Il senso della misura di van Gogh

Arti visive

Maneggiare van Gogh per l’anniversario della sua morte è come camminare in un campo minato di aneddoti e luoghi comuni. La forza prorompente della sua arte, unita a una narrazione che incarna perfettamente il ruolo dell’artista pazzo, ha travalicato addirittura la scena teatrale dell’orecchio tagliato, dell’assenzio, dei litigi con Gauguin, per approdare ad una già più congrua, se si parla di un pittore: il percorso attraverso il quale egli è arrivato alla fase matura della descrizione di un mondo interiore così teso spiritualmente e religiosamente, così umorale, così sfregiato dalla malattia – stati di allucinazione, euforia e poi depressione, perdite di controllo.

Molti infatti, sanno anche che dal bigio olandese dei Mangiatori di patate, scendendo verso il sole di Francia, si sono accesi quei gialli, quei verdi aciduli, quei blu siderali, quel puntinismo schizoide che niente, in verità, ha a che fare col puntinismo. L’abc, d’accordo: ma è una sorte rara, quella di sfondare mediaticamente dal punto di vista dell’evoluzione artistica. Che faccio, aggiungo, a mo’ di curiosità, che il gigante Van Gogh nutriva una passione e un’ammirazione davvero forti nei confronti dell’oggi poco conosciuto Monticelli, francese dalle chiare origini italiane? Se si cerca qualche opera di costui, si nota come sia in effetti reale, l’attestato di stima: sovraccarico di emozioni, bulimico nell’apposizione dei colori – l’impressione è: non basta, non basta, di più! Devo far uscire tutto! – e ci potremmo fermare, trovando qualche somiglianza con l’opera del grande olandese: un altro aneddoto.

Invece, prendiamo spunto proprio da questo: Van Gogh, l’artista pazzo per eccellenza, ammira il carico Monticelli, e sicuramente vuole traportare, vive, le emozioni personali dal cervello, dalle membra, dal cuore alla tela; ed ecco l’occasione, forse, per svoltare dal campo minato. Van Gogh è completamente misurato; è completamente padrone della propria opera. I ritratti, la chiesa di Auvers, i campi di grano, sembrano opere in grado di di farci ammalare di labirintite, roteano, si muovono: eppure hanno la misura di uno scultore greco, o di un Brunelleschi. Com’è possibile questo incredibile dualismo? Jaspers, psichiatra e filosofo, vero fondatore dell’esistenzialismo, nel suo Genio e follia – un grandissimo libro, perché piuttosto fa trasparire i gusti personali dell’autore, ma non banalizza nemmeno per un istante un tema che offre il fianco a mille generalizzazioni – pone l’accento sul fatto che Van Gogh, rispetto alla tragica linea parallela della sua vita – la malattia – non perde mai un giudizio lucido su di essa, sia quando è motivato dalla fiducia: «ho il cuore ancora troppo pieno per tante emozioni e speranze diverse, ma mi stupirei se non guarissi», che dal pessimismo: «non riesco a dare un ordine alla mia vita» ; lucido addirittura in merito al rapporto fra malattia e arte: «nel mio lavoro rischio la vita e la mia ragione si è consumata per metà».

Leggere van Gogh come scrittore puro, al di là della sua grandezza pittorica, è un’esperienza travolgente: la forza spirituale, la consapevolezza del combattimento fra energie opposte e la scelta – scelta – di offrirsi come campo di battaglia per questo combattimento. Bisogna trovare i grandi scrittori mistici, per accostarsi alla capacità di sguardo di van Gogh; cede soltanto in merito al giudizio sulla sua opera, che – afferma più volte – non gli sopravviverà. Sia benedetta, dunque, questa macchia su una capacità di giudizio tanto lungimirante! Un giudizio sulle forze che mette in campo la vita; su quale sia la profondità necessaria da scavare affinché emerga allo stato puro un sentimento universale, non più costretto dalla veste, per forza individuale, di chi se ne è fatto carico. 

Van Gogh: pittore del controllo; un controllo trasportato dentro l’oblio; ovvero, il poter coniugare la dimenticanza di sé per essere totalmente strumento di una tensione spirituale, superiore, e il controllo razionale di chi sappia dove finisce la misura dell’universalità e ricomincia il tornare a parlare solo di se stessi. (Lu Po)

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