Intervista a Franco Bondi: dall’Inghilterra al B-Side

Musica

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“Diciotto metri quadri di musica” -così è scritto all’interno del suo sito-, perché effettivamente è questa la sua dimensione: una sorta di piccolo santuario del disco, quindi, che a Forlì, a pochi passi da Corso Garibaldi e affacciandosi sui Giardini Orselli, da anni funge da rifugio per tutti gli audiofili che, è ancora il sito a suggerircelo, vogliono tuffarsi nel suo “grande assortimento di musica pop, rock, jazz, dance, house, funk, soul, hip hop, lounge, chill out, ambient, alternative”. Il proprietario è Franco Bondi, uno che a parlarci -e lo capirete tra pochissimo- ti fa capire in meno di un minuto di quanta devozione nutra per il suo B-Side e nei confronti del proprio mestiere.

Franco, in poche righe: chi sei?

Compirò 49 anni a maggio. Sono nato a Cambridge, dove ho vissuto fino a 14 anni con i miei genitori, che sono italiani, e da questo proviene forse la mia passione per la musica… Nove anni fa ho mollato il lavoro da impiegato (la ditta ha chiuso un anno più tardi) per rilevare un negozio di dischi, che era il sogno della mia vita.

Mai avuto rimpianti, momenti in cui hai pensato che sarebbe stato meglio, o perlomeno più semplice, rimanere impiegato?

Crisi e problemi tanti, direi quasi che ci sono stati momenti di disperazione, quest’esperienza mi ha in parte prosciugato economicamente e creato anche qualche problema a casa, avendo una moglie e un figlio di 11 anni. Mi capita di pensare come sarebbe la mia vita se non avessi fatto alcune scelte, ma più che quella di aprire il negozio mi riferisco a scelte fatte in precedenza. Oggi non riesco a pensare come sarebbe la mia esistenza senza il negozio, i clienti/amici, la musica, che oltretutto non mi posso più permettere di comprare.. un po’ li invidio, quelli che si portano a casa un bel disco.

Ecco appunto: quindi, è una passione che porta a rinunce, giusto? Quali sono per te quelle più pesanti?

Vorrei andare via, in ferie, almeno ogni due anni. Staccare mi farebbe bene. La lotta è sempre far quadrare i conti, è la parte che stressa.

In un’attività come questa, quanto serve la passione, e quanto lo spirito imprenditoriale? Una non rischia di annientare l’altra? Ad esempio: con troppa passione, posso correre il rischio di fare scelte che mi fanno fallire come venditore; con eccessivo spirito imprenditoriale, mi costringo a “svendere” un po’ di quella passione per arrivare più comodamente a fine mese. È un’analisi corretta?

Per questo lavoro ci vuole passione, poi un po’ di spirito imprenditoriale sarebbe di aiuto. La gente che frequenta un negozio di dischi, come immagino avvenga per altri tipi di attività commerciali, apprezza la passione che ci metti, e solo l’appassionato può capire realmente le seghe mentali che ci si può fare per reperire la tal versione del tal disco che non si trova facilmente in giro.

Funziona ancora, per te, e qui parlo a livello imprenditoriale e non di passione, il concetto tradizionale di “negozio di dischi”? Ha bisogno di rinnovarsi, o è forte proprio se si mantiene più o meno inalterato? Ad esempio, alcuni concepiscono il negozio anche come club, quindi offrendo live, o addirittura da redazione radio.

Personalmente ho spesso pensato a un modo per far sopravvivere il negozio abbinandolo ad altro, ma forse non ho lo spirito giusto. E non credo sia quello che vuole il fruitore. Il mio negozio è piccolissimo, appena 18 metri quadri. Tra un po’ mi toccherà mettermi fuori a vendere..

E dai clienti del tuo negozio, arrivano richieste particolari? Oppure vengono persone che già sanno quel che troveranno, e vengono proprio per quello, per una sorta di fedeltà?

Arrivano molte richieste di ogni tipo, prevalentemente da gente che probabilmente non ha dimestichezza con la rete, o che crede che il miglior posto dove comprare musica sia ancora il negozio di dischi.

Ecco, la tua idea qual è? Non da venditore, ovviamente, ma da appassionato: i dischi dove si devono comprare?

Brutta domanda.. Certo è che se avessi avuto un B-SIDE quando compravo dischi forse me ne sarei innamorato. Poi l’ho aperto io, e ll mio obiettivo quando ho aperto era di NON essere come gli altri negozi. Diciamoci la verità, quanto se la tiravano!? Cortesia poca, rispetto per i tuoi gusti lasciamo perdere.. almeno da queste parti. Il rischio è di finire come il commesso di “Uomo d’acqua dolce”, il film di Albanese, ma a me sta bene così.

La tua clientela come è composta? Sia per quanto riguarda le varie età, sia come tipologia: esperti o neofiti?



Ho clienti di ogni tipo. L’età media è alta, sopra i quaranta. Il vinile l’ha un po’ abbassata, perché molti giovani si stanno appassionando. Il cd sta morendo, lo vogliono far morire, ma il mercato del fisico non si sostiene col solo vinile. Compra un’auto nuova: rischi che il lettore cd sia un optional o che non sia previsto neanche tra gli optional.

