Il grande romanzo a fumetti in mostra

Arti visive

Castiglioncello, paesin di mare vicino a Livorno che d’estate stira i propri arti e fa una camminata nella Vita per poi, da settembre in su, rientrare placidamente verso un letargo crionizzante che s’autoimpone. Questa è la storia di molti luoghi di mare, destinati a seguire il ciclo non del frumento, ma del turismo. Chi ci abita, combatta tale attitudine!

Ma non c’entra, quest’ultima riflessione; dicevo: fra le cartucce che il paesino d’estate sa sparare abitualmente – per fortuna – al castello Pasquini (un falso-antico che è comunque suggestivo) viene organizzata una mostra. Ordunque: la cosiddetta Scuola di Castiglioncello ha rappresentato la fase più matura e caratteristica della pittura macchiaiola, perché a fine Ottocento il lungimirante mecenate Diego Martelli si stabilì in questo villaggio di pescatori per dar luogo a uno scambio culturale di notevole peso: FattoriSignoriniLegaBorraniGordigiani e molti altri, si fecero propulsori di una paesaggistica che sapeva cogliere il quid unico della zona, geograficamente e cromaticamente: un mix fra macchia (appunto) e mare, angoli da scoprire, piccole cale, scene borghesi di villeggiatura così come quelle di sana vita contadina. Perciò, per molti anni le mostre al castello sono state dedicate al personale blasone storico-pittorico del paese, tanto da rendere inviso a molti cittadini il genere: «Vai, ci rivogano i Macchiaioli! Stavo ‘n pensiero!». Com’è giusto che sia, c’è il momento per ri-conoscersi e quello per misconoscersi. Da qualche anno, infatti, i castiglioncellesi in jihad coi macchiaioli sono stati accontentati: SchifanoBaj; o anche niente, per mancanza di fondi!

Quest’anno, ecco Fumetto italiano – 50 anni di romanzi disegnati. Terminata da pochi giorni, purtroppo. Tavole originali (solo quelle di Andrea Pazienza sono riproduzioni) di AltanPrattMattottiCrepaxGiardinoManara; o Toffolo (il leader dei Tre Allegri Ragazzi Morti, per chi non lo sapesse), ZerocalcareOrtolani, la Ghermandi e Gipi (con un inedito: chicca per gli amanti dell’acquerello), solo per fare qualche nome delle nuove e quasi nuove generazioni. Una bella mostra, davvero. Itinerante: è già stata (non vorrei sbagliarmi) a Roma e Milano. Di fatto, è un format. Ma ciò che ad esempio in tv si sta rivelando come un incredibile impoverimento di idee, nel quadro delle mostre d’arte può avere un senso, se si guarda alla crudezza della realtà: come avere una mostra coi fiocchi, di qualità, senza rovinarsi economicamente? Ed ecco che si scelgono pacchetti già pronti: si noleggiano. Peraltro – già è stato scritto – per paradosso il grande fumetto italiano deve molto proprio a certa pittura macchiaiola, per la sua capacità di rendere scena plausibile una semplice mucca che pascola, o per la produzione risorgimentale di Fattori, che ha illustrato corali scene di guerra come un novello Paolo Uccello (rima – e non andate oltre, please; è troppo facile).

Mancava qualcuno, in questa sorta di greatest hits del fumetto d’autore? Ma sì, qualcuno manca sempre, quando si tenta la strada della summa di un genere. Ad esempio, qualche tavola di Eleuteri Serpieri e della sua Druuna, che avrebbe dato un po’ di pepe porno-soft; o l’interessante Vita disegnata di Dino Campana di Echaurren; ma va bene così, non ci può essere tutto; molti saprebbero citare meglio di me eventuali dimenticanze. A gusto personale, l’unica che pesa come un macigno è quella del grandissimo e sottovalutatissimo – ripeto: gusto personale – Benito Jacovitti. Certo, la mostra è sul romanzo a fumetti; ma Jacovitti non ha in effetti creato almeno tre, quattro epopee geniali e uniche nel loro genere? Il romanzo non è tanto quello di Cocco Bill o altri personaggi, quanto l’intera sua opera, come romanzo di una fantasia illuminata e autodissacrata da salami metafisici stesi in terra, quale inimitabile marchio di fabbrica.

Le suggestioni sono però belle e talvolta emozionanti: dalle tavole originali puoi notare l’utilizzo dei retini, che creano l’ombra in un attimo, basta ritagliarli ad hoc; il tocco di tempera bianca sulla china che dona la luce; la china stessa, che via via si fa verde ramarro o bluastro tenue sul foglio, a testimonianza del tempo. Ecco una scorsa su chi ho trovato:

il Pentothal di Pazienza. Che è il Pentothal di Pazienza, si commenta da solo: scrittore e disegnatore senza soluzione di continuità. Molto più – e, in parte, diversamente – del mito nato attorno all’artista.

