John Coltrane, un amore supremo

Musica

Nel settembre del 2005 cambiai casa.
Era un periodo nel quale la noia regnava suprema: passavo gran parte della settimana in una stanza nuova e spoglia; non avevo un soldo e mi giravano vorticosamente i coglioni.
La manna dal cielo, o meglio la mia disgrazia, fu l’adsl. Avevo pochissima confidenza con internet, un terreno per me sconosciuto e solcato raramente.
Varcai la soglia della tecnologia comprando un Acer usato del 2003… nel giro di una settimana persi completamente il cervello.
Quel mare magnum di informazioni per uno strinato come me era troppo; ero abituato a coltivare le mie passioni su libri, dischi, fumetti VHS e DVD; la velocità con la quale mi imbattevo in siti di qualsiasi tipo era così incalzante che di botto mi colse una frenesia logorante.
Stavo 10 ore al giorno davanti al computer tra pagine sulla Cortina di ferro, il gruppo 7, Bangbros, il magico pinguino PINGU ed i video live dei gruppi SST.
Alla fine le mie coinquiline mi obbligarono moralmente a porre un sonoro stop alle ore passate davanti allo schermo.
Io, in un slancio di autoconservazione, temendo l’arrivo delle voci nel cervello, decisi di darci un taglio, a patto di poter, nel mentre, scaricare qualche disco da Emule… era un’esperienza nuova per me, gli album di solito li cercavo per settimane. Volevo solo sfruttare questa magica possibilità donata dalla rete.
Scelsi di sondare i generi al tempo meno esplorati, tra questi il jazz; un mondo lontano dai miei ascolti, visitato di rado con un misto di rispetto reverenziale e puzza sotto il naso.
La notte, prima di andare a letto, misi in download album di vari jazzisti, tra i quali Albert Ayler, Ornette Coleman, Miles Davis e John Coltrane.
Il mattino, come un bambino sotto l’albero di natale, diedi un colpo al mouse per far riapparire la schermata e vidi che Emule aveva scaricato solo Coltrane.
Quando andai a copiare i file sulla cartella musica mi colpì moltissimo il titolo di un album; portava con sé un nome definitivo, scarno e mistico: A love supreme.
Misi in repeat il disco e cominciai a gironzolare per la casa.
Dopo un po’, senza rendermene conto, mi immobilizzai, bloccato nella stessa posizione svariati minuti come un demente… magari con un paio di pantaloni in mano davanti alla lavatrice o con la bottiglia d’acqua accanto al frigo aperto.
C’era qualcosa che non mi tornava nella ritmica dei brani; non sapevo se l’album mi provocasse ribrezzo o esaltazione.
Elvin Jones alla batteria faceva delle cose che, semplicemente, non capivo; non sapevo se incazzarmi o essere felice per lui, se fargli pat pat sulla schiena o dargli una badilata nelle gambe: ero leggermente confuso.
L’album, datato 1964, mi fece capire quasi subito una cosa; a livello ritmico ed armonico era avanti anni luce a qualsiasi cosa avessi sentito fino a quel momento.
Jones usava delle poliritmie assurde, snocciolate con un susseguirsi di dinamiche ampissime; utilizzava questo stile dando alla trama ritmica una colla che legava le sue partiture a quelle del sax tenore; Coltrane inzuppava le linee blues nel modale con un piglio atipico e pieno di glissati.
Il timido sassofonista, fino al 1959 sempre in disparte nel quintetto e nel sestetto di Miles Davis, aveva fatto davvero dei passi da gigante. L’esplorazione incauta dei giri armonici e dell’improvvisazione modale di dischi come Milestones era solo il preludio di quello che sarebbe diventato in seguito: uno dei fiati più seminali del jazz… come per molti altri musicisti la dura palestra di casa Miles Davis aveva dato i suoi frutti.
Il brano simbolo di A love supreme è Acknowledgement: al minuto 6.05 Coltrane scandisce con la sua voce il titolo del disco 19 volte, dando al pezzo un’ombra aliena e straniante.
Per me si aprì un mondo semi-sconosciuto ed il jazz mi fornì una visione più ampia della musica, togliendomi quel tenace prosciutto dagli occhi, guadagnato con anni di ascolti troppo settari.
D’altronde nell’adolescenza avevo sempre voluto vedere il lato più snob ed atteggiato del jazz; i locali fighetti ed il perenne sottofondo del Live in Koln di Keith Jarrett, con la clientela seduta a bere vino barricato, armata di maglione a collo alto.
Per non parlare dell’uso di Kind of blue di Miles Davis come soprammobile obbligatorio nel salotto etno chic.
Non riuscivo a cogliere il suo lato più vero e pregnante, le radici profonde che hanno fatto del jazz una delle prime musiche da ballo e popolari del 900, testimone di una valenza antropologica e sociale enorme.
A farla diventare materia esclusiva ed elitaria, luoghi comuni a parte, ci pensarono i bianchi.

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