Indie: misteri etimologici

Musica

Quando iniziai a comprare dischi seriamente (nel 1996) il termine indie era, nell’uso comune, adoperato per descrivere il sottobosco musicale underground, territorio comune senza confini per una miriade di gruppi USA (e non) polverosi e sbilenchi, tra i quali svettavano
Minutemen, Husker dü, Sonic Youth, Big Black, Butthole Surfers, Fugazi, Jesus Lizard, Pixies, Slint, Beat Happening, ma anche cellule impazzite semisconosciute.
Un blob instabile di stili, frutto dei rigurgiti Hardcore, NO Wave, post punk e garage; procreatore tra 80’s e 90’s di una sensazione identitaria e territoriale di ascolto.
Alle base di tutto un mucchio di etichette sulle quali giuravo fedeltà cieca, comprando a scatola chiusa senza venir quasi mai deluso: Amphetamine Reptile, SSTAlternative Tentacles, Dischord, Homestead, Gravity, Touch and Go, Quarterstick ed In the Red; queste label erano garanzie.
Se mettevo su Action Ornaments dei Trumans Water e What burns never returns dei Don Caballero, pur avendo nelle orecchie due album diversi a livello di produzione e genere, sentivo qualcosina nello stomaco; una direzione comune ed un sentimento familiare; li facevo quindi diventare cuginetti nella mia collezione (al tempo MOLTO risicata) di dischi, stretti accanto l’uno con l’altro.
Gruppi come loro fiorivano prosperosi tra gli scaffali del leggendario negozio/etichetta/distributore Wide Records di Pisa, una vera e propria scuola di formazione per i molti ragazzi che, come me, sostavano tra gli scaffali in una sorta di pellegrinaggio musicale.
Quando nella seconda metà degli anni 90 i gruppi ascoltati ed amati alla Wide passavano in tour in Italia, potevi andarli a vedere al Macchia Nera (prima dell’incendio), al CPA di Firenze, all’infrasettimanale del Baraonda di Cinquale oppure al Covo di Bologna.
Era bello arrivare ai concerti prestissimo e starsene fuori dal locale dopo la mini-spesa all’Eurospin di zona. Per passare il tempo (se era possibile) si dava una sbirciatina filibustiera al soundcheck, gustandosi la routine della band in tour, al tempo un’incursione incredibilmente affascinante.
Ed in quei momenti notavi l’assenza di problematiche inerenti al tipo di abbigliamento: i musicisti sembravano indossare gli abiti dell’esercito della salvezza… erano tutti figli dei Black Flag, della SST, di quel credo salvifico ed orgogliosamente logorante.
Talvolta, soprattutto i gruppi DAVVERO di culto (un culto piccino picciò ma duro a morire) suonavano davanti a 30 persone come se non ci fosse un domani, regalando agli sparuti spettatori una lezione vera e tangibile… o almeno, per me fu così.
Il comportamento più genuino visto nel frequentare quei concerti era il sentire come non contasse il numero di spettatori per le band sul palco; non risparmiavano nemmeno una goccia di sudore nonostante la sala mezza vuota.
Le ragioni per le quali erano in tour mesi e mesi su furgoni fatiscenti (puzzando come cani) risiedevano nella lotta, non certo nei cachet (spesso irrisori).
Nulla di politico, sia chiaro.
Era una missione, spinta a calci in modo atavico.

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