Il Codex Seraphinianus e il Lonfo

Letteratura

Butto lì, come un sassetto nell’acqua scura del web, due parole: Codex Seraphinianus (e…plumf!). I cerchi che conseguono al lancio, a prima vista – quella dell’Immaginario – evocano i Cagliostro, i Nostradamus e solo in seconda battuta, la verità: cioè, che si tratta di un libro di culto dell’artista poliedrico Luigi Serafini – circa quattrocento pagine piene zeppe di descrizioni di flora, fauna, strumenti e così via, senza fare una piega; con la peculiarità, però, che non parla di questo mondo (ovvero: sì, ma attraverso gli occhi dell’artista) e, consequenzialmente, non lo spiega con la lingua di questo mondo; ce n’è un’altra, inventata per l’occasione. Ugualmente accade – è questo il vero apice del tomo – con le figure, i disegni, che sono davvero, davvero molto strani. Non stranianti, strani: la differenza è fra la volontà di distorcere alienando il pubblico, l’occhio, l’utente; e la tranquilla esposizione anatomica di un animale o di una pianta, con parole e immagini. Che però non esistono.

Il Codex è in realtà un cult che il web conosce bene, perciò credo che, massimo al terzo cerchio, sulla sua acqua melmosa e un poco trojan, abbia riconosciuto un oggetto che potremmo inserire – non per la snobberia che emana, perché non la emana; ma perché lo è fatalmente – fra gli status symbol della cultura alta. Beh, per forza di cose non è celebre come una Mercedes fra gli imprenditori e il cappello con la lama sulla tesa fra i cultori di James Bond: lo stesso termine cultura è così usurato che mancano, quasi, i confini per definire un’area che, di per sé, è e rimarrà di nicchia.

Eppure il Web pare abbia ridato nuova linfa a questo oggetto che affonda le sue radici nel fantastico senza Fantasy e nel non-sense di Fosco Maraini, il grande etnologo-alpinista che scrisse le poesie de La Gnòsi delle Fànfole – avete forse visto recitarne Il Lonfo da Proietti: «Il Lonfo non vaterca né gluisce/ e molto raramente barigatta,/ ma quando soffia il bego a bisce bisce,/ sdilenca un poco e gnagio s’archipatta./ È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna…» – o in quello de La caccia allo Snark (animale reso in italiano con «slualo» o «snualo») di Carroll; e si può andare ancora indietro nel tempo. Un testo, quello di Serafini, di cui s’innamorò Roland Barthes, che ne avrebbe scritto l’introduzione se non fosse morto in quel periodo (fine ’70-inizio ’80); così, passò a un altro dilettantello: Italo Calvino.

Il non-senso è una delle forme del senso, in fondo; per la sua leggerezza è un passepartout adatto a ogni epoca e, per di più, come cantava – profetico – Ramazzotti in Se bastasse una canzone, lo è in ogni senso. Al giorno d’oggi, pur promosso dall’acquisto del Codex nel mercato virtuale, è più difficile scovarne tracce, perché la capacità astrattiva perde un po’ sangue; dev’esser quello del Lonfo ferito che, alla fine, qualcuno è riuscito ad accazzare a forza di gniffi. (Lu Po)

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2 Comments
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  • Ors
    18 luglio 2015 at 13:32

    Piccola nota a margine: il Codex forse non avrà molto risalto sul web ma una selezione delle tavole principali la si può vedere al Labirinto di Franco Maria Ricci a Fontanellato. Ricci è stato l’editore della prima edizione del Codex!

  • Lu po
    19 luglio 2015 at 4:04

    Grazie dell’integrazione! Il risalto sul Web lo fa prodotto: lo rende più ambiguo: più interessante ancora, perché in fondo, così è nato.

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