Il jazz non esiste

Musica

In genere, il jazz è sempre stato come il tipo d’uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia” (Edward Kennedy “Duke” Ellington).

You can tell the history of jazz in four words: Louis – Armstrong – Charlie – Parker” (Miles Davis).

All’epoca ero ancora un diciassettenne, fanatico dei Nirvana, come molti colpito in pieno dal fronte d’onda grunge che giungeva dall’altro capo del mondo con tutta la sua rabbia: quando ricevetti da qualcuno due cassette – una con Charlie “Yardbird” Parker, l’altra con Terence Blanchard – la prima cosa che feci fu infilare la prima dentro un lettore Technics, aiutando nel frattempo, immerso nel sudore, un elettricista durante le vacanze estive. Premetti il triangolino, e attesi. Le prime onde sonore captate dai miei timpani si risolsero in una sensazione di profondo fastidio, quasi dolore, come a toccare un nervo scoperto: un mix di gioia di vivere e malinconia, inspiegabilmente sovrapposte.
Impossibile racchiudere quella cosa in una categoria. Non riuscendo a decidere se mi piacesse o meno, nel corso degli anni l’ho lasciata lassù da qualche parte, sospesa, in attesa, ma ho continuato ad ascoltarla e osservarla di continuo. Dopo diciotto anni, è ancora lì.

Sono i concetti di rotture di simmetria, liberazione da tutte le forme musicali, rifiuto di riconoscere l’autorità dell’armonia, che producono un effetto di non immediata orecchiabilità: ill jazz incarna questa rottura, la sua essenza è l’improvvisazione. Il jazz è espressione di libertà, sta all’opposto del conformismo; è ribelle, anarchico, in continua evoluzione.
Il jazz, in realtà, non esiste.
Ogni jazzista vive con l’unico scopo di cercare di entrare il più possibile in ciò che Miles Davis chiamava “the zone”, concetto conosciuto anche come quello di “the space”. Bill Evans la chiamava “the universal mind”; secondo Kenny Werner, entrare nella “zona” significa trascendere dal proprio stato di coscienza ed entrare in uno stato super-conscio, distinto dal subconscio, dove si trova la perfezione interiore. Il distaccamento è la qualità essenziale per entrarvi. Ci si libera dalle aspettative a cui porta l’essere coscienti, e dalle conseguenti paure che creano agitazione nella mente. Si combatte contro il proprio ego e si entra in un “selfless statein cui si è un tutt’uno con lo strumento, esposti a un livello altissimo di ispirazione.

“There are people out there who automatically go into that zone the minute their fingers touch their instrument. For me the zone is more elusive; I can be in the zone for a couple of weeks and then out of the zone for a couple of weeks, for no apparent reason” (Michael Gauthier)

Il jazz, così come (quasi) tutta la musica, è ricerca di ispirazione. Negli anni ’20 e ’30 si approdava all’ispirazione jazzistica tramite l’uso di alcol, negli anni ’40 il buzz diventò l’eroina. Geni assoluti come Charlie Parker e Bill Evans erano costantemente pieni di eroina mentre suonavano. La vita di Bill Evans è stata addirittura definita da Gene Lees il più lungo suicidio della storia”, un’odissea di autodistruzione. Quando il signor Yardbird cominciò a  improvvisare suonando solo note “sbagliate” in levare, alla velocità della luce, e rientrando in quelle “giuste” in battere, nacque il bebop, che differiva drasticamente dallo swing, ed era caratterizzato da fraseggi asimmetrici e ritmiche intricate.
John Coltrane, “Trane”, come molti discepoli di Yardbird, era schiavo dello stesso suo stesso male: l’eroina. Tanto che Miles Davis arrivò a cacciarlo dal suo quintetto.

Coltrane era un predicatore, un esortatore. Vuole convertirti col suo sassofono. Sublime e irresistibile, la sua sincerità fa venir da piangere” (Wynton Marsalis).

