Il teatro civile secondo Ascanio Celestini

Storia e attualità

Se vogliamo parlare di teatro civile in Italia, una delle date fondamentali a cui far riferimento è il 1956, anno in cui nei pressi di Erto e Casso, situati nella valle alpina del fiume Vajont, cominciano i lavori per la costruzione della diga omonima. La SADE (Società Adriatica di Elettricità di Venezia) ha progettato la struttura per utilizzarla come serbatoio di alimentazione dell’industria metallurgica di Porto Marghera, e decide di erigerla in una zona che numerose perizie indicano come instabile. Tre anni dopo, nel 1959, l’opera viene terminata, e per i successivi quattro anni i timori, mai sopiti, trovano eco anche e soprattutto negli articoli della giornalista de “l’Unità” Tina Merlin, il cui paese d’origine, Trichiana, da Erto dista soltanto pochi chilometri. È figlia di partigiani e comunista, la Merlin, e le sue parole vengono considerate  faziose: il risultato che ottiene è una denuncia per  “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”.

Nel 1963 cominciano i lavori per l’invaso, accompagnati da costanti cedimenti della roccia; il 7 ottobre sia i tecnici sia i progettisti iniziano ad accorgersi che è necessario fermarsi: si decide per lo svaso in tempi brevi, ma è troppo tardi; una volta abbassato il livello dell’acqua, la montagna, senza più alcuna forza che la trattenga, comincia a scivolare. La sera del 9 ottobre 1963, come da più parti previsto, 270 milioni di metri cubi di roccia di schiantano nel lago sollevando un’onda di 100 metri di altezza che in 3 minuti spazza via Enna, Castro, le zone limitrofe, e soprattutto Longarone, che conta quasi 1500 morti.

La seconda data fondamentale cui far riferimento (sottolineata in maniera inequivocabile dall’ottimo Teatro Civile. Nei luoghi della narrazione e dell’inchiesta, scritto da Daniele Biacchessi, Verdenero, 2010), appunto, riguarda Marco Paolini, ed è quella del 9 ottobre 1997, 34 anni dopo la strage: Rai 2 trasmette Il racconto del Vajont, fa 3 milioni di telespettatori, e secondo molti, in quel momento, nasce il teatro civile in Italia. Di questo filone, oggi, i nomi sono noti: lo stesso Paolini, Marco Baiani, Biacchessi – in passato anche su queste pagine -, Roberta Biagiarelli, Ulderico Pesce, Laura Curino, Giulio Cavalli, Mario Gelardi, sono soltanto alcuni tra gli artisti che si sono resi  esponenti di spicco di un genere che ha tra le sue caratteristiche portanti il voler esser testimone di storie reali, fondamentali per il loro valore culturale e politico, ed il tentativo quindi di conservarne la memoria e l’oggettività.

Tra i nomi importanti senza dubbio spicca quello di Ascanio Celestini, che, sul concetto di “teatro civile”, ci tiene a mettere le cose in chiaro: “È un’espressione spocchiosa: non penso che esista un teatro più civile degli altri. Il concetto è ‘noi facciamo il teatro civile e voi no’? Chi recita Shakespeare ha diritto di farlo e può avere motivazioni ideologiche. Marco Bellocchio mise in scena, se non sbaglio un Timone d’Atene, e certamente non si può classificare Bellocchio come autore disimpegnato: credo fosse addirittura il ’69 o il ’70, quindi anni di grande impegno politico.”  Celestini è critico anche nei confronti della datazione proposta da Biacchessi: “Si vuole forse dire che Morte accidentale di un anarchico scritto da Dario Fo all’indomani della morte di Pinelli è teatro non civile o disimpegnato? O che Napoli Milionaria di De Filippo non sia uno spettacolo di grande impegno, culturale e politico? Riflette sulla Seconda Guerra Mondiale, e addirittura sulla memoria della Seconda Guerra Mondiale, su come sia possibile raccontare la propria vicenda personale alla fine del conflitto. Non credo sia possibile individuare date precise, fare un tentativo di collocazione temporale è inutile e anche un po’ comico.”

Se la discussione sulla definizione del genere e sull’esistenza o meno di una sua data di nascita risultano difficile da risolvere, meno opinabili sono forse le caratteristiche di base: si parla di spettacoli poveri a livello scenico,  che spesso trovano spazio fuori dai teatri tradizionali e dai meccanismi di mercato, rappresentazioni nelle quali il narratore utilizza codici comunicativi immediati, trasparenti. Fondamentale è poi quel legame tra memoria individuale, dalla quale uno spettacolo prende forma e consapevolezza collettiva, la cui sollecitazione appare di fatto come uno degli obiettivi del filone.

La questione è quindi se al teatro civile debba essere legata una qualche funzione  “controinformativa”, se esso realmente debba porsi come gesto militante, oltre che semplice rappresentazione, se insomma il teatro civile debba farsi carico, per sua natura, di una funzione formativa e informativa. “Io non faccio lo storico – precisa Celestini. So che ci sono alcuni che hanno la pretesa di denunciare una realtà piuttosto che un’altra, ma io trovo che questo tipo di teatro sia noioso. Se vuoi denunciare una strage puoi scrivere un libro, fare un’inchiesta o un documentario. Lo stesso Vajont di Paolini è uno spettacolo teatrale, con una drammaturgia costruita sull’alto e sul basso, sul fatto che il punto di vista a cui siamo abituati è che la diga è crollata, mentre Marco ci spiega che in realtà la diga sta in piedi e ad esser crollato è un pezzo di roccia, nonostante i media all’epoca si soffermassero esclusivamente sulla diga. La qualità di quello spettacolo non si fonda sul concetto ‘italiani, voi non lo sapete, ma questa è la verità’, il suo valore sta nel fatto che a livello letterario, teatrale, drammaturgico, è uno spettacolo importante. Io non so se il teatro può dare delle informazioni: personalmente le cerco, ne ho bisogno, ma me le procuro altrove.”

E che rimane quindi della tanto citata funzione pedagogica del teatro civile, della conservazione di una memoria storica, della funzione suppletiva dell’artista rispetto al silenzio e alla negligenza delle istituzioni politiche e dei media? Secondo Celestini, poco o nulla: “Chi fa teatro non deve occuparsi di politica. L’artista ha la possibilità di stare molto più avanti rispetto ai discorsi dei politici, non è un problema di riempire un vuoto: che i politici quel vuoto se lo tengano per loro.”

E sull’importanza del passato conclude: “Noi ci dobbiamo guardare intorno, non possiamo riferirci a quello che è stato: tutte queste giornate della memoria producono un meccanismo  consolatorio e scorretto (‘prima eravamo degli infami, dei bastardi, e adesso siamo meglio’), oppure diventano nostalgiche, per cui ‘il passato era meglio del presente’. Il passato non esiste, non esiste neanche il futuro, esiste il presente ed è quello su cui bisogna lavorare. Io da uno spettacolo mi aspetto drammaturgia, qualità nella scrittura. Se un attore salendo sul palco rivolgendosi alla platea dicesse ‘questo è uno spettacolo noioso, ti romperai le palle, ma finalmente saprai la verità’, io, Ascanio, risponderei “beh, scrivi una lunga mail, fai una petizione e io la firmo”.

 

CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrShare on Google+Email this to someone

Leave a Response