Il coccodrillo come Grass?

Storia e attualità

Ma insomma, dopo tutte quelle che lui ci ha lasciato in pegno, due parole non le vogliamo spendere per Günter Grass?! Fra i templari più appassionati e appassionanti del baluardo della Letteratura novecentesca, uno degli ultimi bastioni che ci rimangono (rimanevano?), dopo che pure il vetusto maniero del ruolo dell’intellettuale era già stato saccheggiato e svuotato a dovere – anche uno come Cacciari, che quando scrive non lo fa, col pretesto d’una ricerca, per dire la sua sulla sinistra o la questione settentrionale ma per comprendere la Teologia politica, a forza di andare in tv a perdere le staffe, perde anche credito, poi – mi sembra dovuto, a un autore che amava dare ai suoi libri titoli presi in prestito dalla fauna (Il rombo, Il gatto e il topo, Anni di cani, Il passo del gambero) fare almeno il più classico dei coccodrilli.

Naturalmente controverso; negli ultimi anni la sua posizione, sancita da un Nobel meritato (il che non è scontato), vacillava, per aver dichiarato d’essersi arruolato, giovanissimo, nelle SS, spiegando che per un ragazzo quello era un modo per andare via di casa, per fare qualcosa; mostruoso? Col senno di poi, certo: ma basta questa testimonianza a far capire più di mille libri la congerie di quei tempi, e perché sono potute succedere alcune cosette un po’ inquietanti. O perché contro il potere militare di Israele. Insomma, scomodo fino all’ultimo, non ha mai smesso di battere ossessivamente sul suo tamburino, avallando Willy Brandt, combattendo per la socialdemocrazia, opponendosi alla riunificazione delle Germanie. Caricatosi (in ritardo, questo sì) dei suoi errori, a partire dal capolavoro Il tamburo di latta ha costretto la Germania a specchiarsi nella sua tragedia. Sperimentale, talvolta sembra cadere schiavo del suo virtuosismo ma poi, sfogliando la pagina, un’immagine impensabile e quasi impensabile da descrivere con parole, inquadra un microcosmo, e si stampa nella memoria. Come memorabile è la sua Danzica.

Ecco, più o meno, l’abbiamo capito, Il coccodrillo come fa. Lasciamo che il finale appartenga al molteplice animale, citando l’incipit dell’opera che l’ha lanciato nel firmamento della Letteratura: «E va bene: sono recluso in una casa di salute, il mio infermiere mi osserva, quasi non mi stacca l’occhio di dosso; difatti c’è uno spioncino nella porta, e il mio infermiere ha l’occhio di quel bruno che di scrutare me, l’occhioazzurro, è incapace». (Lu po)

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