Quello che ha fatto Trane nel 1959 ha dell’incredibile: ha registrato Kind of Blue con Miles Davis, e Giant Steps, ovvero due album fondamentali e tra quelli con più successo nella storia del jazz, l’uno l’opposto dell’altro. Giant Steps è il bebop portato alle estreme conseguenze, Kind of Blue è l’assenza di armonia: non ci sono più accordi, solo una scala su cui improvvisare per un numero elevato di battute; insomma, nell’arco di un anno si passa da due accordi a misura a un accordo ogni 32 misure.

Il jazz nasce dall’improvvisazione: “…you improvise from an expanded consciousness, you discover that, in fact, there are no wrong notes! Appropriateness and correctness are products of the mind. Trying to live within those imaginary guidelines inhibits the flow” (Kenny Werner).

Herbie Hancock, in una delle sue Norton Lectures alla Harvard University, parla di Miles Davis e racconta di come nasce un capolavoro jazz: nella primavera del 1963, Miles invitò a casa sua Herbie Hancock, insieme ad altri giovani musicisti, ovvero Ron Carter e “Wunderkind” Tony Williams. Li lasciò in salotto a chiacchierare e suonare tutto il giorno, per riapparire dopo ore e chiedere loro di tornare l’indomani. I due giorni successivi si ripeté la stessa cosa. Gli ospiti passavano la maggior parte del tempo senza Miles. Alla fine del terzo giorno disse loro: “ci vediamo domani ai Columbia Recording Studios”. Hancock chiese: “Does this mean that I am in a band?“, Miles rispose: “It means that you will be on a record, motherfucker“. L’indomani registrarono un capolavoro assoluto: Seven Steps to Heaven.
Solo vent’anni dopo Herbie Hancock scoprì che Miles li ascoltava segretamente, attraverso l’intercom system, dalla sua stanza da letto, perché sapeva che la sua presenza avrebbe intimidito quei giovani musicisti. Il jazz è fiducia e ascolto, rispetto.

Hancock racconta un altro episodio, significativo e caratterizzante del jazz.
Miles Davis Quintet – Live in Stockholm 1967 è uno dei concerti più belli di sempre. Grandissimo feedback da parte del pubblico, tra i musicisti sul palco c’era un’affinità così grande che si comunicava telepaticamente. Ognuno di loro sentiva l’altro, lo ascoltava e sapeva esattamente cosa l’altro avrebbe voluto fare. La banda era in delirio, ognuno alla propria apoteosi. Miles esordisce con uno degli assoli più belli mai sentiti e proprio quando raggiunge il suo picco, Hancock sbaglia accordo. Racconta: “mi è caduto il mondo addosso, volevo scomparire. Ho suonato l’accordo sbagliato”. Ma in quel momento Miles, come se nulla fosse, vira ed esegue l’assolo sopra l’accordo “sbagliato”. Miles non lo ha giudicato, lo ha semplicemente ascoltato. L’accordo per lui non era sbagliato, era inaspettato. Miles ha fatto ciò che tutti i musicisti jazz fanno: cercare di far funzionare tutto ciò che succede.

”Do not fear mistakes. There are none” (Miles Davis).

L’etica del jazz è sacra: la base è ascoltare l’altro, senza giudicarlo, con rispetto e dignità, lasciarlo esprimere ed aiutarlo ad esprimere. Miles Davis è spesso stato frainteso. Si dice girasse le spalle al pubblico per via della suo carattere strano. In realtà lui non girava le spalle al pubblico, ma si rivolgeva e si metteva a disposizione degli altri musicisti. (Stefano Mineo)

(Ringraziamenti: Gabriele Giorgini)

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2 Comments
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  • Lu po
    31 maggio 2015 at 23:05

    Bello, complimenti. Il selfless state, Carmelo Bene, riferendolo al calcio come metafora, lo chiama l'”essere giocato”, mutuando un concetto filosofico già esistente.

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