Ti gratifica più la chicca che trovi per l’esperto, oppure il momento in cui dai i primi indirizzi ad un cliente neofita? Qui torniamo a parlare di passione, ovviamente

.

Se un cliente ritorna anche solo per dirmi che il disco consigliato era perfetto, sono un re!

Domanda che vuol essere solo divertente: qual è il cliente che preferisci, e quale quello che non tolleri?

Il mio preferito è L., e viene ogni due settimane, di sabato pomeriggio intorno alle 15 con un elenco di CD e di qualche DVD, è uno che legge molta stampa specializzata. Ritira quello che ha ordinato la volta prima, dà un occhio alle novità, pesca anche lì, e mi chiede qualche consiglio se pensa di aver speso poco. Se non ho clienti facciamo anche quattro chiacchiere, parliamo anche di calcio, per farti un esempio. Unico neo: non vuole per nessun motivo tornare al vinile, gli semba una presa per il culo.

 Non tollero quelli che pensano di sapere quanto guadagno sulla vendita di un cd, e vogliono essere loro a fare il prezzo, che è normalmente meno di quanto io stesso pago. Non tollero quelli che “mi serve per domani” e io cambio programmi di spedizione con fornitori per fare un favore, e questi vengono dopo una settimana o non vengono affatto. Le frasi che mi fanno cadere i maroni: “cos’è uscito questa settimana?” da gente mai vista o che comunque non ha mai comprato niente da me. Oppure “la musica oggi fa schifo!”, deduzione fatta ascoltando nel tragitto casa-lavoro Radio Deejay, 105, Radio Italia o Radio Capital (che non trasmette musica “nuova”).

Su questo argomento: che musica scegli? La tua? Fai compromessi anche in base al fatto che comunque devi necessariamente vendere?



Sono al servizio dei miei clienti. Spesso grazie a loro scopro musica che neanche conoscevo, quando ho aperto ho messo da parte per me tanti di quei cd.. ma non li ho nemmeno aperti, finirò per venderli, sono talmente coinvolto nelle passioni dei miei clienti al punto da non sapere più quali siano veramente i miei di gusti. Sono cresciuto a glam rock ’70 in Inghilterra, passato poi per tutto quello che sono stati gli anni ’80, ho virato verso l’acid jazz per poi finire in un buco temporale negli anni ’90 (mi sono perso tutto o quasi) per poi riaffiorare con il negozio. Tutto (o molto) mi piace. È comunque difficile consigliare. Di soltanto un disco posso dire di essere un orgoglioso venditore: Cold Fact di Sixto Rodriguez ha venduto 30 copie molto prima che venisse fuori il film. Presi una copia per curiosità quando Light In The Attic Records lo ristampò, fu amore a prima ascolto e ho contagiato un sacco di gente.

Cosa ti aspetti da un ascoltatore di 18 o 20 anni?



 Intendo: in una certa misura ti suona naturale, oppure “contesti” il fatto che a frequentare negozi di dischi siano, come mi hai detto, over40

?

Ci sono anche i giovani, in realtà, pochi ma buoni: sono curiosi di sapere come siamo arrivati fin qui. Cercano di farsi la loro collezione soprattutto a partire dagli anni 90. Arrivano con le idee abbastanza chiare. Cerco di metterli a loro agio, capisco che non è facile per loro entrare da me, in un certo senso vanno controcorrente.

Mi piace questa cosa che parli del tuo lavoro come fosse una sorta di “missione”, o perlomeno di vocazione: come se per farlo bene, o perlomeno onestamente, uno debba attribuirgli un ruolo culturale, in senso generale.

Il negozio è un po’ come un tempio del culto.

Chiudiamo parlando di musica: su che cosa sei cresciuto? Su quali dischi, o in quali contesti musicali?

Come ti ho già detto, crescendo in Inghilterra è stato facile essere attratti dalla musica. Ma se devo dire che avevo gusti underground, direi di no. Primi dischi voluti fortemente: qualcosa di Electric Light Orchestra, di Fleetwood Mac, The Wall dei Pink Floyd, una raccolta di David Bowie. Questi mi ricordo di essermeli portati dal U.K. alla fine degli anni 70 assieme ai 45 giri di Gary Numan, John Foxx, Elvis Costello, Blondie, The Pretenders, ma anche The Brothers Johnson e Kool and the Gang (!!). Avevo 13 anni. Negli anni successivi ho masticato di tutto insieme al mio amico e compagno di scuola Riccardo (socio occulto di B-SIDE): roba commerciale, perlopiù, gruppi tipo Simple Minds, Eurythmics, The Smiths, The The (lo so, non è un gruppo), The Cure, The Style Council. Negli ’80 abbiamo assistito a tanti concerti tra Bologna, Reggio e Emilia Modena, poi, ad un certo punto, basta concerti: ho smesso di colpo dopo il primo a cui sono andato con la macchina. Perso la poesia del treno, delle attese in stazione e delle camminate per arrivare sul posto, perso tutto.. e al negozio di dischi, nel frattempo, ci passavo tutti i pomeriggi, lo conoscevo meglio del padrone! (p)

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