Il culo della commedia sexy all’italiana

Cinema

“Il passato ha sempre il culo più rosa” diceva Nell Kimball. Questa affermazione, riferita ad alcune protagoniste della cosiddetta “commedia sexy all’italiana” degli anni 70 ed 80, può suonare sicuramente appropriata: il pensiero vola inevitabilmente a Nadia Cassini ed Anna Maria Rizzoli, solo per citare alcune fra le più note protagoniste di quella (purtroppo o per fortuna) irripetibile pagina di cinema nazionalpopolare. Tuttavia, alzando un poco lo sguardo e guardando con freddezza a quella stagione nel suo complesso occorre compiere una certa opera di smitizzazione.
Smitizzare la commedia sexy? Quella di Banfi, Bombolo e Vitali? A prima vista sembrerebbe un’operazione assolutamente non necessaria. Tuttavia negli ultimi anni ho assistito ad una crescente sovrainterpretazione di questi film (di cui rimango comunque un appassionato) che, andando ben al di la’ delle intenzioni di registi, sceneggiatori ed interpreti, finisce inevitabilmente per non rendergli giustizia. Questo è, a mio avviso, dovuto a due motivi.
Da un lato vi è la scontata (ma sempre trascurata) tendenza a sopravvalutare tutto ciò che associamo alla nostra infanzia: i primi film, i primi libri, i primi fumetti, i primi videogiochi, i primi dischi. Tutto ciò che ha segnato le nostre prime esperienze assume nei ricordi i contorni di un mito che, nella maggior parte dei casi, ha ben poco a che spartire con la realtà: ci sembra sempre migliore di ciò che c’è in giro oggigiorno (per quanto mi riguarda il mondo è finito nel 1999). Parafrasando Welsh, dobbiamo però renderci conto che non sono le cose ad essere cambiate. Siamo cambiati noi, che siamo stati bruciati da anni di immagini a risoluzione sempre crescente, musica a volume sempre più alto, droghe sempre più forti, sesso sempre più raffinato (“Colla”, 2001, Irvine Welsh). In una parola ci siamo sverginati e, inevitabilmente, niente potrà farci più la stessa impressione delle nostre prime esperienze, che ci segneranno per sempre in maniera irripetibile. È quindi fortemente sconsigliato affrontare i nostri miti infantili da adulti, il rischio è quello di rendersi conto di aver idolatrato per tutti questi anni delle cazzate paurose. A me è successo di recente riguardando Gordian e i Gremlins. Adesso ho paura di riguardare i Goonies.
L’altro aspetto da non sottovalutare è la tendenza assai forte, specialmente in alcuni ambienti sedicenti intellettuali, ad appiattirsi su un certo conformismo dell’anticonformismo ed a considerare “geniale” quasi tutto, con l’inevitabile conseguenza che ad essere geniale non è quasi più niente. Goffredo Fofi, parlando dei film di Franco e Ciccio (“Come inguaiammo il cinema italiano”, 2004, regia di Ciprì e Maresco) disse che la critica cinematografica ha la tendenza ad oscillare fra i due estremi della stroncatura miope e prevenuta, e della esaltazione cieca in cui chi non si accoda al coro di lodi rischia di passare quasi per un blasfemo. Da quando Walter Veltroni nel 1994 rivalutò “Quel gran pezzo della Ubalda tutta nuda e tutta calda” (1972, regia di Mariano Laurenti) credo che per la commedia sexy sia successo esattamente questo, ovvero una sorta di hipsterismo ante litteram. Senza scomodare Truffaut, il film di Laurenti ruota attorno alle vicende di Olimpio (Pippo Franco) che, di ritorno dalla guerra, combatte con la cintura di castità della moglie e allo stesso tempo cerca di scoparsi Ubalda (una Edwige Fenech all’epoca ventiquattrenne e di una bellezza davvero abbagliante), la moglie del mugnaio Mastro Oderisi il quale, dal canto suo, lo ricambia sentitamente. Chiunque abbia visto questo esempio di commedia decamerotica, sicuramente penalizzato da un titolo assai più pesante del film in se, magari anche “sincero e irriverente” ma davvero nulla di più, anche se premiato da un notevole successo di pubblico, non può che sorridere di fronte alla cervellotica interpretazione di Veltroni. Walter ci informa che “erano gli anni della svolta a destra, del governo Andreotti-Malagodi e dunque la mitica Ubalda ha anche aiutato a sconfiggere risorgenti integralismi bacchettoni e a dislocare verso equilibri più avanzati il comune senso del pudore”. Probabilmente leggiamo in queste righe una sorta di rivincita postuma nei confronti di un certo femminismo che all’epoca attaccava questo genere di film; l’ennesimo tentativo del maschio italiano di ridurre la donna al ruolo di puro oggetto sessuale. Se forse queste critiche un po’ ottuse andavano ben oltre le intenzioni di queste opere (mettere insieme qualche battutaccia volgare e con l’occasione mostrare un paio di tette ed un culo), appaiono d’altra parte ancora più ridicoli i tentativi di dipingere le eroine di queste storie come le portatrici di istanze di emancipazione femminile.
