oggi il mistero non c’è più: c’è la nebulosità. Tizio è morto? Ah no, è uno scherzo di quel sito web. O l’italianissimo serial politico Vedo la luce in fondo al tunnel I, II, III… La moltitudine di verità serpeggianti non permette di scorgere almeno quella che, in via ufficiosa, è la più realistica. Addirittura il porno, con un fake particolarmente ben fatto, può lasciarti immaginare che la tua attrice-musa mentre, mettiamo, tu hai quindici anni e ti senti un poeta, non è vero che al di fuori della professione è impegnata con Greenpeace e ama gli animali – o almeno, non nel senso che pensavi tu.

Il Siviglia fa parte di quest’epoca di passaggio. Può accadere di tutto: si fanno i soldi o si diventa barboni in un attimo, una cosa è vera e poi non lo è più e poi forse, una squadra spagnola vince in un lustro o poco più quattro Europa League; semplicemente, fregandosene della nebbia, della nebulosità e pigiando a tutta birra sull’acceleratore, fidando nella sorte (attitudine di buoni come di cattivi, a voler usare per l’ultima volta categorie ideologiche): come Renzi, come Salvini, come il primo Grillo, come la Le Pen, Marchionne, Miley Cyrus, le start up più impensabili. E la sorte l’ha premiata. Il Siviglia non è la più forte delle squadre-da-non-Champions-League: è quella che ha interpretato meglio il tempo in cui vive. (Lu Po)

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