Il massacro della Columbine high school

Storia e attualità

Il 20 aprile 1999 gli studenti Eric Harris e Dylan Klebold entrarono alla Columbine High School, in Colorado, armati fino ai denti con fucili semi-automatici: freddarono senza pietà dodici ragazzi ed un insegnante.
Dopo il massacro i due giovani si suicidarono.

Sono le 11.19 di un martedì mattina come tutti gli altri nella sonnacchiosa e tranquilla Columbine, quando Eric e Dylan entrano seminando il panico nella centralissima Columbine high school; è il loro liceo, la scuola che frequentano ogni giorno da anni, un luogo senza segreti, del quale conoscono ogni singolo pertugio.
La biblioteca, il punto focale delle uccisioni, si trasforma nel palco di una folle pièce teatrale, diventando il simbolo indiscusso della follia omicida di Columbine.
Dalle 11.29 alle 11.42 prende vita uno scenario grottesco, animato da frasi che vanno a comporre il copione di un gioco perverso; come due gatti alle prese con tanti topolini, i carnefici stanano le vittime braccate negli angoli e nascoste terrorizzate sotto i banchi… si muore per il semplice ruolo ricoperto nella scuola, per un cappellino bianco da Jocks o per uno sgarro fatto durante l’anno scolastico.
Una resa dei conti così assurda e spietata da risultare eccessiva persino per il più violento dei film d’azione.
La mattanza è ripresa dalle telecamere interne ed ascoltata in diretta dalla polizia, in contatto telefonico con un’insegnante seduta dietro una scrivania della biblioteca.
Dopo 49 minuti surreali di sangue e follia, nei quali vengono esplosi centinaia di colpi per i corridoi della scuola e lanciati piccoli ordigni esplosivi nelle aule, Eric e Dylan tornano in biblioteca e si tolgono la vita, crollando esanimi accanto ai cadaveri dei loro compagni di scuola, uccisi pochi minuti prima.
Dylan Klebold si suicida con un colpo alla tempia sinistra usando la sua TEC-DC9.
Eric Harris si spara in bocca con il suo fucile da caccia.

Ci sono tragedie che passano di sfuggita nella nostra mente senza lasciar segno, impigliandosi nella memoria per un lasso di tempo lungo come il bere un caffè… quando il telegiornale finisce o la pagina di un sito viene chiusa il malessere partorito dalla notizia ci scivola sulle spalle, scomparendo.
Non è cinismo, ma l’abitudine all’assurda normalità della cronaca.
La mattanza avvenuta alla Columbine high school ruppe pesantemente questo schema, levando il fiato agli Stati Uniti e al mondo intero.
Il luogo della sparatoria e la descrizione certosina degli eventi, snocciolata minuziosamente minuto per minuto dai dialoghi tra killer e studenti raccolti nelle testimonianze, marchiano a fuoco sulla pelle un senso di angoscia difficilmente cancellabile, e quando le immagini di quel carnaio tornano davanti agli occhi la sensazione è la stessa di 18 anni fa… forse perché non esiste una risposta a questa domanda: cosa porta per l’ennesima volta due ragazzini ad entrare armati nella propria scuola per abbattere come bestie i propri compagni di banco?

– (Micheal Moore) Se dovessi rivolgerti ai ragazzi della Columbine, cosa diresti loro se fossero qui adesso?
– (Marilyn Manson) Non direi loro nessuna parola, ascolterei quello che hanno da dire, ed è ciò che nessuno ha fatto.
(Tratto da Bowling for Columbine di Michael Moore).

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