Le varie soldatesse, infermiere, poliziotte, liceali e insegnati dovevano, è vero, districarsi fra mille problemi e pregiudizi, dovuti anche alla pletora di maschi infoiati che pensano solo a portarsele a letto. Vengono in mente ad esempio Eva (Edwige Fenech) ne “La soldatessa alla visita militare” (1977, regia di Nando Cicero) che chiede di poter fare il servizio militare come i suoi commilitoni uomini prima ancora che in Italia vi sia una legge in proposito, o Giulia (sempre Edwige Fenech) ne “La moglie in vacanza, l’amante in citta’” (1980, regia di Sergio Martino) che si ribella al suo ruolo di amante e rifiuta di rimanere in disparte mettendo in crisi Andrea (Renzo Montagnani) nel suo ruolo di gallo italiano, a cui naturalmente non basta la bellissima moglie Valeria (Barbara Bouchet). Ma, come si diceva all’inizio, questo culo a ben guardare non è poi così rosa. Amanti femministe che corrono sui tetti, aspiranti soldatesse, dottoresse e giornaliste impegnate rappresentano in questi film solo un’altra (ennesima) fantasia erotica che il maschio italico perennemente “arrapeto” sogna di guardare dal buco della serratura. Sarà che gli italiani sognano di scoparsi anche liceali (“La liceale”, 1975 regia di Michele Massimo Tarantini), monache (“La bella Antonia, prima monica e poi dimonia”, 1972, regia di Mariano Laurenti), maestre (“Pierino contro tutti”, 1981, regia di Marino Girolami) e infermiere (“L’infermiera nella corsia dei militari”, 1979, regia di Mariano Laurenti) ma ogni donna che entra nel nostro immaginario finisce inevitabilmente nel nostro immaginario erotico. E inevitabilmente viene banalizzata.
Prendiamo ad esempio la poliziotta, nella sua incarnazione del 1974 “La poliziotta” di Steno con protagonista Mariangela Melato, e in quella del 1976 “La poliziotta fa carriera” di Michele Massimo Tarantini con protagonista (ancora lei) Edwige Fenech (oramai avrete capito che ho un debole per lei). Non lasciatevi trarre in inganno dalle locandine “furbette” con le cosce al vento, il film di Steno non si ascrive minimamente nel filone della commedia sexy. Lungi dall’essere una denuncia sociale, “La poliziotta” mostra però impietosamente la società retrograda e maschilista degli anni ’70, e la prima parte del film risulta decisamente triste e deprimente, con la povera Gianna/Giovanna costretta a destreggiarsi fra un fidanzato egoista (che la scarica appena sente parlare di una possibile gravidanza), l’eventualità di un aborto (che in Italia sarebbe diventato legale solo 4 anni dopo), le molestie che doveva subire e la condiscendenza con cui veniva trattata gli uomini che le erano attorno. Addirittura, un farmacista (Renato Scarpa) cerca di saltarle addosso pensando che Gianna sia una ragazza facile solo perché aveva chiesto un test di gravidanza. Anche nel contesto di una commedia, il messaggio che riceviamo è che Gianna ha bisogno di diventare vigile urbano per poter finalmente ricevere un minimo di considerazione da parte della società, e nei panni di una novella Giovanna D’Arco, si troverà a combattere allo stesso tempo contro i pregiudizi, le ingiustizie e la corruzione. A distanza di due anni, Tarantini reinterpreta il personaggio nei termini standard della commedia sexy. Tutto ruota intorno alle grazie della Fenech (che sta davvero bene in divisa, bisogna riconoscerlo), i personaggi diventano stereotipi (come il fidanzato meridionale geloso) e Gianna finisce ad inseguire pappagalli sui tetti, raggiante per esser finalmente riuscita a prendere l’uccello.
Il cinema italiano degli anni 70 e 80, anche nel caso di film estremamente popolari, è stato in grado di realizzare prodotti di qualità altissima (Salce, Leone, Colizzi, etc.) e di interpretare e riflettere in maniera tutt’altro che banale su fenomeni sociali (Di Leo, Lenzi) e politici (ad esempio ne “La patata bollente”, 1979 ancora di Steno). Ma questo non è stato sicuramente il caso della commedia sexy. Nei nostri dolci ricordi associamo questi film ad una stagione più serena (e forse più felice) della nostra vita. La gente appariva più rilassata, Janet Agren era bellissima e ci sorrideva maliziosamente, e l’unico obiettivo dello zanni Vitali era sbirciale le chiappe mentre faceva la doccia. E noi facevamo il tifo per lui. Ancora adesso, quando la sera torno a casa e voglio rilassarmi preferisco senz’altro partecipare alle fatiche erotiche di un Banfi in fregola, o spararmi un Mariano Laurenti d’annata piuttosto che guardarmi Ran per l’ennesima volta. Ma sono anche consapevole di ciò che sto guardando. E allora fanno davvero sorridere le retrospettive dedicate ai protagonisti di quegli anni, come quella che Tarantino organizzò per i film di Barbara Bouchet. La passione del regista di Knoxville per il cinema italiano di quegli anni è nota, ma forse sarebbero maggiormente meritevoli di attenzione quei rari esempi di interpreti davvero grandi prestati alla commedia sexy, come ad esempio Renzo Montagnani. Inoltre, dati alcuni gusti di Eli Roth nel campo del cinema italiano, dei dubbi riguardo alla sua capacità di giudizio possono sorgere. Ma di certo “W la foca” (1982, regia di Nando Cicero) non è un capolavoro. È uno dei film più brutti che io abbia mai visto. Grottesco, sconclusionato, magari a volte involontariamente divertente, ma orrendo. E, con tutta la stima possibile per Franco Lechner, Bombolo è un ottimo caratterista, ma non è il più grande attore italiano. Il culo della commedia sexy all’italiana non è quindi quello quello tornito e statuario della callipigia Nadia Cassini, ma quello grosso e paffuto di Venticello. Quello che becca calci da Nico Giraldi, lancia scorregge, e finisce inevitabilmente per terra. E noi lo amiamo per questo.

Alessandro Paggi

Film: “La poliziotta”, Steno, 1974
Musica: “La musica è”, Gloria Guida, 1979
Libro: “Colla” (“Glue”), Irvine Welsh, 2001

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