Incontrarsi e dirsi addio: Civati, Renzi, il PD, la sinistra

Storia e attualità

“Vittorini se n’è gghiuto e soli ci ha lasciato!…”,  queste le definitive parole con cui  Palmiro “The best” Togliatti titolava un articolo su “Rinascita” di commento all’uscita dal Pci dell’intellettuale engagé Elio Vittorini. Un titolo che, da solo, riassumeva un universo di senso, scalpellando pei posteri l’epigrafe sulla lapide politica di Elio Vittorini, ridicolizzandone il sofferto percorso di uscita, liquidando senza pietà in tre parole il dolorosamente ponderato articolo di dissenso col quale, con l’immancabile ricchezza argomentativa propria dell’intellettuale engagé, questi spiegava la sua fuoriuscita.

Un Renzi ante litteram, in quell’occasione, Togliatti.  Senza attardarsi dietro alla fatica del pensiero elaborante (e  esitante), a una risposta articolata e argomentata – e quindi  sommamente pallosa per il pueblo unido di lettori – antepose la frase fulminante, bruciante, spiazzante l’interlocutore. A effetto. “Non addormentiamo gli spettatori”, direbbe oggi “Matteo”. Ieri gli spettatori erano i lettori di “Rinascita” (che in ogni caso geneticamente inclini dovevano essere all’abbiocco, o comunque a perseguirlo, dovendo affrontate con sprezzo del pericolo, magari nella sospensione cogitativa postprandiale, i ponderosi  esercizi di pensiero veicolati da tal giornale); oggi gli spettatori del teatrino (già agone) politico sono i voraci, veloci, bulimici consumatori di bit “social”.

Ma torniamo ai tormenti intellettual-ideologici di Vittorini, che ci danno il destro per un parallelismo (di smaccata disonestà intellettuale) col presente, con Giuseppe Civati, detto Pippo, che lascia il PD di Matteo Renzi. La storia si ripete: ieri un intellettuale tormentato abbandonava la rigorosa, egemone ortodossia togliattiana;  oggi un giovane ribelle, “de sinistra”, nostalgico del togliattismo che fu, opera una “rupture” nei confronti della spregiudicata leadership postideologgica e libertina dell’ex sindaco fiorentino.

Che significa? Come interpretare questo passo? Si apre una faglia nel PD? Nella sinistra? Nella società? Stiamo assistendo a un taglio à la Fontana?  Lacerante, definitivo, dolorosissimo nella sua nettezza? No. Al limite siamo di fronte a una crettatura superficiale – Burri, quindi -, niente che un po’ di stucco non possa mettere a posto. In definitiva, oggi come ieri, il risultato è lo stesso: un cazzo di niente.

Per carità, massimo sforzo compenetrativo, da parte nostra,  verso la tragedia interiore di tutta quella “gauche” che oggi legge nelle viscere di questa fuoriuscita una prossima spaccatura di quell’immaginifico contenitore privo di contenuti che attualmente è il PD, ed il punto di partenza per un nuovo percorso di lotta anticapitalistica. Però basta provare ad osservarlo, Pippo. Usciamo dalle rassicuranti foschie della nostra presbiopia e inforchiamo occhiali con lenti adatte: trasuda da ogni poro tutta quella retorica postmoderna,  pop, pseudoliberal e artificiosa  colpevole di aver smantellato la sinistra ovunque nel globo. Non c’è speranza, dunque. Non buono neppure per la politica 2.0, ad esser tignosi. Quella dello sfruttar la circostanza propizia, che nel tempo dell’indifferenza valoriale o si prende all’istante o svanisce repentinamente. Esce infatti  nel momento meno propizio, quando il suo peso politico è andato via via scemando. Tatticamente ‘na ciofeca.

Andrà magari a fare il tombarolo, esumando gli affini suoi come Vendola e altri cadaveri (la salma di Lenin, per rimanere in tema,  sarebbe politicamente molto più vitale, col suo carico di suggestioni e simboli),  generando il solito frattale politico  a sinistra, narcisista e velleitario, champagne e pugni chiusi, operai e SUV, lotta di classe enunciata e mignottame praticato,  insomma il solito, noiosissimo coacervo di contraddizioni che van sempre bene purché elettoralmente non superino – sia mai! – il 7-8%.  Il cazzeggio sola igiene del mondo. Avanti così. (Tony Grisaglia)

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