Chiaramente, la pietra miliare Una ballata del mare salato di Pratt: quanta sintesi, in quei piccoli tratti di pennarello che bastano a formare le pieghe di una giacca. Quanto racconto, nel disegno sempre abbozzato, proprio per dare risalto alla storia in sé e lasciare, come Corto Maltese vorrebbe, sempre un’aria di mistero, di soffuso, di misterioso.

La magnifica Valentina di Crepax, che è un disegnatore sopraffino, morbidissmo; erotismo che graffia come l’unghiata di un felino, senza mai e poi mai cadere nella volgarità. Un tratto che è esso stesso, quello di un’unghia femminile imbevuta nella china.

Magnus, il cui celebre Alan Ford (anche se in mostra appare con Lo Sconosciuto), da piccolo, mi spaventava. Non so, forse le basette, il mento volitivo esortavano a una mascolinità e a una consapevolezza sessuale che ancora non sapevo sostenere? Boh!

Mattotti: i suoi pastelli a olio rivoluzionari, universo cromatico raffinato eppure altrettanto pop, qui in mostra con alcune tavole di Fuochi, che lo rivelò al mondo.

La sicurezza della mano, coniugata in modi diversi, di IgortBattagliaToppi. Bellissimo vedere come i fogli, la maggior parte delle volte disegnati a china, quasi la ostentino, questa sicumera: tratti precisi, che sembrano stampe. Fogli senza impronte o ditate.

Manara, che non ho mai amato molto (chi se ne frega, direte voi; ok), ma il cui tratto – si è ipocriti se non lo si nota – ha di certo influenzato Pazienza: alcuni volti lascivi sembrano tali e quali a quelli di Paz; il secondo, ha però saputo aggiungere tenerezza e disperazione a quei volti, che in Manara riescono troppo cinici, al mio sguardo.

Altan, il cui stile inconfondibile è invece super-cinico, addirittura, anche senza il testo, ma già a partire dalla distorsione dei volti, del paesaggio, di tutto; di un cinismo che però racconta la realtà, rattrappita, coi nasi arrotolati, i tratti caricaturali senza pietà come caricaturale è spesso la vita; con le sue donne felliniane, sempre un po’ conturbanti e sempre un po’ zozze, come appena uscite dal capolavoro Brutti, sporchi e cattivi di Scola. Le tavole sono quelle di Lars, personaggio svedese che si troverà alle prese con l’italiano Puddu e ti verrebbe di chiedere, a lettura finita delle quattro-cinque pagine in esposizione: «Adesso datemi immediatamente il resto, che lo devo finire! Mi fa ridere e stare male insieme!».

O belle scoperte, come quelle di Visintin e la sua penna a biro, o di Macola e le sue matite a colori. Attraverso la scelta vincente di portare le tavole originali, a costo di mostrare eventuali sbavature, certi stili comunicano più suggestioni; è più palpabile l’urgenza dell’utilizzo di una tecnica rispetto a un’altra.

Ecco alcuni stimoli. Ripeto, la mostra è un format, quindi magari verrà riallestita altrove: e quindi, chi può, ci vada! Alla fine, io mi sono sentito circondato e sono uscito in fretta perché, lo affermo seriamente, troppi microcosmi e fantasia, almeno a me, andrebbero somministrati col contagocce. Oltretutto, uscito dalla mostra sul romanzo a fumetti riscopro il romanzo a fumetti della vita: ad esempio, il ministro Lorenzin che ha avuto l’ingrato compito di pubblicizzare l’esatto contrario di ciò di cui aveva ed ha bisogno la Cina, cioè convincere i giovani a fare i figli. Legittimo, se ci si pensa; la Cina, però, è stata un po’ più aggressiva, come politica; in Italia, preferiamo sempre la comicità, soprattutto se involontaria: la campagna pubblicitaria sul tema, a nome #fertilityday, ha messaggi straordinari come “La fertilità è un bene comune” (quindi? Non privatizziamola?!): ditemi se non meriterebbe a pieno di titolo di figurare fra Rat-man, il Cobain di Tuono Pettinato e Pentothal. E d’altronde, se abbiamo tanti autori fumettari di cui vantarci, qualcuno li avrà pure generati. Ha ragione la Lorenzin, amici! (Pu Po)

 

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