Il capolavoro che non conosci: ascensore per Carla Bley

Musica

«Ahi, come facevo a non conoscerlo!»: si è sempre un po’ schiavi del complesso da competenza, figlio della società-spettacolo e del capitalismo, quando si scopre tardivamente un’opera di genio. Odio il professionismo su tutto ciò che riguardi una pulsione d’amore, quindi la mia posizione (quando ci riesco) – anche nei campi in cui mi sento preparato, anche laddove diventasse un mestiere – è da amatore; ma sono convinto che anche il più sottomesso al Come me lo sono lasciato sfuggireee! goda, dopo un secondo di dolore, nell’essersi ritrovato fra le mani un capolavoro, per poterlo divorare fino a non sopportarlo più, e poi riamarlo un anno dopo, e ancora, ancora, ancora…

Mi è successo qualche anno fa con un cd doppio che, in origine, è stato un triplo LP; non un musical, non un’opera rock, né jazz, né jazz-rock, né un concept o un concept-fusion: posso solo dire che quella cosa lì si chiama Escalator over the hill, e che è stato scritto da Carla Bley e Paul Haines. Quest’ultimo, è stato un poeta che si è lasciato attrarre anche dalla musica; Carla Bley, è una delle più grandi musiciste da cinquanta anni a questa parte; come le vere donne che si emancipano da sole (mi riferisco alla società civilizzata), non ha avuto bisogno di forme per dimostrare né l’autonomia né la grandezza, mantenendo tranquilla il cognome dell’ex compagno, anch’egli pianista jazz coi fiocchi, Paul Bley.

La Bley può spaventare, perché è stata bellissima e tuttora è una vecchia bellissima  (e si dice vecchia, non altro: è anziana una donna anziana che porta bene gli anni, o ancor di più se se li porta male; ma una donna che ammalia con la presenza a ottanta anni, è solo e semplicemente una vecchia bellissima). Brand della propria immagine con quei capelli così caratteristici, che mescolano le leonesse della savana a un ronin impazzito, o i tipi estrosi, bizzarri delle periferie di grandi città, a una citazione d’Oriente di qualche impressionista ottocentesco; è certamente una grande pianista e direttrice d’orchestra, ma soprattutto è una compositrice di spessore. Insomma, non ci siamo abituati, noi ragazzi schematici! Se sei brava, sei brutta; Se sei bella, non sai fare niente; potremmo cedere affermando d’accettarla, una bella e brava; ma lei, la Bley, si poteva almeno risparmiare d’essere anche affascinante. Che ingorda!

Escalator over the hill racconta una storia; mescola Weill al rock al progressive, al prog e al rock rispettivamente venati di jazz, poi si fa jazz puro (in più di un senso), recitato; e ancora, s’ispira alle fanfare per i funerali e alle Big Band (chissà se i Neutral Milk Hotel conoscevano l’Escalator), al singolo-da-musical o alla “classica contemporanea” (termina con quasi venti minuti di un suono simile a un coro sordo senza soluzione di continuità, che si deve e si vuole ascoltare per carpire una differenza, fra una battuta e l’altra, in una distesa sonora tutta uguale: capite anche voi, se non l’avete già ascoltato, che non vi posso dire, se una differenza c’è).

Registrato lungo tre anni nei ritagli di tempo di uno studio di registrazione (ovvero: di fatto, autoprodotto), vede una caterva di musicisti incredibili, oltre alla stessa Bley: Linda Rondstadt, Paul Motian, Gato Barbieri, il nostro Enrico Rava ancora giovanotto, Don Cherry, Charlie Haden, John McLaughlin e molti altri; la voce che svetta fra le altre – oltre a suonare il suo basso da ex Cream – è quella di Jack Bruce: una voce splendida e complessa, che offre sonorità rimaste poco sfruttate nel super-trio che, d’altronde, l’aveva già eternato nella Storia della musica per aver composto il giro di basso di Sunshine of your love (dove è Clapton che armonizza sul giro di Bruce, non viceversa).

A questo punto, che altro aggiungere: prendere l’ascensore, prego; e pigiare il tasto per il piano Carla Bley. (Lu Po)

Appearing Nightly

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